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Mafia
in Calabria - Atti Commissione parlamentare di inchiesta
[indice generale]
PARTE
SECONDA
1. Le risultanze emerse
dalle missioni in Calabria
2. L'aggressione della 'ndrangheta
all'economia calabrese
3. La risposta degli
apparati dello Stato
4. Le misure
patrimoniali. Un caso esemplare: Rocco Musolino
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PARTE SECONDA
Nel corso dei vari incontri a Reggio Calabria e a Catanzaro c'è stato un
generale apprezzamento per l'azione dello Stato che negli ultimi anni ha saputo
contrastare con maggiore efficacia l'attività della 'ndrangheta. Questa è
stata la novità sicuramente più rilevante e ampiamente riconosciuta da tutti
gli interlocutori, che non hanno mancato di sottolineare la drammatica realtà
economica e sociale esistente nella regione.
La Calabria è una regione piena di contraddizioni: ha attraversato, in
particolar modo negli ultimi anni, una grave crisi economica, è stata investita
da contraddittori processi di caduta e di stagnazione di attività economiche e
tuttavia anche da dinamiche nuove e da elementi di ripresa (4),
ha sofferto e soffre di livelli di disoccupazione fra i più elevati in Italia.
La questione del lavoro e dell'occupazione è sicuramente il problema più acuto
e più sentito in modo particolare dalle nuove generazioni.
Con forze di lavoro rilevate in 738.000, di cui 531.000 occupati e 207.000 in
cerca di occupazione, la Calabria è la regione d'Italia che registra nel 1999
il più alto tasso di disoccupazione, 28% (5); significativo
appare il grafico del confronto Calabria/Italia dei valori percentuali del tasso
di disoccupazione, rappresentato nelle "Note sull'andamento dell'economia
della Calabria nel 1998 (Catanzaro 1999)" della Banca d'Italia.
TASSO DI DISOCCUPAZIONE (6)
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I segretari regionali Emilio Viafora della CGIL, Enzo Damiano della CISL e
Alfonso Cirasa della UIL hanno rimarcato nei loro interventi l'enorme
difficoltà della situazione per quanto riguarda il lavoro e l'occupazione.
Una situazione sicuramente preoccupante è quella relativa all'area di Crotone,
un tempo polo industriale d'antico insediamento al quale era stata affidata una
prospettiva di sicurezza, di occupazione e di nuovo sviluppo, non solo per la
città ma anche per i comuni circostanti. Il fallimento dell'intervento Eni e
del polo chimico, la situazione di crisi che si è via via abbattuta sulle
locali produzioni industriali, rischia - se non si interviene in maniera
efficace ed adeguata - di porre la parola fine a quel particolare comparto
industriale fino a pochi anni fa vanto dell'intera Calabria.
Sono i giovani che avvertono maggiormente i drammatici disagi di questo stato di
cose. Sono i giovani i più esposti alle lusinghe e alle offerte della
'ndrangheta. Il modello mafioso continua ancora oggi ad esercitare un certo
fascino sui giovani e sui giovanissimi. Proprio su di essi la 'ndrangheta sta
puntando in questa fase di riorganizzazione per sostituire con nuove leve quelle
che sono finite in carcere grazie all'attività di contrasto messa in campo
dallo Stato.
La questione del lavoro in Calabria appare allora non solo come una questione di
civiltà e di giustizia sociale, ma anche come una vera e propria questione
democratica.
Il sindaco di Seminara, Salvatore Costantino, ha ricordato che su 130 imputati
per mafia originari del suo comune moltissimi si collocano fra i giovani di età
compresa tra i 18 e i 22 anni; molti altri sono addirittura minorenni.
Il presidente del Centro comunitario Agape, Mario Nasone, e vicepresidente
nazionale del MOVI, ha riferito le parole di un ragazzo di appena dodici anni:
"Io da grande voglio fare il mafioso, voglio uccidere tutti i giudici e, se
capita, pure qualche carabiniere e poliziotto perché ci stanno antipatici ed è
un lavoro che rende, perché più uccidi e più soldi fai e più rompiscatole
togli dai piedi. In questo lavoro non c'è mai disoccupazione, c'è sempre
lavoro, se ci sai fare, se stai zitto e se hai fortuna".
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C'è, in queste parole, la drammatica e tragica disperazione di un giovane che,
in mancanza di alternative credibili, aderisce alla cultura mafiosa, e si
propone chiaramente l'obiettivo di fare il mafioso perché pensa di ricavarne
vantaggi diversi, anche sul terreno economico più immediato. Questo problema
non è soltanto di quel giovane dodicenne, ma riguarda la società calabrese nel
suo insieme e investe le istituzioni dello Stato.
Negli ultimi anni l'economia della Calabria è stata fortemente segnata dalla
contrazione della spesa pubblica e dalla diminuzione dei grandi appalti in
conseguenza della conclusione del lungo ciclo economico caratterizzato dalla
Cassa per il Mezzogiorno e dall'intervento straordinario dello Stato. Questo
segno non risulta sia stato rovesciato o compensato dagli interventi resi
possibili dal cosiddetto "decreto Reggio" e dalla realizzazione del
porto di Gioia Tauro. Solo in questi ultimi anni Novanta si registrano mutamenti
della tendenza e interventi finanziari nuovi da parte dello Stato e dell'Unione
europea, come è ampiamente documentato più avanti e nella appendice
statistica.
La Calabria che è emersa dalle audizioni ha evidenziato da una parte elementi
di indubbia novità e dall'altra parte il permanere di antichi problemi
irrisolti. Ha ben sintetizzato questa situazione un dirigente della CISL di
Reggio Calabria, il dottor Luigi Sbarra: "proprio in questa provincia si
sono formati comitati spontanei della società civile che vogliono fare barriera
contro il crimine organizzato, vogliono creare argini, alzare un muro, insieme
al sindacato, insieme alle associazioni culturali. Penso, ad esempio, che
bisogna essere accanto a questa gente, non bisogna isolarla, perché più si
isolano questi movimenti, più la mafia ha possibilità di accrescere la sua
presenza sul territorio. Le porto un esempio. A Rizziconi e a Cittanova i
commercianti, dopo anni di sofferenze, di soprusi, di angherie, hanno rotto la
catena dell'omertà e si sono messi insieme, sfidando sul proprio terreno il
crimine organizzato; ma c'è un altro esempio significativo, a Bovalino.
Valorizziamo anche queste cose, perché non vorrei che magari quando rientrate
nelle vostre sedi e fate i vostri rapporti si presentasse la Calabria tutto
sommato come una regione ripiegata su se stessa, assuefatta, rassegnata. No, ci
sono in questa regione, in questi territori, forze che quotidianamente sono
attivate su questo terreno. Ecco perché noi chiediamo, rivendichiamo che a
questi sforzi si aggiunga un'attenzione diversa dello Stato per moltiplicare
queste iniziative. A Bovalino i giovani, la società civile si è organizzata
per fare barriera, per fare diga, per lottare contro la piaga orrenda dei
sequestri di persona. Quindi è vero: abbiamo sicuramente molte difficoltà, ma
in questi mesi, in questi ultimi anni è cresciuta una sensibilità rispetto a
queste cose".
Fra gli elementi di indubbia novità è possibile segnalare la irrilevanza del
fenomeno dei sequestri di persona che pare essersi avviato a una definitiva
conclusione. Né, almeno allo stato attuale delle cose, sembra esserci un
mutamento di rilievo dopo l'eccezione del sequestro della signora Alessandra
Sgarella rapita a Milano e liberata in Calabria.
Altrettanto importante è il dato relativo alle morti violente. Gli omicidi in
provincia di Reggio Calabria sono in netta e costante diminuzione. I dati
forniti dal prefetto di Reggio Calabria per il
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periodo 1 gennaio 1990 - 29 febbraio 2000 sono particolarmente significativi:
Questo dato (7) si apprezzerà ancora di più se si tiene
in conto che esso è comprensivo anche degli omicidi di mafia. Più avanti,
un'altra tabella indicherà i dati dei soli omicidi di matrice mafiosa e a
commento di essa si cercherà di indicare le ragioni della loro progressiva
diminuzione.
Il dato appare ancora più interessante se confrontato con la tragica scansione
temporale che ha contraddistinto - si può dire quasi quotidianamente - alcune
zone della Calabria. In un documento consegnato da Monsignor Bregantini, vescovo
di Locri, e riportato in appendice è rappresentato il quadro illuminate degli
omicidi nel distretto della Diocesi di Locri nel periodo 1986-1995.
Si tratta di un fascicolo elaborato dalla Commissione diocesana giustizia e pace
e diffuso dalla Diocesi dal titolo: "Perché il mio popolo non
dimentichi (Sal 58, 12), giornata diocesana di ricordo di tutte le vittime
della violenza". Si è scelto di riprodurlo integralmente non come utile
supporto di statistica criminale, ma per l'alto valore e il contributo
significativo di questa iniziativa della più alta autorità morale per il
riscatto della società civile.
"Un numero agghiacciante, elevatissimo, che non può non far pensare e
rimettere in discussione tanti metodi pastorali e interrogare la coscienza
civica di tutti noi" ammonisce il documento nel descrivere e giudicare la
lunga catena di sangue. Per concludere : "Riteniamo poi che questo elenco
possa essere per ogni parrocchia, per ogni comunità religiosa, per ogni
associazione, per ogni movimento, per ogni gruppo un'occasione di riflessione:
la nostra azione pastorale, la nostra attività,
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i nostri impegni sono adeguati alla situazione in cui ci troviamo? Non si
tratta di mettere in dubbio la bontà delle intenzioni. Si tratta di vedere se
il nostro zelo, la nostra fantasia, il nostro coraggio non possano e non debbano
suggerirci qualche correzione di rotta. L'elenco è offerto poi a quella che si
suole chiamare società civile. Al di là delle proprie convinzioni religiose,
al di là delle preferenze politiche, crediamo che la considerazione dei 263
omicidi nell'ultimo decennio imponga un esame di coscienza. Non intendiamo certo
estendere all'intera società le responsabilità di questi delitti, ma non
possiamo nemmeno sottovalutare il peso che un certo degrado della vita civile ha
nel diffondersi di un clima di sopraffazione e di violenza. Dove servizi
elementari non funzionano, dove le leggi vengono prese in considerazione solo
per i vantaggi che se ne possono trarre, dove al potente si offrono privilegi e
al debole si negano diritti, dove in cima alle aspirazioni di molti ci sono
potere e denaro, non c'è da meravigliarsi che prosperi la violenza e si giunga
con disinvoltura all'omicidio. Infine, presentiamo questo elenco anche alla
considerazione delle più alte autorità dello Stato. Non riteniamo ammissibile,
per una nazione civile, che in un territorio così limitato avvengano tanti
omicidi; meno ancora riteniamo ammissibile che ne rimanga impunito, come è
ampiamente notorio, un numero tanto elevato. Questa considerazione non vuole
essere un giudizio negativo sul lavoro di persone istituzionalmente preposte
alla tutela dell'ordine pubblico o all'amministrazione della giustizia. Ci
limitiamo a constatare i fatti e riteniamo che fatti straordinari impongano
misure straordinarie: quantità e qualità adeguate di uomini e di mezzi, ma
anche, pensiamo, chiarezza e semplicità di procedure, migliore coordinamento di
interventi e più coraggio e fiduciosa collaborazione tra istituzioni e
cittadini". Si potrà ancor più apprezzare tutto questo alla luce di
quanto è più avanti riportato dalla testimonianza resa dal sindaco di Locri e
dello spaccato che l'operazione Primavera evidenzia della guerra tra mafia e
democrazia e dello scontro interno alla 'ndrangheta (cfr. pp. 27 e 28).
Secondo i dati forniti dalla Prefettura e dalla Questura, negli ultimi due anni
sono stati catturati 160 latitanti nella sola provincia di Reggio Calabria;
molti di essi erano compresi nella lista dei 500 latitanti più pericolosi
predisposta dal Ministero dell'interno. Anche nelle altre province calabresi è
aumentato il numero dei latitanti catturati. In altre regioni d'Italia e
all'estero altrettanti e significativi successi hanno colpito gli insediamenti
della 'ndrangheta.
I dati forniti dalla Direzione centrale della polizia criminale del Ministero
dell'interno forniscono il quadro completo dei latitanti più pericolosi
catturati nel periodo 1.1.1996-29 febbraio 2000.
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Secondo i dati forniti dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria
del Ministero della giustizia alla data del marzo 2000 risultano ristretti in
carcere, perché condannati per il reato previsto dal 416 bis, n. 339
affiliati alla 'ndrangheta e di essi 154 risultano i detenuti sottoposti al
regime del 41-bis.
