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Le centrali biomasse nel crotonese - Area Locale .com
| Le centrali biomasse nel crotonese |
Il territorio della provincia di Crotone è di una bellezza straordinaria, unica al mondo. Lasciandoci alle spalle il Mar Ionio e risalendo il corso dei nostri fiumi, si attraversa una pianura ricca di colture intensive, di vigneti, di aranci, che si alternano a suggestivi paesaggi che conservano tratti incontaminati di macchia mediterranea. Si risalgono le colline di calcari, argille ed arenarie, dove l’ulivo precede la quercia ed il castagno, fino ad arrivare oltre i 1000 metri, in Sila, il cui nome richiama la conformazione del territorio e quindi di una grande selva (Sylva Brutia in epoca romana). I giganti verdi della Sila sono straordinari per altezza ed antichità. Maestosi e superbi sono gli alberi di pino laricio che ricoprono fin sui crinali i rilievi silani. La Sila ha rappresentato, nel corso dei secoli, un serbatoio inesauribile da cui estrarre legname pregiato (abeti, pini, querce, faggi da cui si ricavavano travi lunghe più di 30 metri) e pece per la costruzione di case e per le navi. Negli archivi pubblici e privati non è difficile reperire fonti documentarie che attestano come l’altipiano silano è stato terra di conquista, devastato da incendi, usurpazioni e tagli di bosco; in ogni epoca è esistito uno sfruttamento selvaggio per interessi economici e/o di guerra; l’ultima grande ferita che la Sila ricorda è, appunto, all’epoca della seconda guerra mondiale. E’ avviata adesso [come se il terzo millennio non dev’essere meno dei precedenti] una nuova fase di disboscamenti indiscriminati che, potenzialmente, potrebbe avere nei prossimi anni un effetto devastante, con proporzioni [visti i mezzi moderni a disposizione] gigantesche rispetto alle epoche passate. Responsabili di tale situazione venutasi a creare sono le cosiddette centrali a biomasse che hanno fatto la loro comparsa nel territorio della provincia di Crotone. Nella città capoluogo la centrale è già in funzione da un anno; una seconda centrale è quasi pronta nell’area industriale di Cutro, mentre un’altra è in costruzione a Strongoli Scalo, proprio dietro i ruderi dell’ex zuccherificio. Un problema del genere non avrebbe avuto modo di esistere se, anziché produrre energia elettrica con biomasse, si sarebbe prodotta energia attraverso pannelli solari. Ma questo è un discorso che riguarda la pianificazione del territorio in ragione a scelte politiche sempre più astruse ed inconcepibili: inseguirle sarebbe deleterio per qualsiasi mente sana. E dunque discutiamo di biomasse. Non è semplice per un giornale di periferia reperire [in tempi brevi] documentazioni dettagliate su di una questione così articolata, complessa, che riguarda un intervento di industrializzazione nel territorio con investimenti pubblici e partecipazioni private. Nonostante tutto, nella parziale esposizione dei dettagli che riguardano gli aspetti finanziari, cercheremo di tracciare un percorso per capire cosa s’intende per biomasse aprendo, successivamente, filoni di ragionamento su aspetti strettamente connessi.