Nonostante questi risultati tanto rilevanti, la forza e la pericolosità di capi
e gregari tuttora latitanti non possono essere oscurati o minimizzati dai
successi. Infatti latitanti ancora pericolosi figurano nella lista dei 30
latitanti di massima pericolosità inseriti nel "programma speciale di
ricerca". Essi, secondo i dati forniti dal Ministero dell'interno, sono:
Barbaro Giuseppe, di Platì
Condello Pasquale, di Reggio Calabria
De Stefano Orazio, di Reggio Calabria
FacchiNeri Luigi, di Cittanova
Morabito Giuseppe, di Casalinuovo
Santaiti Gaetano, di Seminara
Tegano Pasquale, di Reggio Calabria.
L'altra novità di notevole interesse che caratterizza la realtà calabrese
è rappresentata dall'emergere di una nuova leva di amministratori locali, i
quali hanno reagito alla presenza della 'ndrangheta nei loro comuni, e hanno
tentato di spezzarvi le infiltrazioni palesi e più nascoste, o di
neutralizzarne la rappresentanza dichiarata e manifesta, o più occulta sia tra
gli eletti sia in seno agli apparati amministrativi.
L'elezione diretta dei sindaci ha permesso il rinnovo di numerose
amministrazioni comunali, comprese molte di quelle che erano state sciolte
perché condizionate o infiltrate dalla 'ndrangheta.
Nel corso degli anni Novanta sono stati sciolti 18 consigli comunali. Ancora
prima, nel 1983, era stato sciolto dall'allora presidente della Repubblica
Sandro Pertini il consiglio comunale di Limbadi in provincia di Vibo Valentia
perché era risultato primo degli eletti il latitante Francesco Mancuso, capo
dell'omonima famiglia mafiosa. Questo fatto dimostra la potenza, sin da quegli
anni, dei Mancuso. La famiglia Mancuso, storicamente collegata ai Piromalli di
Gioia Tauro, è quella dominante in tutti i paesi della provincia di Vibo
Valentia con una presenza opprimente soprattutto in vari campi dell'economia
locale che ne è pesantemente condizionata. È una 'ndrangheta radicata, potente
ed in espansione poiché dalla provincia di Vibo Valentia esponenti di rilievo
di questa famiglia sono stati coinvolti e condannati in traffici di droga al
nord Italia e all'estero.
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I dati forniti dal Ministero dell'interno danno il seguente quadro dei comuni
sciolti:
Al momento della prima missione in Calabria, e cioè fino al marzo del 1997,
solo nei comuni di Camini, Melito Porto Salvo, Roccaforte del Greco e Roghudi
c'era ancora una gestione commissariale conseguente allo scioglimento dei
consigli comunali. Alla data del 29 febbraio 2000 risultano ancora sciolti i
comuni di Sinopoli e di Santo Stefano d'Aspromonte.
La maggior parte dei comuni disciolti ricade nella provincia di Reggio Calabria.
Da notare che il consiglio comunale di Melito Porto Salvo è stato sciolto per
ben due volte, nel 1991 e nel 1996: segno della forte influenza che su quel
territorio riesce ad esercitare la 'ndrina al cui vertice c'è Natale Iamonte (8).
La Calabria può vantare l'unico consiglio comunale, quello di S. Andrea
Apostolo sullo Jonio, che, seppure sciolto, è stato successivamente reintegrato
(la sentenza passata in cosa giudicata ha annullato
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i precedenti provvedimenti amministrativi e giudiziari che avevano portato
anche all'arresto del sindaco e di un assessore) (9).
I nuovi sindaci sembrano aver preso coscienza della necessità di contrastare il
fenomeno mafioso e hanno posto in essere una serie di azioni in grado di
limitare e di impedire i rapporti collusivi del passato.
Un significativo mutamento nel comportamento dei sindaci è dato dal fatto che
mentre un tempo, chiamati a testimoniare nei processi, essi negavano la presenza
della 'ndrangheta nel proprio territorio (famoso è rimasto il caso del processo
cosiddetto ai sessanta quando solo due sindaci ebbero il coraggio di
testimoniare (10)), ora molti di loro si costituiscono parte
civile contro le cosche rinviate a giudizio, o in processi di grande rilevanza,
e, per certi aspetti, emblematici, come quello per Gioia Tauro.
Giuseppe Geraci, sindaco di Corigliano Calabro, ha annunciato che il suo comune
si è costituito parte civile nei confronti dei clan coinvolti nell'operazione
Galassia.
All'audizione del 17 marzo 1997 non hanno partecipato i sindaci di Crotone e di
Reggio Calabria le cui amministrazioni sono state elette dopo la visita della
Commissione antimafia.
All'attenzione dei commissari sono stati portati esempi di un contrasto attivo
dei sindaci nei confronti degli uomini delle cosche, e della reazione di questi
ultimi, che si sentivano colpiti dal nuovo comportamento adottato dalle
amministrazioni comunali, soprattutto quelle insediate dopo lo scioglimento
delle precedenti infiltrate dalla 'ndrangheta.
Molti attentati hanno danneggiato edifici comunali o scuole. Gli stessi
amministratori sono stati oggetto di minacce e di varie azioni delittuose che
hanno colpito automobili ed abitazioni private.
Significativo è quanto è accaduto in alcuni comuni: a Locri, dove sono stati
presi di mira dei semplici cittadini; a Stefanaconi, dove sono stati
ripetutamente fatti oggetto di minacce il sindaco Elisabetta Carullo e molti
amministratori; a Polistena, dove il sindaco Girolamo Tripodi ha ricevuto
lettere minatorie; a Rosarno, dove sono state incendiate le scuole; a Seminara,
dove si sono verificati alcuni attentati dopo che il sindaco aveva invitato un
imprenditore che aveva subito dei danni a respingere i ricatti della 'ndrangheta
e a proseguire i lavori; a Reggio Calabria, dove c'è stata la pesante minaccia
contro il sindaco Italo Falcomatà con l'incendio del suo portone di casa che,
solo grazie ad un tempestivo intervento dei vigili del fuoco, non ha prodotto
danni irreparabili alle persone. Una delegazione della Commissione antimafia
guidata dal presidente Ottaviano Del Turco si è immediatamente recata a Reggio
Calabria per incontrare il Comitato provinciale dell'ordine e della sicurezza
pubblica e per portare l'adesione e il saluto unanimi
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della Commissione ad una affollata manifestazione di solidarietà e di
sostegno al sindaco Falcomatà.
Il sindaco di Seminara, Salvatore Cosentino, ha raccontato così la sua
esperienza di amministratore: "proprio il giorno prima della visita del
Capo dello Stato in Calabria un gruppo armato di persone irrompeva in un
cantiere, imponendone la chiusura. Quello che preoccupa è che si trattava di un
cantiere che avrebbe dovuto eseguire lavori di modesta entità che avrebbero
comportato un movimento di denaro di complessivi 100 milioni. Fatto sta che il
cantiere è stato chiuso e i lavori non sono più ripresi: dobbiamo riflettere
attentamente su questo aspetto. Vi è stata una dura reazione da parte delle
amministrazioni locali, vi è stato un interessamento da parte degli organi
preposti, ma non vi sono stati grandi clamori. A settembre ha avuto luogo
un'identica rappresentazione: un gruppo armato ha fatto irruzione in un altro
cantiere imponendone, anche questa volta, la chiusura. In questo caso, però,
alla reazione degli organi istituzionali si è aggiunto qualcosa in più: le
amministrazioni, come è giusto, rivendicavano e rivendicano il diritto di
esercitare il mandato amministrativo loro affidato, ma senza alcun vincolo nei
confronti della mafia, che per lungo tempo ha ritenuto di essere l'elemento
legittimante dei poteri locali. Abbiamo quindi ritenuto opportuno invitare le
imprese, che rappresentano l'anello più debole del sistema, a non piegarsi alla
logica del pizzo. Il giorno successivo, il municipio di Seminara è stato dato
alle fiamme e, dal punto di vista simbolico, questa reazione ha avuto ed ha un
significato particolarmente forte (11). Mi limito infine ad
accennare il noto episodio del 31 dicembre scorso che non credo richieda
ulteriori specificazioni" (12).
Seminara è un piccolo comune. Il raid di fine 1996 ha creato sconcerto e
allarme per la tracotanza e la spavalderia dei mafiosi. Eppure, quello che è
successo fotografa una particolare realtà e pone delle questioni più generali
di cui si è fatto portatore lo stesso sindaco: "che riflessione suggerisce
la circostanza che in una realtà locale, che conta meno di 4.000 abitanti, in
un paio di anni 130 persone siano state imputate per fatti di mafia? Che
riflessione suggerisce il fatto che dal 1995 ad oggi si siano verificati tre
omicidi, di cui uno di un collaboratore di giustizia, e quattro tentati omicidi,
di cui due di
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parenti di collaboratori di giustizia? Che riflessione suggerisce la
circostanza che su 130 imputati moltissimi si collochino fra i giovani di 18-22
anni e che molti siano minorenni? Non so se i dati relativi al comune di
Seminara siano simili a quelli che si riscontrano in altri comuni della
provincia, comunque è nostro dovere riflettere sull'alta percentuale di
giovani, giovanissimi e, in alcuni casi, minorenni fra gli imputati di
associazione mafiosa".
Le parole del sindaco segnalano i guasti prodotti nella convivenza civile e gli
effetti su una struttura sociale caratterizzata da un'alta disoccupazione
giovanile che può alimentare, in mancanza di alternative, il serbatoio della
manovalanza mafiosa. Una situazione altrettanto pesante è stata ricordata dal
dottor Paolo Calvo, prefetto della provincia di Crotone. Secondo questo
funzionario, in un comune "il 70% dei giovanissimi di 12-13 anni è
assoldato dalla mafia per il controllo del territorio, ragazzini che vengono
messi nelle posizioni più disparate per controllare chi entra e chi esce
addirittura dalle caserme dei carabinieri".
È bene chiarire che non c'è rapporto diretto e automatico tra disoccupazione
ed adesione alla mafia - non tutti i giovani disoccupati, per fortuna, finiscono
nelle organizzazioni della mafia -, ma è fuori di dubbio che una politica di
sviluppo insieme ad un governo del mercato del lavoro e del collocamento, in
grado di promuovere l'attuazione del diritto al lavoro e del lavoro
nel diritto, in grado di garantire alle nuove generazioni lavoro, e libertà
sul posto di lavoro, rappresenti un forte incentivo perché molti giovani escano
dalla disperazione e siano sottratti al richiamo mafioso.
Il sindaco di Locri, Giuseppe Lombardo, ha descritto in questi termini la
pesante realtà esistente nel territorio da lui amministrato: "anche a
Locri, purtroppo, esistono gruppi mafiosi molto pericolosi, adusi al crimine.
Essi ritengono che Locri possa divenire una sorta di terra di nessuno nelle mani
della criminalità e della delinquenza. Vorrei ricordare la lunga serie di
attentati e di omicidi registratasi negli ultimi anni, una serie che ancora non
si è interrotta. Purtroppo decine e decine di omicidi sono rimasti impuniti e
questo crea grande preoccupazione anche negli amministratori locali che
finiscono per non trovare collaborazione in una opinione pubblica fortemente
preoccupata. Basti ricordare quanto è successo nella notte di Capodanno:
numerosi imprenditori, professionisti, uomini politici, commercianti sono stati
presi di mira; persone stimate, distintesi in passato per un comportamento
intransigente nei confronti della mafia e della criminalità organizzata, sono
state letteralmente prese di mira. Era ed è il segno che vogliono
riappropriarsi del territorio oggi che l'amministrazione comunale di Locri, ma
ritengo anche le altre amministrazioni comunali della Locride, di tutti i colori
politici, stanno cercando di dare fiducia alla gente, di far riprendere il gusto
di vivere. La delinquenza organizzata di stampo mafioso e la delinquenza comune
hanno sempre fatto, in questa zona, il bello ed il cattivo tempo".
A distanza di alcuni mesi dalla visita della Commissione, l'operazione Primavera
avrebbe dato un quadro ancora più drammatico - se possibile - di quella
realtà, descrivendo con le stesse parole dei
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mafiosi, colte attraverso oculate intercettazioni ambientali e non da
racconti di collaboratori di giustizia, il clima di paura, gli attentati, la
guerra tra i contrapposti schieramenti dei Cordì e dei Cataldo, i rituali, i
gradi della 'ndrangheta, l'interesse dei mafiosi per il voto amministrativo (13).