Biomasse Con il termine biomasse si definisce una fonte energetica di origine biologica non fossile, costituita generalmente da materiali a base di carbonio ed idrogeno. Sono quindi biomasse tutti i prodotti delle coltivazioni agricole e della forestazione, i residui delle lavorazioni agricole, gli scarti dell’industria alimentare, le alghe e, in via indiretta, tutti i prodotti organici derivanti dall’attività biologica degli animali e dell’uomo, come quelli contenuti nei rifiuti urbani. Quando bruciamo le biomasse, per esempio la legna (estraendone l’energia immagazzinata nei componenti chimici), l’ossigeno presente nell’atmosfera si combina con il carbonio delle piante e produce, tra l’altro, anidride carbonica, uno dei principali gas responsabile dell’effetto serra. Tuttavia la stessa quantità di anidride carbonica viene assorbita dall’atmosfera durante la crescita delle biomasse. Il processo è ciclico. Fino a quando le biomasse bruciate sono rimpiazzate con nuove biomasse, l’immissione netta di anidride carbonica nell’atmosfera è nulla. Al momento la popolazione mondiale soddisfa il 10-15% del proprio fabbisogno primario di energia con biomassa. In Europa il contributo di questa fonte al soddisfacimento dei fabbisogni primari di energia è del 2,5%. Tale contributo sale al 35% nei paesi in via di sviluppo, dove tuttavia viene utilizzata con tecnologie a bassissimo rendimento energetico e con l’aggravante di non rimpiazzare la biomassa sottratta all’ambiente con nuove coltivazioni [solo in Asia il rapporto fra ettari disboscati e rimboscati ogni anno è attualmente di 25/1].Oggi sono disponibili tecnologie affidabili e sperimentate che consentono uno sfruttamento intensivo e capillarmente diffuso del grosso potenziale energetico delle biomasse, sia di quelle appositamente coltivate per uso energetico sia di quelle derivanti dai sottoprodotti delle attività agro-industriali e forestali. Le attività di ricerca hanno permesso di identificare le migliori specie e le più adatte per colture energetiche. Nel nostro ambiente le principali specie identificate sono il Pioppo, il Salice e l’Eucalyptus. A livello europeo esiste il programma LEBEN (Large European Biomass Energy), per promuovere la realizzazione di Progetti Regionali Integrati per la valorizzazione della biomassa, mirati ad un nuovo sviluppo agricolo mediante nuove colture e tecnologie innovative. Tale programma europeo non ha riguardato evidentemente il territorio della provincia di Crotone. O meglio, sono state costruite le centrali a biomasse e, contemporaneamente, non si è tenuto conto di uno sviluppo agricolo per consentirne l’alimentazione, per produrre il combustibile necessario.
Le centrali A Crotone la centrale a biomasse funziona ormai da un anno. Si tratta di una centrale con una potenza installata di 22 MW con un investimento di 73 miliardi di lire, realizzata dalla società Biomasse Italia SpA [appartenente per il 32% al gruppo Prisma, per il 24% ad ABB Europe e per il 24% alla holding Api]. La centrale di Crotone è quella che da sola, al momento, raccoglie la gran quantità di alberi trasportati, in tutte le ore del giorno, dai tanti camion che scendono dalla Sila. Basti pensare che per produrre 11 MW/ora occorrono 16 tonnellate di cippato di legno. Dunque una centrale che lavora a pieno regime e divora una gran quantità di legno. L’aspetto positivo di questo nuovo insediamento industriale riguarda l’assunzione a tempo indeterminato di 32 lavoratori cassintegrati dell’ex Cellulosa calabra, oltre ad un indotto di oltre un centinaio di lavoratori. Certo, è un lavoro che vale oro nel nostro territorio, ma deve trovare una sua compatibilità con gli equilibri ambientali, nel rispetto e nella salvaguardia del nostro patrimonio boschivo. Ma questo che un discorso che affronteremo più avanti. Il Gruppo Marcegaglia in accordo con Elettroambiente, società del gruppo Enel specializzata nel trattamento e recupero energetico dei rifiuti, sta realizzando una centrale a biomasse nell’area industriale di Cutro. Entro la fine dell’anno dovrebbe entrare