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Il nuovo atteggiamento dei sindaci ha un valore molto concreto nella lotta
contro la 'ndrangheta perché rompe il muro di omertà e costituisce il terreno
più adatto e il primo indispensabile atto per liberare le amministrazioni
comunali dalla presa mafiosa, ma ha anche un indubbio valore simbolico, assai
pratico anche esso, per tutto quello che il simbolo muove nella società civile.
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Il sindaco di Rosarno, Giuseppe Lavorato, ha fatto osservare ai commissari
dell'antimafia che "un capo mafia che non ha nelle proprie mani il sindaco
è un capo mafia dimezzato nel potere e nel prestigio, è un capo mafia che non
incute più quel terrore necessario per essere padrone del territorio. Quindi la
mafia attacca i comuni per riconquistare
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questa posizione, questa forza e questo prestigio e utilizza tutti i mezzi a
disposizione: la intimidazione forte e, quando questa non basta, il
danneggiamento di tutte le strutture pubbliche per creare disagio nella
popolazione".
Quasi tutti i sindaci si sono anche lamentati del fatto che troppo spesso sono
stati oggetto di numerose indagini da parte dell'autorità giudiziaria per fatti
non ricadenti sotto la loro gestione diretta o per fatti ritenuti marginali e
con richieste reiterate di atti amministrativi che in determinati casi hanno
paralizzato o intralciato l'attività amministrativa.
Giuseppe Aulicino, sindaco di Santa Maria del Cedro, ha descritto quello che è
successo dopo la richiesta di un numero eccessivo di documenti in seguito ad una
indagine della magistratura per presunti reati amministrativi.
Le iniziative della magistratura sono state a volte, indirettamente, o
direttamente provocate dalle stesse organizzazioni mafiose. Questa realtà è
stata denunciata con efficacia dal sindaco di Rosarno: "La mafia utilizza
anche le denunce e gli esposti anonimi perché sa che, attraverso questi
strumenti, si innesca il meccanismo di cui parlava prima il sindaco di Polistena:
indagini nei comuni ad opera della polizia, dei carabinieri, della guardia di
finanza, ispettori che bloccano l'attività dei comuni. Noi governiamo comuni
che hanno ancora apparati burocratici deboli, insufficienti, penetrati dalle
organizzazioni mafiose. Quando a queste difficoltà si aggiunge il fatto che
quotidianamente gli agenti della polizia o, in generale, delle forze dell'ordine
bloccano l'attività degli uffici più importanti, si capisce perché non siamo
in grado neppure di evadere la corrispondenza, non siamo in grado neppure di
intervenire in relazione ai bisogni e alle urgenze quotidiane per la nettezza
urbana, le fognature, la rete idrica e questa incapacità di intervenire e di
dare risposte genera ulteriori denunce, esposti che perpetuano il medesimo
meccanismo. Inoltre, noi amministratori non vogliamo fare da palo agli interessi
mafiosi, neppure coprendo il fatto che vi possono essere delle imprese con tutte
le certificazioni in regola, ma che in realtà nascondono forze criminali e
allora subiamo anche determinazioni che non solo ci espongono
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fisicamente alla reazione della criminalità, ma ci espongono anche sul
terreno giudiziario perché quelle imprese possono far ricorso al TAR, possono
presentare denuncia alla magistratura. Dunque si determina una situazione
paradossale nella quale gli amministratori onesti e corretti che vogliono
veramente tutelare gli interessi delle popolazioni e combattere la mafia sono in
realtà esposti dal punto di vista del pericolo fisico e da quello dell'azione
giudiziaria e penale anche per inadempienze che appartengono ad un passato
remoto: succede, ad esempio, di essere chiamati a rispondere delle condizioni
della rete idrica in relazione a tutto quello che non è stato fatto nei decenni
passati".
Il prefetto di Reggio Calabria, dottor Nunzio Rapisarda, ha sintetizzato così
le novità emerse nelle nuove realtà amministrative: "c'è un mutamento
sostanziale nei 97 comuni di questa provincia, effetto appunto dell'elezione
diretta del sindaco. Si è cominciato a parlare un linguaggio nuovo, che io
esprimerei nei seguenti termini: con molto senso di responsabilità la Calabria
sta voltando pagina - guai a non credere a un'affermazione del genere - nella
misura in cui gli amministratori, a volte da soli, si battono con grande
coraggio per portare avanti un discorso diverso, un progetto di trasparenza e di
rispetto della legalità nelle vicende spicciole di tutti i giorni".
I sindaci hanno sottolineato i problemi concreti che si trovano ad affrontare in
ambienti condizionati dalla presenza mafiosa. Il sindaco di Taurianova, Emilio
Argirorfi, ha raccontato un'esperienza, altamente significativa del clima che si
vive in piccole comunità, quella della "iniziativa di un parroco della
frazione di Amato di Taurianova, una piccola comunità di poche centinaia di
abitanti, avvelenata dalla cultura della mafia e della sopraffazione".
Le parole dei sindaci descrivono il ruolo di supplenza che in determinate
realtà - particolarmente nei piccoli comuni dell'Aspromonte - ha storicamente
avuto la 'ndrangheta la quale è stata capace di presentarsi come
un'organizzazione vicina alla povera gente.
Il sindaco di Cittanova, Francesco Morano, ha raccontato un'altra realtà, ha
parlato delle "difficoltà d'impresa. Con ciò non intendo affermare
soltanto che l'imprenditore del Nord non viene ad investire al Sud, ma anche che
esistono le difficoltà dei nostri imprenditori che, pur avendo voglia di
investire il denaro di cui dispongono, hanno paura a farlo. Nel mio paese cerco
di stimolare i piccoli imprenditori, ma spesso la difficoltà non nasce dalla
scarsa inventiva, ma dalle preoccupazioni e dalle paure che gli stessi hanno
nell'avviare un'attività economica. Le tangenti vengono chieste non soltanto
sui lavori e continua ad esservi il racket, che a volte si manifesta attraverso
i furti, come è accaduto ai danni di alcune aziende agricole di Cittanova e di
Taurianova".
Infine, ci sono stati segnali preoccupanti da parte di qualche sindaco del
vibonese che sembra aver sottovalutato la presenza mafiosa nella sua realtà, e,
in particolare, quello di un sindaco che ha trovato il modo di giustificare il
comportamento di cittadini i quali, di fronte ad un caso di omicidio, hanno
ritenuto di non rendere testimonianza.
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Oppure, comportamenti non sempre positivi di alcuni sindaci della provincia di
Catanzaro. Secondo il questore di Catanzaro, dottor Vittorio Vasquez,
"laddove i sindaci potrebbero aiutare a venire a capo di determinate
situazioni, non abbiamo ricevuto mai da loro alcuno aiuto. Il prefetto ha tenuto
diverse riunioni con associazioni e sindaci: ebbene, nella provincia di
Catanzaro non esiste alcuna associazione antiracket né un'associazione
antiusura. Quando si sono verificati degli atti di intimidazione nei confronti
di amministratori, questi ultimi non hanno fornito alcuna indicazione per
consentirci di capire da chi e perché fosse stato operato l'atto di
intimidazione".
Pur con simili eccezioni e resistenze a fondare il governo del Comune su una
netta discriminante antimafiosa, in generale, le parole dei sindaci segnano un
salto di qualità rispetto al passato, quando molti amministratori si mostravano
silenti rispetto a quello che accadeva nei loro comuni, o, in ogni caso, non
esprimevano in forma pubblica una esplicita polemica contro lo strapotere delle
cosche.
Tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta, sono stati
uccisi alcuni sindaci perché ritenuti dalle cosche non completamente affidabili
oppure un ostacolo. In quel periodo la 'ndrangheta avvertì la necessità di
eliminare anche coloro che, mostratisi acquiescenti nel passato, forse non
avevano fino in fondo assecondato tutti i desideri dei mafiosi. Gli omicidi
mostravano l'apertura di una fase nuova, quella dell'ingresso in prima persona
di uomini della 'ndrangheta nei consigli comunali. Tra i tanti casi che si
potrebbero citare è utile menzionare quelli del 1980. Nel consiglio comunale di
Reggio Calabria fu eletto l'avvocato Giorgio De Stefano e in quello di Gioia
Tauro fecero il loro ingresso parenti diretti di Girolamo Mazzaferro, Giuseppe
Piromalli e Saverio Mammoliti, i mafiosi più potenti della Piana.
L'elevato numero dei comuni sciolti per mafia mostra quanto sia stato penetrante
il condizionamento mafioso sulla vita amministrativa nei due decenni successivi.
I mafiosi hanno sempre ricercato rapporti con amministratori locali e regionali
e con uomini eletti nel Parlamento. Il comune è il primo terreno su cui cercare
e costruire la connessione migliore tra attività economiche e controllo
capillare del territorio.
La storia e gli sbocchi dei rapporti tra 'ndrangheta e politica potrà trovare
una più adatta e più utile collocazione nella proposta relazione della
Commissione sulla 'ndrangheta (14).
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Nella storia della 'ndrangheta il rapporto con uomini politici è stato sempre
utilizzato dai mafiosi per acquistare prestigio e mostrare pubblicamente il loro
potere. La sanzione sociale di tale comportamenti ha fatto sì che, per un lungo
periodo, i rappresentanti politici e delle istituzioni evitassero di avere
frequentazioni pubbliche con i mafiosi. Il riemergere di questi rapporti non
può che essere segnalato come un fatto estremamente allarmante perché
contribuisce a discreditare le istituzioni e a disincentivare le forze dello
stato che, con sacrifici anche di vite umane, stanno conducendo un'efficace
lotta di contrasto alla mafia.
Ostentare dinanzi ad un seggio elettorale il proprio accompagnarsi, perfino
amicale, con un boss mafioso e il partecipare, quale personalità eminente, al
matrimonio della figlia di costui, appare riesumazione di un comportamento
culturalmente e civilmente inaccettabile, che sembrava essere stato messo al
bando dal comune sentire.
Questa duplice circostanza è segnalata da due relazioni, rispettivamente dei
Carabinieri di Reggio Calabria e di Sinopoli (15),
riguardanti il deputato Matacena e il boss Carmine Alvaro, di cui si ricorda
un'estetizzante definizione di 'ndrangheta:
"Io dico una cosa: vedi che la 'ndrangheta è brutta per quelli fuori
'ndrangheta, perché la colpa è sempre nostra! ... La 'ndrangheta è la più
bella cosa! Te lo dico io che è la più bella cosa! Più bella di tutte le
società che esistono al mondo!"
(Così Alvaro Carmine - colloquio intercettato dalla polizia giudiziaria - in
atti del proc. pen. c/o Alvaro Antonio ed altri, n. 112/96 Rgnr DDA Reggio
Calabria).
La fine dei conflitti armati tra le cosche e il diminuito numero degli
omicidi appaiono come il risultato di una precisa scelta strategica
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generale e di un nuovo sistema di relazioni interne ed esterne delle
organizzazioni mafiose, una strategia ed un sistema di relazioni che i recenti
fatti di sangue di Strongoli e di Isola Capo Rizzuto non valgono a cancellare.
La fine della guerra rimane la necessità prevalente della organizzazione. Pax
mafiosa, dunque, e non morte della 'ndrangheta. Essa continua ancora a
manifestare un preoccupante radicamento in parti consistenti del territorio
calabrese. Sono mutate, nel frattempo, le forme in cui essa si organizza, si
esprime e si manifesta. La capacità di adattamento che la 'ndrangheta continua
a manifestare appare ancora più forte della sua notevole capacità militare.
L'attività estorsiva - antica e storica attività mafiosa, molto diffusa in
tutte le zone della Calabria - in provincia di Catanzaro assume caratteristiche
peculiari. Durante l'audizione il prefetto di Catanzaro, dottor Francesco
Stranges, ha fatto notare come la richiesta nei confronti di un commerciante si
aggiri attorno alle 200-300.000 lire, una cifra "più o meno
accettabile". Ciò ha il vantaggio di non compromettere l'attività
economica del commerciante che in questi casi difficilmente è portato a
denunciare. "I mafiosi, non essendo molto esosi, praticano l'estorsione ad
un livello più o meno accettabile; pertanto, è difficile trovare persone
disposte a rivelare le azioni estorsive subite. Sono invece di mano più pesante
nei confronti delle imprese edilizie, anche perché in provincia di Catanzaro
non esistono attività di altro tipo".
In casi del genere l'estorsione ha un relativo, oltre che limitato, valore
economico; si può dire che essa viene portata a termine per affermare il potere
della cosca sul territorio.
Questa considerazione e le notazioni stesse del prefetto prima citate sembrano
trovare conferma nei dati stessi - i più aggiornati, ancorché provvisori, di
cui si disponga: gennaio/ottobre 1998 e gennaio/ottobre 1999 - relativi al basso
numero delle denunce e delle persone denunciate per estorsione: Catanzaro 88
denunce e 59 denunciati per il 1998 e 44 e 68 per il 1999,il numero più alto
per il 1998 e il secondo dopo Cosenza per il 1999 sul totale della Calabria che
va dalle 193 denunce e 181 denunciati (Italia : 2913 e 3376) per il 1998 a 202 e
249 (Italia 3182 e 3704) per il 1999 (16).
L'aggressione mafiosa all'economia calabrese appare molto pesante.
Paradossalmente perfino la 'ndrangheta ha manifestato preoccupazioni per le
conseguenze che una eccessiva aggressione mafiosa può produrre nella
popolazione. L'operazione Primavera riporta un significativo colloquio tra un
mafioso di San Luca, che rappresenta la 'mamma' della 'ndrangheta cioè la 'ndrina
custode delle regole mafiose, e Antonio Cordì di Locri. Nella cittadina c'erano
stati attentati contro esercizi pubblici che avevano determinato un notevole
allarme nella
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popolazione. Il mafioso di San Luca dice a Cordì: "Ma lo sapete perché
sono venuto qua? Totò stai attento che quando l'umanità, quando il popolo vi
va contro perdete quello che avete fatto in questi trent'anni! Lo perdete!...
Quando si buca alla saracinesca, a quello gli bruciano la macchina a quello
un'altra cosa, il popolo incomincia a ribellarsi" (17).
I settori tradizionalmente colpiti dalla presenza invasiva della 'ndrangheta
sono stati quelli dell'edilizia e dell'agricoltura. Ancora oggi questi comparti
dell'economia continuano ad attirare l'attenzione delle cosche.
Il rapporto tra 'ndrangheta ed edilizia è antico; al mondo dell'edilizia la
'ndrangheta ha adattato il classico strumento usato nelle campagne. La
guardiania dai campi si è trasferita ai cantieri funzionando come uno strumento
di selezione e di controllo dei lavoratori edili.
Le cosche si sono frequentemente inserite negli appalti e nei sub appalti. Ciò
sicuramente ha rimpinguato le casse dei mafiosi, ma nel contempo ha fatto sì
che essi stabilissero rapporti, e, a volte, vere e proprie cointeressenze con
gli imprenditori, con il mondo politico, con gli apparati amministrativi.
Questi rapporti, queste vere e proprie cointeressenze tra cosche e imprenditori,
che investono particolarmente l'edilizia, sono stati denunciati anche per il
settore dell'industria in senso stretto. Valga come esempio quanto ha detto alla
Commissione antimafia in dottor Di Iacovo, rappresentante della UIL: "vi
sono fabbriche dove è espressamente visibile la presenza della mafia d'accordo
con gli imprenditori, e queste fabbriche ricevono commesse pubbliche, magari dal
Ministero dell'interno, sulla piana di Gioia Tauro". In particolare:
"c'è una impresa a Gioia Tauro che ha una commessa con il Ministero
dell'interno, attorno alla quale girano ambienti della mafia, della delinquenza
locale che, anche all'interno, hanno assunto degli spezzoni di servizi o di
altre attività".
La normativa antimafia, soprattutto per il modo come è stata applicata, e il
certificato antimafia, soprattutto per come è stato dato o negato e per l'uso
che se ne è fatto, non hanno ottenuto gli effetti sperati. Le critiche a tali
certificazioni sono state molteplici e generali nel corso delle audizioni, in
modo particolare da parte dei sindaci e dei dirigenti sindacali. Ne ha parlato
il sindaco di Siderno, Domenico Panetta, che si è soffermato sui problemi
relativi alla certificazione antimafia per gli appalti: "Detta
certificazione va rivista, attualmente non ha senso, è una perdita di tempo;
essa avrebbe senso se fosse presentata preliminarmente, ma quando sopraggiunge
ad appalto avvenuto comporta, per il comune, soltanto una perdita di due o tre
mesi. Peraltro, se emerge che la ditta aggiudicataria è in odore di mafia,
occorre ripetere tutte le procedure di appalto, con un enorme allungamento dei
tempi. Ed è proprio in queste lungaggini procedurali che si innestano fenomeni
deleteri. Quindi o va rivista preliminarmente
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la certificazione antimafia oppure le ditte, le imprese in odore di mafia
vanno cancellate dall'albo nazionale, per evitare che partecipino agli
appalti".
Spesso una ditta formalmente in possesso dei certificati antimafia nasconde una
cointeressenza mafiosa o una proprietà fittizia posta in capo ad un prestanome.
L'aggiudicazione di una gara di appalto cui segue il sub appalto di parte, e, a
volte, di tutti i lavori, ha sempre lasciato ampi margini alla penetrazione
delle cosche. Il sindaco di Polistena, Girolamo Tripodi, ha detto: "il mio
comune ha deciso di non autorizzare i subappalti che potrebbero essere veicolo
di inquinamento mafioso".
Nella città di Reggio sono stati segnalati, da parte dei rappresentanti
sindacali, casi di appalti di pulizia, perfino gestiti da enti pubblici, che
sarebbero in mano a cosche mafiose.
La dottoressa Liliana Frascà, responsabile della CGIL per il comprensorio di
Reggio Calabria, ha detto: "ormai da anni a Reggio Calabria facciamo una
guerra con le aziende di pulizie o con le aziende che gestiscono le mense nelle
carceri o in altre sedi per il rispetto delle leggi e dei contratti. È
diventata una guerra defatigante e noi non riusciamo a far rispettare le leggi
neanche dagli enti appaltanti, che molto spesso sono Ministeri, per cui ci
troviamo di fronte a grandissime difficoltà nel caso di alcune aziende".
Anche il mondo dell'agricoltura avverte i sintomi di una aggressione da parte
delle cosche.
La presenza di elementi mafiosi è stata segnalata in molti mercati
agroalimentari.
Anche le proprietà terriere sono oggetto di particolare attenzione da parte
delle cosche che mettono in atto una oculata strategia di 'esproprio mafioso' di
alcuni terreni. Significativi sono il caso della baronessa Teresa Cordopatri che
ha dovuto lottare per impedire che i terreni di proprietà della sua famiglia da
molti secoli finissero nelle mani dei Mammoliti e il caso della signora Maria
Giuseppina Cordopatri i cui terreni sono stati oggetto degli appetiti dei
Raso-Albanese.
La Federazione provinciale di Reggio Calabria della Confederazione nazionale
coltivatori diretti ha inviato una nota alla Commissione segnalando che nella
piana di Gioia Tauro e nella Locride la 'ndrangheta ha imposto agli agricoltori
la 'protezione' sulle colture, sul raccolto e sul patrimonio aziendale in
genere.
Si verificano spesso, al fine di imporre la 'protezione' ai più riottosi,
incendi, tagli delle piante, furti, danneggiamenti, ruberie di vario tipo nelle
case coloniche e nelle campagne.
Il direttore regionale della Confagricoltura, dottor Lacquaniti, ha ricordato
che le compagnie di assicurazioni non assicurano più le cisterne dell'olio, i
silos e spesso neanche le macchine agricole. I coltivatori vengono taglieggiati
anche nel periodo di raccolta delle derrate.
La presenza delle famiglie mafiose viene avvertita talora nella produzione e
nella confezione dell'olio di oliva.
Le famiglie mafiose hanno trovato il modo di far avvertire la loro presenza
anche nel campo delle truffe in danno dell'AIMA e della Comunità europea. Si
tratta di crimini finanziari rilevanti perché
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attraverso il sistema delle truffe vengono sottratte svariate centinaia di
miliardi ogni anno. Per attuare questo sistema i mafiosi si avvolgono di
complesse, numerose e articolate complicità.
Il presidente del tribunale di Vibo Valentia, dottor Giuseppe Vitale, ha detto
che molti campi sono coltivati a marijuana utilizzando un sofisticato sistema di
irrigazione: "si è svolto recentemente un processo a carico di tal
Perfidio Giovanni, cognato di Mancuso Francesco, dell'omonima cosca e collegato
con la più potente cosca dei Piromalli di Gioia Tauro. Questo Perfidio
coltivava marijuana nelle campagne di Vibo con l'aiuto di alcuni compaesani e
alcuni extracomunitari, utilizzando un sofisticato sistema di irrigazione
sotterranea simile a quelli utilizzati in Israele. Questa piantagione è stata
individuata per caso, nel corso di una perlustrazione dal nucleo elicotteristi
dei carabinieri, ed era in grado di produrre 7 milioni di dosi. Tenete conto che
una dose costa al dettaglio 10.000 lire e che dunque il valore di questa
piantagione era di 70 miliardi".
La realtà delle coltivazioni a marijuana è presente in molte altre zone della
regione e interessa sia campi privati sia campi appartenenti al demanio
pubblico, come concorre a rappresentare un indice particolarmente significativo,
l'entità del sequestro citato dal Comitato per l'Ordine e la Sicurezza Pubblica
di Reggio Calabria (seduta del novembre 1999) : nel 1999 in Calabria "sono
state sequestrate 74 piantagioni (con ben 600.000 piante) prevalentemente
impiantate (il 92%) su terreni demaniali".
Nella piana di Gioia Tauro il fenomeno delle 'vacche sacre', ossia di mandrie
vaganti sul territorio appartenenti a note famiglie mafiose del luogo, si è
andato notevolmente attenuando mentre un fenomeno analogo si è manifestato sul
Monteporo, a ridosso di Vibo Valentia.
Ancora nelle campagne calabresi l'intermediazione di manodopera e il caporalato
continuano ad essere gli strumenti attraverso i quali la 'ndrangheta cerca di
affermare la sua presenza.
Estorsioni e racket spingono spesso gli imprenditori a non investire, a non
espandere il volume di affari delle loro attività, per paura che aumentino le
richieste da parte delle organizzazioni mafiose. Ciò toglie la possibilità di
creare ricchezza e posti di lavoro con danno enorme per l'economia calabrese.
Molti imprenditori hanno manifestato, in vario modo, paura e preoccupazione;
molti altri hanno manifestato la loro intenzione di abbandonare la Calabria.
Un altro settore particolarmente colpito appare quello del commercio. Sono stati
e sono vari i tentativi di appropriarsi delle attività mercantili legali.
Uno dei sistemi usati per acquisire l'attività commerciale è spesso quello di
pagare lautamente chi "deve" cedere la titolarità del negozio.
La dottoressa Loredana Canova, vice presidente vicario della Confesercenti di
Reggio Calabria, ha denunciato come da circa un quinquennio a questa parte su
corso Garibaldi, che è la via principale della città, i negozi siano via via
passati di mano; due soli nominativi ne avrebbero rilevato le attività pagando
cifre consistenti: "a Reggio Calabria abbiamo la via principale, il corso
Garibaldi, che annovera quasi tutti i negozi più rinomati, di vecchia
tradizione. Stiamo assistendo da diversi anni a questo fenomeno. Chiaramente la
crisi
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economica fa nascere una mancanza di liquidità da parte del proprietario
dell'immobile; ciò può essere imputato anche ad altri fattori - non lo metto
in dubbio - ma comunque di solito il proprietario di immobili su corso Garibaldi
che li affitta non è titolare del negozio che gravita su quella zona.
Improvvisamente si sono verificati degli insediamenti di grandi negozi, la cui
titolarità fa capo soltanto a due o tre nominativi. Abbiamo notato questo
fenomeno 4 o 5 anni fa: due soli nominativi... Quei nomi sono lì, hanno aperto
altri negozi, addirittura mi hanno riferito che qualcuno di questi ha fatto una
spesa di due miliardi di lire per rilevare un'attività commerciale, e paga 13
milioni di affitto. Tenete presente che gli affitti su corso Garibaldi vanno dai
9 ai 15 milioni di lire mensili per negozi di jeans o di abbigliamento spicciolo
e non di oro o di preziosi. Anche se oggi c'è la crisi economica - anch'io ho
un negozio - viene da domandarsi come si possa andare avanti. Quest'anno la
crisi è maggiore e l'economia è in ginocchio. A volte, uno stesso nome rileva
o apre nuovi negozi; a tal riguardo, mi domando solo questo: non si potrebbe
cercare di avviare un'indagine patrimoniale su chiunque ponga in essere nuovi
insediamenti commerciali? Ad esempio, se Canova apre un negozio di 1.000 metri
quadrati, oppure si accolla un affitto come quelli cui ho fatto riferimento
poc'anzi, avrà forse vinto al totocalcio o che altro?".