a regime: il costo del finanziamento è di 50 milioni di euro per una potenza installata di 16,5 MW. All’inizio del prossimo anno dovrebbe entrare in produzione anche la centrale a biomasse di Strongoli Scalo, situata proprio a ridosso il rudere dell’ex zuccherificio. La progettazione e la realizzazione della centrale sono state commissionate da Biomasse Italia spa alle società Pianimpianti e Mg Engineering Lurgi, con un investimento che si aggira sui 75 milioni di euro. Con una potenza elettrica di oltre 40 MW [con un fabbisogno annuo a regime di circa 350 mila tonnellate di biomassa, legno e residui forestali], la centrale di Strongoli rappresenta il più grande impianto termoelettrico alimentato a biomasse d’Europa e tra le prime 10 al mondo. Inoltre, pare che il progetto è molto ambizioso perché, oltre alla costruzione della centrale elettrica, è prevista la realizzazione dì un impianto di itticoltura e l’utilizzazione del vapore per la produzione in serre di primizie agricole. La società Biomasse Italia SpA, costituita appositamente un paio di anni fa per la realizzazione delle centrali di Crotone e Strongoli [oltre a quella di Gela in Sicilia, che sembra però non decollare], svolgerà, inoltre, un ruolo strategico per il mantenimento in produzione delle stesse centrali e nell’approvvigionamento della materia prima. Infatti, con lettera del 26 giugno 2000, il governo italiano ha notificato un progetto di aiuto di Stato in favore di Biomasse Italia SpA per la lavorazione delle biomasse di origine agricola e legnosa a Crotone, in Calabria, regione obiettivo I. Il costo globale dell’investimento è di 24,9 milioni di euro (48,331 miliardi di vecchie lire). In particolare il progetto prevede la realizzazione di un opificio [su una superficie di circa 20 ettari] per la produzione, stoccaggio e distribuzione di biomassa, cippato di legno, da utilizzarsi come combustibile a scopo energetico, e la costituzione di unità mobili atte alla trasformazione diretta sul luogo di raccolta delle biomasse. Il gruppo Prisma ristrutturerà le aree di pertinenza dello stabilimento ex Cellulosa Calabra per fondarvi un polo industriale per la produzione, lo stoccaggio e la distribuzione di combustibile da biomassa. Il principale fornitore di materia prima sarà Cellulosa Calabra, i cui azionisti sono Prisma 2000 SpA e Api Holding SpA, che detengono ciascuno il 50% delle azioni. Cellulosa Calabra si occuperà della raccolta dei necessari cascami delle attività agricole e forestali. A tal fine ha concluso contratti con la Regione Calabria per ottenere una concessione decennale per la gestione dei cicli di diradamento e manutenzione delle risorse boschive per la regione “AFOR Sila”.
Il futuro delle centrali A meno che non siano subentrate modifiche alla notificazione, nel giugno 2000, dell’aiuto di Stato in favore di Biomasse Italia SpA, si deduce che la Regione Calabria ha concesso per dieci lunghi anni il taglio dei boschi in Sila, dietro la dicitura “tecnica” di diradamento e manutenzione. E’ difficile capire come si può giungere a tali determinazioni, senza considerare i danni che si provocano dalla distruzione dei boschi, alterando gli equilibri naturali ed importantissimi ecosistemi. Non ci si dovrebbe stupire quando, poi, avvengono disastri come smottamenti del terreno, frane ed alluvioni. In una logica dell’assurdo, in ragione di una presunta industrializzazione del territorio che non tiene conto dell’impatto ambientale, si perseguono teorie astratte di sviluppo calate dall’alto che, in questi termini, servono soltanto ad impoverire ulteriormente una regione a vantaggio soltanto dell’imprenditoria del nord che racimola quanto è possibile dall’intervento pubblico. Per fortuna anche le istituzioni locali si sono accorte che qualcosa non funziona in questo meccanismo. Infatti in una conferenza stampa tenutasi il 18 luglio presso la sala giunta della Provincia di Crotone, il vice presidente della Provincia, Emilio De Masi, e il sindaco di Cotronei, Pietro Secreti hanno denunciato il disboscando incontrollato nella Sila per