In questo settore le modalità della 'ndrangheta sono mutate. Non ci sono più
bombe, attentati, incendi. E quando non si affidano, come abbiamo già visto,
alla "forza" del denaro, la appropriazione "forzosa" di una
azienda o la immissione "forzosa" in un esercizio, passano attraverso
una tattica più sottile: telefonate minatorie, minacce di usare violenza
sessuale in danno delle figlie o delle mogli. Si cerca di non colpire duramente
i commercianti e di non danneggiare l'azienda perché la 'ndrangheta ne ha
bisogno per riciclare denaro.
Il dottor Attilio Funaro, vice direttore della Confcommercio di Reggio Calabria
ha spiegato la nuova modalità in questi termini: "i sistemi utilizzati
dalla 'ndrangheta reggina non sono più quelli di dieci anni fa: le taniche di
benzina, la bomba collocata nella macchina che scoppia, i colpi di pistola
contro le saracinesche dei negozi, il rapimento di persona, che fanno ormai
parte di una vecchia tradizione mafiosa. Oggi i sistemi sono molto più sottili.
Come è stato detto, il presidente Diano l'ha patito sulla sua pelle; l'ho
patito anch'io sulla mia famiglia e quindi so che cosa significa ricevere una
telefonata che fa presupporre determinate azioni (e si sa che queste cose
possono succedere, e non c'è bisogno di riferirsi ad altre azioni eclatanti).
Quindi i colpi di pistola e le manifestazioni che assurgono alla cronaca dei
giornali spesso sono l'espressione di una piccola mafietta, del soldato che deve
essere accontentato. I sistemi li conosciamo benissimo: vanno dalla minaccia di
violenza sessuale a carico dei figli o delle mogli, al riuscire ad introdurre un
determinato quantitativo di droga, eccetera (sono centinaia i sistemi studiati
dalla mafia). Comunque bisogna principalmente constatare una cosa: alla mafia
non conviene più colpire in maniera dura le attività commerciali, perché ha
la necessità di riciclare il denaro. In una regione dove il credito è
inesistente, dove esiste il rischio Calabria, dove peraltro non vi sono azioni
di tutela (nel documento che abbiamo consegnato c'è scritto che
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la lotta alla mafia parte dalle piccole cose che potrebbero fare le
amministrazioni per tutelare le aziende commerciali, industriali ed artigiane),
dove è facile acquisire e rilevare la licenza, non conviene distruggere
l'azienda anche perché essa è diventata una banca".
Gli operatori economici rischiano in proprio, rischiano le proprietà e le loro
stesse vite. Il dottor Cesare Diano, presidente dell'associazione industriale di
Reggio Calabria, ha raccontato la sue esperienza in questi termini: "sul
piano personale ho avuto tutte le disgrazie di questo mondo: mi hanno appiccato
incendi, sono stato oggetto di furti, mi hanno fatto esplodere bombe, sono stato
al centro di sparatorie e mi hanno sequestrato un figlio. Sono l'unica persona
che si è costituita parte civile in tutti i processi che si sono svolti contro
i sequestratori con due avvocati: uno per mio figlio e uno per me. Io ho trovato
i sequestratori e li ho consegnati alla polizia. Continuo a lavorare a Lazzaro
senza fare l'eroe, rimanendo nel mio ambito e dando l'esempio in positivo con la
collaborazione della gente che vuole lavorare".
Un documento della Confcommercio di Reggio Calabria acquisito durante la
missione ha fornito i dati di una crescente preoccupazione dei commercianti
circa la pressione soffocante e palpabile della 'ndrangheta in una realtà
provinciale caratterizzata da un sintomatico andamento circa la chiusura delle
aziende e l'apertura di nuove: in un anno chiudono 6.000 aziende e
contestualmente altrettante iniziano l'attività secondo le rilevazioni
dell'istituto CIRM.
La responsabilità del notevole ricorso agli usurai è da tutti attribuito alla
politica adottata dagli istituti di credito. L'usura appare come l'effetto
dell'alto costo del denaro praticato dalle banche nei confronti degli
imprenditori, specialmente della piccola e media impresa. Difficoltà di credito
e interessi altissimi soprattutto per lo scoperto fido inibiscono l'accesso agli
istituti bancari. "C'è una impossibilità di dialogo concreto con gli
istituti bancari" ha affermato il dottor Alessandro Petraglia, presidente
della sezione regionale della Confcommercio di Cosenza.
A Cittanova gli imprenditori hanno trovato il coraggio di denunciare i
responsabili dell'attività usuraia; successivamente si sono trovati in
difficoltà perché le banche non erano più disponibili a concedere la stessa
fiducia accordata in passato, prima della denuncia.
È questa la realtà raccontata dal sindaco di quella cittadina: "Si
ricorre all'usura perché spesso gli istituti di credito tagliano i fondi e
dobbiamo avere il coraggio di denunziarlo con fermezza perché la situazione è
seria: sono dovuto intervenire personalmente presso alcuni direttori di banche
locali. A Taurianova il paradosso è che alcuni imprenditori che hanno avuto il
coraggio di denunziare questa situazione, facendo arrestare e condannare i
propri aguzzini, hanno poi incontrato difficoltà negli anni successivi a
proseguire la loro attività, perché le banche non erano più disposte a
concedere loro la stessa fiducia che gli avevano dato in passato".
Gli artigiani e le piccole e medie imprese non trovano alcuna rispondenza nelle
banche. Lo ha messo in rilievo il dottor Agostino Versace, presidente della
Confcommercio: "le imprese si trovano in grossa difficoltà; non parlo
soltanto delle imprese commerciali, mi
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permetto anche di parlare delle imprese artigiane ed industriali in rapporto
all'usura. Le imprese sono in grossa difficoltà per il semplicissimo problema
che non abbiamo rispondenza da parte del mondo bancario alle richieste che
vengono dalle piccole e dalle medie imprese".
Si sono verificati episodi di coinvolgimento in inchieste penali di esponenti
del mondo bancario che erano in rapporti con uomini della 'ndrangheta. Ne ha
parlato il comandante del gruppo della Guardia di finanza della provincia di
Cosenza Vincenzo Ricci: "abbiamo individuato una cointeressenza di
esponenti del mondo bancario ed imprenditoriale; e soprattutto abbiamo
riscontrato che i fondi provenivano dall'attività della criminalità
organizzata, con il coinvolgimento di personaggi di notevole spicco. Questa è
l'operazione 'usura due', ormai conclusa". Anche il comandante provinciale
dell'arma dei carabinieri Giovanni Nistri ha ricordato il coinvolgimento del
direttore generale di una banca popolare di San Marco Argentano. In provincia di
Cosenza, come ha detto il comandante Ricci, si sono verificati anche molti casi
di fallimento per bancarotta che sono molto sospetti perché possono essere il
veicolo di immissione di denaro di provenienza illecita e criminale.
C'è poi un'altra questione che è stata sollevata sempre dal dottor Versace:
"noi abbiamo il problema dei vari mercati agroalimentari che sono tutti in
mano ad elementi non di grossa mafiosità, ma di piccola mafiosità. È bene che
si sappia e si dica che nella maggioranza dei piccoli operatori vi è
un'infiltrazione mafiosa e 'ndranghetista".
In provincia di Reggio Calabria non ci sono protocolli di intesa tra istituti di
credito e associazioni di categoria, mentre in provincia di Vibo Valentia si è
riusciti a siglare un accordo con alcuni istituti di credito che impegna le
associazioni di categoria a convalidare la serietà del richiedente e l'istituto
bancario a valutare il progetto imprenditoriale più che l'imprenditore.
Il vescovo di Crotone ha istituito un fondo che interviene operativamente a
sostegno delle vittime dell'usura.
Sono molti gli operatori economici che si trovano talmente in difficoltà da
cadere nelle mani dell'usura: fatto questo primo passo, in una fase successiva
sono costretti a cedere la proprietà della propria azienda.
Dall'insieme di queste denunce si evince un inquinamento grave del sistema
bancario fatto per un verso di collusioni e connivenze con le organizzazioni e
gli uomini del riciclaggio e dell'usura e per un altro verso di avversione o
almeno di incomprensione nei confronti dell'imprenditoria sana : un inquinamento
tale da rendere legittima la domanda se lo stereotipo del "rischio
Calabria" sulle banche e per le banche non costituisca un occultamento e
rovesciamento di ben altro rischio : il "rischio banche" per la
Calabria che vuol lavorare e produrre libera dalla mafia. Fondatezza e
consistenza di questa domanda appaiono rafforzate da alcuni dati sul credito in
Calabria e sulle segnalazioni - ovvero omissioni di segnalazione - delle
operazioni sospette, nonché dalla stridente contraddizione tra gli assai
diffusi allarmi per l'usura e il numero irrisorio delle persone denunciate per
questo delitto all'autorità giudiziaria e quello, ancor più
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irrisorio, degli arrestati (da gennaio a dicembre 1999 70 i denunciati e 15
gli arrestati in Calabria - il totale nazionale è di 1115 denunziati e 181
arrestati, di cui 69 su iniziativa della polizia giudiziaria e 112 su iniziativa
della magistratura -: 13 denunciati e 6 arrestati a Catanzaro, 6 e 4 a Cosenza,
0 ( dicasi ZERO) a Crotone (*), 35 e 0 a Reggio Calabria,16 e 5 a Vibo Valentia)
(18).
A determinare una così vistosa sproporzione del numero di denunciati e
arrestati rispetto alla diffusione dell'allarme per l'usura concorrono
fortemente sia l'inadeguatezza del contrasto - fatto dipendere quasi
esclusivamente dalla denuncia e non operato così come sarebbe possibile
attraverso la combinazione di intelligence, indagini patrimoniali,
vigilanza bancaria, uso delle tecnologie, e altri strumenti invasivi - sia le
disfunzioni nella applicazione della normativa antiusura e nella erogazione dei
due fondi della solidarietà e della prevenzione (disfunzioni registrate dal
governo e dal parlamento nel corso del dibattito sul disegno di legge
finanziaria) e il conseguente fenomeno già prima osservato a proposito delle
estorsioni, e cioè quella crisi del rapporto di fiducia tra le vittime e le
Istituzioni, contro la quale, con indirizzi e strumenti nuovi, è ora impegnato
a combattere il Commissario per il coordinamento delle iniziative antiracket e
antiusura.
Altri settori che appaiono in diversa misura interessati da una presenza della
'ndrangheta sono quelli delle discariche e dei rifiuti tossici, della sanità,
del turismo.
Le operazioni giudiziarie più significative in materia di ambiente e territorio
sono in numero sufficiente a rappresentare stretti collegamenti tra l'intervento
diretto o indiretto delle organizzazioni criminali nei business legati ai
diversi momenti del ciclo sui rifiuti e i delitti consumati contro la salute
dell'uomo e contro l'ambiente (in diversi casi anche irreparabili) e alcuni
gravi rischi idrogeologici e sanitari tuttora non rimossi.
Per analisi e valutazioni delle illegalità riscontrate nel governo del ciclo
dei rifiuti in Calabria si rinvia al "rapporto territoriale" che la Commissione
parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad
esso connesse vi ha dedicato, e che è stato approvato il 19 gennaio 2000.
In esso da un lato si trova conferma dei rilievi già avanzati dalla Commissione
di inchiesta della Camera nella XII legislatura, e, dall'altro lato, emergono la
fondatezza e i primi positivi risultati della dichiarazione dello stato di
emergenza per i rifiuti solidi nell'intera regione (formulata dal DPCM del 12
settembre 1997 e reiterata ancora
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per il 1998 e per il 1999), del conferimento al Presidente della Regione, il
21 ottobre 1997, dei poteri straordinari di commissario per la emergenza, e
dell'adozione, nel maggio 1998, del primo strumento di governo del territorio in
questo settore, il "Piano degli interventi di emergenza nel settore dello
smaltimento dei rifiuti solidi urbani e assimilabili".
La rassegna delle attività illecite e delle diverse forme della illegalità
comprende un capitolo specificamente dedicato all'azione della
"criminalità organizzata" che viene valutata come contraddistinta, da
un lato, per l' "influenza diretta e coattiva sulle imprese titolari degli
impianti", e, dall'altro lato, per il controllo dell'attività della
pubblica amministrazione, relativa sia all'affidamento della gestione di
impianti pubblici che alla programmazione dei tempi e dei siti di localizzazione
dei nuovi impianti".
Ai fini di questa relazione un particolare rilievo assumono le conferme delle
nostre acquisizioni in merito all'intervento e al controllo mafioso delle gare
pubbliche. Il rapporto territoriale della Commissione bicamerale sul ciclo dei
rifiuti evidenzia infatti due meccanismi della azione criminale : 1) "la
creazione artificiosa di una serie di società satelliti, tutte riconducibili
all'impresa capofila facente capo al gruppo criminale, in grado di proiettarsi
nelle gare con diversi ribassi percentuali al fine di prevenire le cosiddette
'offerte scheggia' o quelle provenienti da ditte non controllabili in
anticipo"; 2) la conduzione di "un'attenta politica di contatti
finalizzata all'imposizione delle offerte e dei ribassi, sfruttando la propria
potenza economica e la propria posizione dominante. La conseguenza era che
"solo quando tale duplice modus operandi non consentiva di
raggiungere gli esiti prefissati, interveniva l'attività di coazione e minaccia
sugli altri imprenditori del settore, per obbligarli ad una partecipazione alle
gare sottoposta alle condizioni stabilite dall'organizzazione, ovvero al ritiro
dalla gara".
Si ritiene necessario segnalare l'allarme emerso nell'intervento del Presidente
della Provincia di Crotone, dottor Carmine Talarico, il 7 marzo 2000 a Crotone
nell'incontro della Presidenza della Commissione parlamentare antimafia con quel
Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica su elementi non
registrati nel citato approfondito rapporto della Commissione bicamerale sul
ciclo dei rifiuti: gli interessi e gli interventi mafiosi nella costituzione di
società per i rifiuti sia ad Isola Capo Rizzuto sia in una località già nota
nella seconda metà degli anni Ottanta per il ritrovamento di otto bidoni di
Seveso nelle campagne di Cirò Marina, dove quella notorietà viene riproposta
oggi dalla scoperta - sulla quale occorre far piena luce - di un altro bidone.
Così come occorre fare piena luce sull'ipotesi che rimarchevoli stock di
sostanze radioattive siano stati trasportati e stipati in luoghi sotterranei
marini o di ex miniere esistenti nella zona di Cirò.
Per quanto riguarda un altro settore fortemente segnato dall'intervento della
'ndrangheta, la sanità, il rappresentante della CISL del comprensorio di Reggio
Calabria, dottor Luigi Sbarra, ha segnalato possibili infiltrazioni mafiose:
"io voglio segnalare le USL, perché in alcuni ospedali della Calabria ci
sono da 20 anni gli stessi fornitori,
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soprattutto quelli che forniscono la carne. Fate una verifica e vedrete come
in alcune USL in maniera particolare ci sono sempre le solite ditte che
forniscono sempre il solito materiale scadente".
Anche il rappresentante della UIL, dottor Benedetto Di Iacovo, ha posto
l'accento sulla sanità pubblica sollevando un caso preciso: "c'erano due
aziende a Reggio Calabria che producevano materiale farmaceutico: guanti,
siringhe, eccetera. Non sono mai riuscite ad inserirsi nel circuito regionale
della sanità. Esportavano dappertutto, ma alla fine sono state chiuse. Una era
un'azienda della Gepi, quindi una finanziaria di Stato, l'altra la Absit Lamet,
che producevano camici, guanti, siringhe, garze, lenzuola e bende. Nel sistema
sanitario calabrese non è stato mai possibile inserirle; si è preferita la
chiusura. Il sistema calabrese delle USL, e più in generale della sanità
regionale, non ha mai consentito un inserimento di queste aziende".
E ciò sottolinea le evidenti responsabilità del mancato controllo da parte
della Regione Calabria e segnatamente dell'Assessorato alla sanità.
3. La risposta degli apparati dello Stato.
Nel corso delle audizioni è stata affrontato anche la questione degli
organici, dei mezzi e delle tecnologie a disposizione della polizia di Stato,
dei carabinieri e della guardia di finanza.
Nonostante i rilievi critici sollevati da più parti in merito alla mancata
riutilizzazione dell'esercito, la situazione, rispetto al passato, appare in
netto miglioramento soprattutto in provincia di Reggio Calabria e in provincia
di Catanzaro, anche per l'invio di uomini da parte del Ministero dell'interno e
per il mantenimento a Catanzaro delle stesse forze precedentemente impegnate a
controllare il territorio ora ricompreso nelle nuove province di Vibo e di
Crotone.
Il prefetto di Vibo Valentia, dottor Abramo Barillari, ha sollevato la questione
del modo come vengono determinati gli organici delle forze di polizia: "a
mio avviso, non va il sistema con il quale sono determinati gli organici,
perché sono predisposti sulla base di un rapporto con la popolazione, non
tenendo conto della situazione ambientale e locale dal punto di vista, nel caso
di specie, della delinquenza. Quindi, ritengo che il problema degli organici si
ponga in questi termini: modificare il sistema di determinazione e di
assegnazione degli organici in relazione alla situazione locale".
Sono state create nuove strutture da parte della polizia di Stato e dei
carabinieri, soprattutto in provincia di Reggio Calabria, che si sono mostrate
capaci di assicurare un migliore controllo del territorio.
Il questore di Reggio Calabria, dottor Francesco Malvano, ha ricordato l'impegno
già realizzato dal Dipartimento della pubblica sicurezza del Ministero
dell'interno che si è concretizzato con l'invio di 120 uomini da destinare al
controllo del territorio. Ciò ha permesso una riorganizzazione per
"poli" e due nuove squadre mobili distaccate, con sede una a Gioia
Tauro e una a Siderno.
Il colonnello Gennaro Niglio, comandante provinciale dell'Arma dei carabinieri
di Reggio Calabria, ha segnalato che "il Comando
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provinciale dispone di una forza di circa 1.600 uomini, e coordina
nell'articolazione più periferica 91 stazioni; in pratica, vi è quasi una
stazione per ciascun comune, quindi, siamo ad un livello ottimale rispetto alla
media nazionale. A questo dispositivo periferico si aggiungono il reparto
operativo, che a livello di Comando provinciale effettua indagini specializzate,
lo 'squadrone Cacciatori', che è un supporto del Comando Regione per
controllare l'area aspromontana e quindi zone particolarmente impervie, la
sezione anticrimine, la quale pur non dipendendo direttamente dal Comando
Provinciale è un'articolazione periferica del ROS e quindi costituisce
un'interfaccia della Direzione distrettuale antimafia. Ancora a favore della
provincia operano il Noe e il Nas, che chiamo spesso ad operare verso obiettivi
che possono comunque riferirsi alla criminalità organizzata... Abbiamo anche
due squadriglie che operano in zone particolarmente impervie: una sull'area di
Africo, quindi sullo Jonio, e una sull'area di Santa Cristina d'Aspromonte,
cioè sul crinale di quest'ultimo".
Lo stesso coordinamento tra le diverse forze di polizia, appare migliore
rispetto al passato.
Più acute esigenze di uomini sono state rilevate per la provincia di Crotone e
per quella di Cosenza. La questione è stata sollevata ripetutamente sia dai
sindaci del crotonese e del cosentino sia dai responsabili dell'ordine pubblico.
È stato richiesto un adeguamento degli strumenti tecnici in dotazione alle
forze di polizia e la possibilità di utilizzare i mezzi tecnologicamente più
avanzati al fine di incrementare le possibilità di indagine e di migliorare le
qualità del lavoro investigativo.
È stata anche sottolineata la necessità di garantire una rotazione ed un
avvicendamento del personale appartenente alle forze dell'ordine che da troppi
anni risiede nella stessa località.
Ben diversa, grave, e difficile, è, la situazione se si guarda agli organici
della magistratura.
Agli atti della Commissione esiste una copiosa documentazione inviata al CSM
dalle Direzioni distrettuali antimafia di Reggio Calabria e di Catanzaro sulle
condizioni di estrema precarietà e difficoltà degli uffici giudiziari
calabresi.
Numerose relazioni - alcune delle quali sono del CSM - documentano le carenze di
organico, le pendenze giudiziarie, i processi in itinere. Il quadro è
allarmante e risulta pienamente confermato dalle audizioni.
Il problema della giustizia, dell'organizzazione e del funzionamento degli
uffici giudiziari e delle risposte che si dovrebbe riuscire a dare, a cominciare
dalla celebrazione dei processi, è stato posto alla Commissione in numerosi
interventi, e da più parti (e non solo da parte dei magistrati).
Lo Stato deve dimostrare di essere in grado di concludere i processi in tempi
rapidi, di giudicare gli imputati stabilendo con una sentenza se l'imputato è
colpevole dei reati che gli attribuisce l'accusa oppure se è innocente.
C'è una evidente contraddizione: lo Stato ha reagito con determinazione, ha
saputo colpire le cosche mafiose; l'attività di polizia giudiziaria e le
inchieste della magistratura hanno portato in carcere
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o hanno costretto alla latitanza un numero notevole di appartenenti alla
'ndrangheta; si sono avviati accertamenti patrimoniali e si sono cominciati a
colpire i patrimoni mafiosi, arrivando, in diversi casi, fino alla confisca.
Man mano che si sono andati ottenendo questi risultati, si è posto in modo via
via più acuto, fino ad arrivare a situazioni di "emergenza", il
problema della indispensabile celebrazione dei processi: il problema di dotare
gli uffici giudiziari dei mezzi e degli uomini necessari, di superare le
rigidità del passato, di ottenere interventi sul complesso delle strutture
giudiziarie adeguate alla evoluzione quantitativa e qualitativa del fenomeno in
quest'area e alle modificazioni introdotte nella procedura penale e dal già
nuovo codice del 1989 e dalle sentenze della Corte di Cassazione.
La dotazione organica della magistratura calabrese è nettamente sottostimata
rispetto alla qualità dei reati commessi nella regione e soprattutto alla
qualità della presenza di una organizzazione agguerrita, radicata e ramificata
come la 'ndrangheta. Occorre inoltre tenere conto degli effettivi, e assai più
gravosi, carichi di lavoro. L'aumentata azione di contrasto, le
operazioni portate a termine con numerosi arresti, i dibattimenti in processi
con molte decine o addirittura centinaia di imputati hanno determinato una
situazione che appare paradossale: i PM sono costretti a sostenere l'accusa nei
diversi tribunali calabresi e nel contempo a proseguire le indagini su nuovi
fatti criminali e sulle altre notizie di reato nel frattempo pervenute che, il
più spesso riguardano la criminalità organizzata; i giudici, a loro volta,
sono impegnati in più processi di grande rilevanza.
Sono significative le parole pronunciate dal dottor Mariano Lombardi,
responsabile della DDA di Catanzaro: "da noi si è data sempre una certa
rilevanza al momento delle indagini, adesso ci troviamo veramente a terra col
problema dello svolgimento dei processi. Le dirò subito che attualmente una
corte d'assise, a Cosenza, è impegnata da circa un anno in un processo che deve
finire necessariamente il 4 maggio e che si concluderà solamente se il
Presidente riuscirà a forzare la mano a tutti i suoi magistrati e collaboratori
per ottenere che si facciano addirittura quattro o cinque udienze a settimana al
momento del dibattimento. Nel contempo, dinanzi ad un'altra corte d'assise, a
Catanzaro, è iniziato un processo con 191 imputati; per la costituzione di
questo processo c'è stato l'intervento del procuratore nazionale antimafia,
dopodiché si è riusciti a costituire il collegio soltanto attraverso la
disponibilità di un magistrato della procura della Repubblica di Vibo Valentia
e con la richiesta di trasferimento, accolta veramente a tempo di record,
di un altro magistrato della procura distrettuale. Questo vuol dire che a
Cosenza la corte d'assise sarà impegnata fino a maggio e che la corte d'assise
di Catanzaro sarà impegnata per più di un anno a partire dal corrente mese di
marzo. Nel frattempo è in preparazione tutta una serie di processi per
criminalità organizzata, in generale nei tribunali di Rossano e di
Castrovillari, oltre che presso la corte d'assise di Catanzaro, essendo in corso
la fase di inchiesta per un centinaio di altri indagati, dei quali
prevedibilmente un'ottantina di arrestati. Quindi, sulla struttura giudiziaria
graverà un altro grossissimo processo, che imporrà per circa
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un anno ancora il totale impegno della corte d'assise. Aggiungo che le corti
d'assise di Catanzaro ufficialmente sono due; in realtà riescono a frazionare
il lavoro impegnando l'inizio del processo e poi cercando di scaglionarlo, col
risultato che lo stesso potrebbe esaurirsi in cinque udienze ma finisce col
protrarsi per sei o sette mesi per l'impossibilità del giudice di imporre un
carattere più veloce al procedimento. Io stesso sto continuando un processo -
che proseguirà fino alla fine di marzo o l'inizio di aprile - iniziato il 2
agosto, per il quale il presidente della corte d'assise non ha avuto la
possibilità di fissare tre o quattro giorni di seguito quando era necessario
sentire i testi più importanti. Altro esempio: il tribunale di Castrovillari
dal dicembre 1995 all'agosto 1996 ha protratto un processo e il dispositivo
della sentenza è stato emesso ad agosto inoltrato. Si è trattato di un
processo per associazione mafiosa, con tutta una serie di altri reati specifici,
con una frequenza di tre udienze a settimana che sono diventate quattro nella
fase terminale e che hanno completamente assorbito questo tribunale, nel quale
prestavano servizio, oltre al presidente, appena tre giudici. La celebrazione di
questo processo per associazione mafiosa ha avuto conseguenze estremamente
deleterie su tutto il resto del lavoro. La stessa cosa avviene negli altri
tribunali. Il tribunale di Rossano è impegnato in un processo per reato
associativo; lo stesso ha luogo a Catanzaro, dove sia il tribunale sia la corte
d'assise stanno sfornando una quantità enorme di sentenze, con una cadenza
veramente impressionante. Ogni magistrato può esibire delle statistiche in base
alle quali risulta una frequenza da 15 a 20 udienze ogni mese, il che comporta
un impegno notevolissimo, che a sua volta si ripercuote necessariamente nel
dover trascurare gli altri procedimenti ordinari, per i quali le udienze di
rinvio a giudizio arrivano ormai alla fine del 1998, se non all'inizio del
1999".