il reperimento della materia prima per la centrale a biomasse di Crotone, definendolo un evento delittuoso. Neanche se la centrale di Crotone fosse sorta da un giorno all’altro come un fungo. Almeno due anni prima bisognava chiedersi cosa avrebbero bruciato in quella centrale. Inoltre si evidenzia, in questo modo, che non esiste una pianificazione collettiva del territorio, vale a dire che non esiste alcuna sinergia tra Regione, Provincia e Comuni ed ognuno percorre una propria idea di sviluppo. Chiaramente discutere sugli errori del passato non ci porta da nessuna parte, e neanche perseverare nell’autolesionismo piangendoci addosso; come del resto serve poco, a questo punto, individuare il politico responsabile di alto tradimento alla nostra regione per poterlo giustiziare pubblicamente. Pertanto andiamo oltre. Diventa sintomatico chiedersi quale futuro avranno le centrali a biomasse, considerando che tra pochi mesi tre diverse centrali daranno l’assalto alla riserva di legname esistente in Sila. Non è difficile pensare che le stesse popolazioni locali impediranno lo sboscamento sproporzionato dei boschi, perché non è possibile barattare qualche centinaio di posti di lavoro con la distruzione delle nostre ricchezze naturalistiche. Già, i posti di lavoro. Sarebbe un’ennesima sconfitta per l’intera provincia di Crotone, se tanto denaro investito per realizzare tre centrali non produrrebbe alcuna occupazione. Allora bisogna chiedersi come bisognerà assicurare la materia prima affinchè le centrali a biomasse non resteranno come tante cattedrali nel deserto. Non è nemmeno ipotizzabile pensare all’utilizzazione di tali centrali per bruciare rifiuti solidi urbani e/o industriali, perché producono ceneri tossiche dannatamente complicate da smaltire, acque inquinate ed emissioni atmosferiche sicuramente non delle migliori. Può essere presa esclusivamente in considerazione la frazione organica dei rifiuti; che non basterebbe, del resto, neanche in piccola parte ad alimentare le centrali. Esiste un’unica alternativa valida per consentire alle centrali il loro funzionamento nel futuro, vale a dire il perseguimento dei progetti integrati che [a livello europeo] hanno consentito la valorizzazione delle biomasse come fonte energetica del futuro. Bisogna partire dal presupposto fondamentale che l’anidride carbonica scaricata dalle centrali in atmosfera deve essere quella catturata dal legno per crescere: un bilancio assolutamente in pareggio. Per far ciò occorre che le risorse delle biomasse siano quelle appositamente coltivate per uso energetico. E dunque è necessario un grande piano di rimboschimento in tutta la provincia di Crotone, possibilmente nei terreni di collina e pianura [in modo da lasciare completamente tranquilla la Sila, i suoi boschi e la sua fauna, i suoi millenari equilibri]. Il rimboschimento con piante da taglio e di rapida crescita [due o quattro anni per il taglio] in tutti i terreni demaniali e/o privati non utilizzati per colture. Una concessione decennale [in questo caso è razionale farla] per la gestione dei cicli di piantumazione, manutenzione e successivo taglio delle risorse che cresceranno in rapporto del fabbisogno reale di materia prima. Un’operazione del genere avrebbe anche altre ricadute positive, nel senso che si porrebbe rimedio al dissesto idrogeologico esistente in un territorio storicamente molto fragile, e si darebbe inizio ad un rinnovato sviluppo agricolo mediante nuove colture. Un’operazione lineare, onesta, che trova le sue ragioni nelle disposizioni e nella progettualità della Comunità Europea. Basta solo far valere le proprie ragioni, rivendicare le giuste procedure per uno sviluppo realmente compatibile con il territorio, mantenendo inalterati gli equilibri della Sila, perché quella montagna è un patrimonio che non appartiene soltanto alle popolazioni locali ma all’intera umanità.
Pino Fabiano |
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rete dal 22 /12 /2002 - rubrica: Economia
[pubblicato da: redazione]
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