Alla storica sottovalutazione della 'ndrangheta, che proprio la magistratura ha
dato e continua a dare un rilevante contributo a superare, è seguita una
definizione degli organici della magistratura del tutto burocratica, astratta
rispetto sia alla realtà specifica del contesto mafioso sia ai concreti carichi
di lavoro. Questa situazione non è più sostenibile. È quanto mai urgente che
CSM e Ministero della giustizia - per la parte di loro competenza -
predispongano radicali interventi, non limitati alle sole applicazioni di
magistrati esperti.
Oltre alla questione degli organici dei magistrati, nel corso delle audizioni è
stato sottolineato quanto e come sia carente anche la struttura organizzativa e
amministrativa.
Molti uffici non sono informatizzati; il personale amministrativo e di
cancelleria sembra impossibilitato a fare straordinari.
Ciò costituisce un limite assai grave alle indagini e impedisce di aumentare il
numero delle udienze nei processi in corso presso i tribunali e le corti di
assise.
Queste carenze di mezzi e questi limiti al monte ore di altro personale
colpiscono non solo il settore penale, ma anche quello civile, molto spesso
trascurato e preso in minore considerazione rispetto al primo, nonostante sia
anche esso decisivo per la liberazione del territorio dalla mafia.
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Un dirigente sindacale della CGIL di Reggio Calabria ha segnalato che per una
causa di lavoro si deve attendere fino a sei anni e un dirigente della UIL ha
detto che, avendo impugnato un licenziamento contro l'Ente poste, il pretore ha
fissato l'udienza per l'anno 2002.
Il mancato funzionamento della giustizia civile crea nel rapporto tra cittadini
e Stato rotture che concorrono fortemente a determinare condizioni favorevoli da
un lato a costruire, a organizzare, a imporre il "doppio Stato", e
dall'altro a farvi ricorso per il soddisfacimento dei propri bisogni e per il
riconoscimento dei propri diritti.
Infatti, se lo Stato non riesce ad assicurare giustizia in tempi rapidi c'è
sempre una risposta alternativa che viene data dalla criminalità organizzata.
Sono proprio i dati relativi alla giustizia civile che offrono alle famiglie
mafiose ampi margini e possibilità di assicurare una "giustizia"
alternativa.
In questa situazione nessun giovane magistrato che non sia di origine calabrese
chiede di lavorare in Calabria, e in genere nessun magistrato che opera in
un'altra regione concorre per ricoprire i posti vacanti.
È stata sottolineata anche la connessione tra i tempi molto lunghi dei processi
e il rischio che scadano i termini di custodia cautelare e che molti mafiosi,
prima della sentenza, possano essere scarcerati.
Numerosi interventi hanno posto la questione dei beni mobili e immobili che sono
nella disponibilità dei mafiosi.
La 'ndrangheta non è stata ancora impoverita quanto sarebbe stato non solo
necessario ma anche possibile da consistenti confische dei beni illecitamente o
criminosamente acquisiti. C'è ancora una grandissima ricchezza nascosta. C'è
ancora un forte scarto tra patrimoni individuati e patrimoni indagati, e una
differenza altrettanto rilevante tra patrimoni indagati e patrimoni colpiti.
C'è ancora un notevole divario tra sequestri e confische, probabilmente un
divario ancora maggiore che per altre organizzazioni mafiose.
È stato rilevato dal Presidente del Tribunale di Vibo Valentia che a volte le
indagini patrimoniali fatte dalla polizia giudiziaria sono superficiali; il
procuratore della Repubblica della stessa città ha detto che spesso non c'è la
necessaria attenzione alle misure di prevenzione perché "non sono
spettacolari e non rendono in termini di immagine".
Ancora più netto è stato il giudizio del dottor Boemi che su questo punto - da
lui definito lo "scempio esistente delle misure patrimoniali" - ha
affermato: "Non funziona nulla perché le sezioni delle misure di
prevenzione sono le più 'raccogliticce' d'Italia: si va in misure di
prevenzione o con magistrati giovanissimi o con presidenti facenti funzione. Non
c'è la mentalità, non c'è la vocazione, né nei magistrati né negli organi
inquirenti, tant'è che i questori non danno disposizioni di agire in modo
programmato a tal fine e non vi sono indicazioni a livello nazionale: chi le
vuole fare le fa, chi non crede a questa strategia non ne produce alcuna. Ma,
attenzione, è uno sfacelo perché è una misura di prevenzione che comporta un
enorme costo per lo Stato; molte volte queste opere sono oggetto di
ristrutturazione che costa allo Stato, dopo la confisca definitiva, molto più
che costruire le stesse opere ex novo. Quali miliardi confiscati! In
secondo luogo, mettete mano alla riforma delle misure patrimoniali, perché è
vergognoso che
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ci sia un termine soltanto per le misure di primo grado. Entro due anni le
procure insieme ai tribunali devono decidere se fare o meno la confisca, ma un
termine analogo non c'è per il secondo grado. A Reggio Calabria - ma mi pare di
poter dire a livello nazionale - le misure giacciono nelle corti d'appello, dove
non ci sono né le sezioni né la vocazione, per cui l'adozione di una misura
dura mediamente due anni in primo grado e sei anni in secondo grado, con il
rischio di un possibile annullamento in cassazione. Quanto costa in tal caso
allo Stato la custodia di tali beni? Si tratta di misure assolutamente
improduttive per come sono strutturate".
Il dottor Boemi ha proseguito affermando che "il compito essenziale delle
procure distrettuali nella lotta alla mafia è quello di impoverire
l'organizzazione e non di svolgere i processi. Noi schieriamo il peggio per le
cose più importanti: questa è la realtà!". E sul punto ha concluso
così: "sappiamo che l'unico modo per combattere le cosche è impoverirle.
E noi non stiamo facendo assolutamente nulla in tale direzione".
Eppure, nonostante tutte le difficoltà, anche su questo terreno si cominciano
ad ottenere i primi risultati. Secondo il prefetto Rapisarda, dal 1990 ad oggi
sono stati sequestrati beni per 1.500 miliardi.
Alcuni dati interessanti per la provincia di Reggio Calabria sono stati forniti
dal questore Malvano che ha inviato una copiosa documentazione acquisita agli
atti della Commissione. Il dottor Malvano ha così sintetizzato la sua
attività: "per quanto riguarda l'attività di sequestro dei beni, ho
maturato una certa esperienza a Palermo, Reggio Calabria, Napoli e Catanzaro.
Nell'arco degli ultimi anni ho diretto uffici operativi ed anche l'ufficio delle
misure di prevenzione a Palermo. Ho un'esperienza particolare proprio in tema di
aggressione dei beni illecitamente acquisiti. Negli ultimi sei mesi, da quando
sono qui, abbiamo sequestrato beni per oltre 210 miliardi e confiscato beni per
50 miliardi; altre proposte di sequestro non sono state ancora valutate dai
magistrati. Mi sembra un volume di attività notevole. Il problema è che spesso
al sequestro non segue la confisca, ma non dipende da noi: da parte nostra ci
sforziamo nella conduzione di una attività molto più complessa della semplice
attività investigativa. Molto più facile è arrestare i responsabili di una
estorsione che non scoprire un collegamento tra l'attività del mafioso e
l'illecito arricchimento, specie in questi anni. Non è semplice dimostrare che
i proprietari di un patrimonio sono delle 'teste di legno', mentre chi dispone
della proprietà è un mafioso. In poco tempo siamo riusciti a far cadere delle
teste celebri. Musolino Rocco, che era considerato una persona intoccabile, si
è visto sequestrare un patrimonio di 110 miliardi (19);
proprio questa mattina ho firmato un sequestro di beni per altri 10 miliardi.
Oppure i fratelli Frascati (nomi che ai reggini dicono sicuramente qualcosa)
erano delle personalità intoccabili, titolari di importanti concessionarie di
autovetture oltre che della Parmalat e di un
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bowling: a loro abbiamo sequestrato beni per oltre 100 miliardi.
Abbiamo confiscato beni a Iamonte Natale per 8 miliardi, un capo 'ndrangheta;
abbiamo sequestrato beni ai De Stefano e confiscato beni a Mammoliti
Vincenzo".
In effetti, ben oltre e ben al di là delle cifre, sono importanti i nomi, tutti
di capibastone potenti ed influenti. Colpirli nei patrimoni, oltre che nella
libertà personale, significa intaccarne il prestigio, togliere i mezzi
finanziari che alimentano la cosca e altri circuiti criminali, significa che è
possibile affermare che le organizzazioni mafiose non sono più intoccabili.
I dati relativi ai beni sequestrati e confiscati su decisione della magistratura
e per impulso della questura ci forniscono un panorama di estremo interesse per
il periodo gennaio 1996 - gennaio 2000.
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Questo quadro di sequestri e confische va integrato con i dati, altrettanto
significativi, forniti dall'Arma dei carabinieri:
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Un fatto è certo: finché le famiglie mafiose avranno nella loro disponibilità
enormi capitali, la loro pericolosità non sarà effettivamente diminuita e,
anzi, aumenterà la possibilità non solo di riorganizzazione delle loro forze,
ma di riproduzione allargata del capitale criminale e della conseguente
capacità di condizionamento della società.
L'impoverimento delle famiglie mafiose si conferma come il primario obiettivo
strategico perché non ha solo incidenza e valore economico, ma tocca
l'organizzazione della democrazia e del potere e investe la cultura e il senso
comune dominante nella società civile: togliere i soldi ai mafiosi significa
sottrarre loro potere e prestigio, colpire effetto di padronanza e capacità di
reclutamento, oltre che compiere un atto di giustizia e restituire alla
fruizione sociale, e a servizi civili per la cittadinanza, beni prima sottratti
alla possibilità di sviluppo del territorio, al lavoro e all'impresa.
Che il sequestro e la confisca dei beni siano la preoccupazione principale dei
mafiosi lo dimostra il loro comportamento dinanzi alle misure di prevenzione:
quando sono di carattere personale - come ha fatto notare il dottor Antonio
Lucisano, presidente della sezione penale del Tribunale di Crotone - c'è quasi
disinteresse da parte degli stessi imputati, quando invece sono di carattere
patrimoniale scatta una tenace difesa dei beni posti in discussione.
Ad un commissario che chiedeva come mai la maggioranza dei collaboratori di
giustizia appartenesse prevalentemente allo schieramento di Antonino Imerti, il
responsabile della DIA, dottor Angiolo Pellegrini, ha risposto dicendo che lo
schieramento dei De Stefano, un tempo contrapposto a quello degli Imerti, era
ancora ricco ed era in grado di sostenere economicamente i carcerati e le loro
famiglie e di promettere "una sorta di impunità" anche per i
condannati all'ergastolo: "lo schieramento De Stefano, in particolare il De
Stefano Paolo, negli anni che hanno preceduto la guerra aveva assunto il potere
quasi assoluto sulla città di Reggio Calabria. Quando De Stefano Paolo è
morto, le persone a lui vicine, in particolare l'avvocato De Stefano, che ha
raccolto il bastone del comando durante la guerra di mafia, è riuscito anche,
fino a poco tempo fa, ad assicurare o almeno a promettere ai detenuti del suo
schieramento una sorta di impunità, anche se condannati alla pena
dell'ergastolo, o se già processati in primo grado e condannati a pene molto
elevate. Alcuni detenuti, condannati all'ergastolo con pena definitiva, che
abbiamo contattato e con i quali abbiamo avuto dei colloqui investigativi, ci
hanno detto che sperano sempre nella revisione del processo. In secondo luogo
ciò è dovuto alla consistenza economica dello schieramento De Stefano-Tegano
che, pur uscendo perdente in un certo modo dalla guerra di mafia, era di gran
lunga superiore a quella dell'altro schieramento. Pertanto esso può assicurare
ancora alle famiglie dei latitanti e dei detenuti lo stipendio mensile. L'altro
schieramento, invece, in questi ultimi tempi si trova in grosse difficoltà
nell'assicurare questi stipendi. È proprio di due giorni fa il pentimento di un
altro rilevantissimo appartenente dello schieramento condelliano, il quale ci ha
detto che da oltre due mesi la famiglia non riceve più una lira. I Condello, i
Serraino, gli Imerti hanno grosse difficoltà economiche, che ancora
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non hanno i De Stefano a cui tendiamo, con le nostre indagini, a togliere
quanto più possibile i beni che fanno loro capo".
La 'ndrangheta investe i soldi in Calabria e al di fuori della regione. Le
cosche operanti nelle province di Catanzaro, di Crotone e di Cosenza pare stiano
intensificando i loro investimenti al Nord Italia e soprattutto all'estero, in
particolare in Germania e nei paesi dell'Est con l'evidente intento di occultare
i capitali ed eventualmente farli rientrare in Italia in forma legale.
Il dottor Lombardi ha fotografato la situazione in questi termini: "il
distretto della Corte d'appello di Catanzaro, che comprende quattro provincie,
deve fare i conti con la criminalità calabrese che è un po' particolare in
quanto, sulla base di informazioni assolutamente valide, risulta investire
altrove i propri capitali. Sul nostro territorio non si riscontra quanto è
avvenuto in altre zone del paese, nelle quali sono state evidenziate
accumulazioni di beni in case, terreni e azioni. Nelle nostre province i clan
mafiosi, che certamente vivono di e per i delitti, non possono possedere quelle
quattro cose rinvenute alla luce del sole. Il nostro cavallo di battaglia è il
sequestro, due anni e mezzo fa, di due miliardi di immobili di proprietà del clan
Arena. Come potrà confermare il procuratore della Repubblica di Crotone,
questa operazione è stata particolarmente importante se si tiene conto della
rilevanza di questo clan e delle decine di persone che portano il cognome
Arena. Ritenere che il frutto delle attività illecite perpetrate da questo clan
possa essere consistito solo nei due miliardi sequestrati significherebbe
dimenticare non la logica aristotelica ma la logica elementare. È chiaro che
questa gente investe altrove e sarebbe ingeneroso sostenere che in queste zone
le forze dell'ordine non riescono ad evidenziare i patrimoni illeciti.
Anche il procuratore della repubblica di Crotone ha espresso un concetto simile:
"da noi vi sono persone che vivono nella miseria più assoluta ma che
all'estero possiedono patrimoni enormi, specialmente in Germania, dove risultano
essere proprietari di pizzerie, ristoranti e locali notturni; ne consegue che il
flusso del denaro non si concentra nelle nostre zone, ma viene esportato".
Il questore di Vibo, dottor Sergio Visone, ha detto che indagando su alcune
cosche operanti nel vibonese si è potuto accertare la responsabilità di alcune
banche di Hong Kong, della Mongolia e della Svizzera.
Il procuratore di Locri ha ricordato che in Australia, già negli anni scorsi,
le cosche calabresi responsabili dei sequestri di persona avevano acquistato coi
proventi dei riscatti grandi estensioni di terreni per coltivare canapa indiana.
Il comandante del GICO della Guardia di finanza, maggiore Antonio Ragozzino, ha
segnalato il caso di un appartenente alla cosca dei Piromalli-Molè, attualmente
condannato e detenuto per traffico di stupefacenti, il quale era in grado di
movimentare conti correnti all'estero, in vari paesi europei ed extraeuropei,
per un importo rilevante, per migliaia di miliardi e cioè per cifre
sbalorditive, davvero eccezionali. "Infatti questo dato ci lascia molto
perplessi, ma non si tratta sicuramente di una truffa; intanto perché il
soggetto che è inquadrato formalmente nelle cosche reggine è attualmente
detenuto
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per narcotraffico a livello internazionale; nello stesso tempo è indicato
come elemento in diretto contatto con i cartelli colombiani, capaci di trattare
quantitativi veramente enormi di droga alla volta. Noi abbiamo acquisito varia
documentazione che ci ha permesso di ricostruire operazioni finanziarie
veramente enormi, dell'ordine di migliaia di dollari. Tra l'altro, per dare
un'idea, abbiamo accertato l'esistenza di 120 tonnellate metriche di oro, o
diamanti, o valuta libica, oppure dollari kuwaitiani scambiati contro dollari, e
tutto con procedure bancarie telematiche, che permettono di spostare milioni di
dollari senza che materialmente un cent esca dalle tasche. Abbiamo
individuato i conti correnti all'estero che sono nelle Bahamas, sono nella ex
Unione sovietica, in Russia, sono nella ex Jugoslavia, sono in Austria e col
magistrato abbiamo avviato le rogatorie almeno per richiedere questi conti
correnti. Questo è un dato che ci fa riflettere sulla potenzialità della mafia
e ci lascia capire come gli enormi introiti che giornalmente la mafia incassa
vengono poi impiegati non solo secondo i metodi tradizionali, se pur più sicuri
(cioè ripartire il patrimonio fra vari prestanome in modo che non possa essere
facilmente ricostruito dagli organi investigativi), ma addirittura mandando i
patrimoni direttamente all'estero, soprattutto in quei paesi dove è più facile
gestire e movimentare i conti. Altro aspetto di interesse riguarda le società
finanziarie che operano soprattutto in zone della Calabria, ma che esercitano la
loro attività in forma abusiva. Si tratta di ditte individuali o di società
che non sono iscritte nell'elenco dell'Ufficio italiano dei cambi, e ciò
nonostante esercitino attività finalizzata sostanzialmente all'usura".
In controtendenza alcune cosche di Lamezia Terme le quali pare investano
prevalentemente in sede locale i proventi derivanti dall'usura. Altre ancora,
secondo il prefetto di Catanzaro, utilizzerebbero i supermercati per il
riciclaggio del denaro sporco.
4. Le misure patrimoniali. Un caso esemplare: Rocco Musolino.
La Commissione ha ritenuto necessario di riscontrare, ed ha avuto modo di
individuare atti e documenti più utili a tal fine, le affermazioni già
all'inizio evidenziate dei magistrati di Vibo Valentia e di Reggio Calabria, e
non solo della DDA, sulle misure di prevenzione patrimoniali, e, in particolare
su quello che il dottor Boemi ha definito "uno scempio".
Il riscontro è del tutto positivo. La verifica documentale induce a ritenere
che tale definizione non sia affatto un'iperbole, ne viene messa in luce una
vicenda che ha rilievo non solo in quanto riferita ad un esponente di
particolare spicco nel comando della 'ndrangheta, ma in quanto assume carattere
di emblematicità per le forme e il contesto delle relazioni tra gli interessi
economici mafiosi e una parte degli apparati e degli strumenti stessi del
contrasto nei confronti del capitale criminale.
Il riscontro inoltre è tale da fornire indicazioni e proposte in merito alla
necessaria riconsiderazione e all'indispensabile salto qualitativo dell'azione
sul fronte delle misure di prevenzione patrimoniali.
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Tra gli atti e i numerosi provvedimenti applicativi di misure di prevenzione
personali e patrimoniali, emessi ai sensi della legge 31 maggio 1965, n. 575,
acquisiti nell'ambito dell'inchiesta (20), si è ritenuto
meritevole di approfondimento un caso specifico segnalato alla Commissione nel
corso della missione a Reggio Calabria, e un documento significativo, il decreto
(21) del presidente della Sezione misure di prevenzione del
Tribunale di Reggio Calabria (22) emesso, nei confronti di
Musolino Rocco, nato a Santo Stefano d'Aspromonte l'1 marzo 1927. Il decreto
scaturisce dalla circostanziata proposta (23) del Questore
di Reggio Calabria, Francesco Malvano, insediatosi nell'agosto 1996.
I fatti relativi al Musolino appaiono paradigmatici per vari peculiari aspetti.
In primo luogo, la motivazione del sequestro - muovendo dalla premessa che
"l'intero patrimonio rientrante nella disponibilità del Musolino e della
coniuge Caterina Briganti appare [...] essere intimamente connesso alla
condizione mafiosa del proposto, potendo così essere considerato come il frutto
di attività illecite e, al tempo stesso, il reimpiego delle stesse" -
evidenzia che "in data 4 aprile 1996 la signora Caterina Briganti, quale
procuratrice del marito, ha effettuato per conto del medesimo alcune operazioni
bancarie presso il Monte dei Paschi di Siena (MPS), filiale di Santo Stefano in
Aspromonte estinguendo due certificati di deposito del valore complessivo di
oltre cinque miliardi di lire ed incassando il controvalore quasi interamente in
contanti; l'operazione è avvenuta pochi giorni prima della data in cui il GUP
di Reggio Calabria disponesse il rinvio a giudizio di Musolino nell'ambito del
procedimento n. 46/93 RGNR [cd. operazione Olimpia (24)]".
Le anomalie dell'operazione di liquidazione dei certificati di deposito di Santo
Stefano del 4 aprile 1996 risaltano evidentissime e appaiono meritevoli di una
specifica disanima.
L'interesse a ricercare il contesto economico e finanziario di queste operazioni
é strettamente connesso con la collocazione "ai vertici della 'ndrangheta
reggina (25)" di Rocco Musolino. La sua importanza
nell'ambito di quel sistema criminale viene puntualmente indicata dal questore
proponente e ricostruita nel decreto della Sezione misure di prevenzione del
tribunale di Reggio Calabria del 29
Pag. 62
gennaio 1998 (26), ove, tra l'altro, si legge che il
Musolino avrebbe posseduto rilevanti partecipazioni azionarie nella Banca
Popolare di Reggio Calabria, poi vendute al Monte dei Paschi di Siena, con una
fortissima plusvalenza, e che la titolarità formale di dette azioni sarebbe
stata in realtà frazionata tra undici persone.
Il primo approfondimento ha riguardato proprio la movimentazione di quell'enorme
massa di denaro da parte di Caterina Brigante, coniuge del Musolino, con
l'obiettivo di verificare l'applicazione alla fattispecie della normativa in
tema di segnalazioni di operazioni sospette, ai sensi dell'articolo 3 della
legge 5 luglio 1991, n. 197 in materia di limitazione dell'uso di contante e dei
titoli al portatore nelle transazioni e alla prevenzione dell'utilizzo del
sistema finanziario a scopo di riciclaggio (27).
Sul punto, il Nucleo speciale di polizia valutaria (NPV) della Guardia di
finanza, in riscontro ad una specifica richiesta della Commissione, con nota del
17 marzo 1999 [DOC. 1383], ha posto in evidenza che - dal 1991 fino a quella
data - a carico di Musolino Rocco e Briganti Caterina non risultavano pervenute
segnalazioni di operazioni sospette.
La risposta alla richiesta della Commissione è stata integrata con la
successiva nota del 10 giugno 1999, dove il NPV ha fornito una descrizione più
precisa delle operazioni richiamate nel decreto del Tribunale di Reggio Calabria
(28), riferendo che Briganti Caterina nella sua qualità di
procuratrice del coniuge, aveva estinto in data 4 aprile 1996 il Certificato di
deposito al portatore nr. 9759949 del valore nominale di L. 4.850.000, emesso il
3 ottobre 1994 e avente scadenza il 3 aprile 1996, con rimborso della somma
complessiva di L. 5.390. 087.555 (comprensiva di interessi e al netto della
ritenuta fiscale di legge), prelevando L. 4.000.000.000 in contanti con
banconote a corso legale e accreditando la somma di L. 1.390.087.555 su di un
c/c intestato a Musolino Rocco. Il successivo 11 aprile 1996 la Briganti aveva
poi effettuato il prelevamento di L. 1.500.000.000 mediante un operazione di
cambio di un assegno tratto da quest'ultimo conto corrente.
Il NPV ha precisato altresì che le operazioni indicate erano state oggetto di
segnalazioni alla locale Questura in base all'articolo 3 L. 197/91. Ma tali
segnalazioni non erano mai pervenute al NPV per i relativi approfondimenti di
legge.
Delle avvenute segnalazioni (rispettivamente in data 5 e 11 aprile 1996) si
aveva poi conferma dallo stesso istituto bancario che, con nota
Pag. 63
del 24 maggio 1999 (29), assicurava l'adempimento rituale
dell'obbligo previsto dal citato articolo 3 della legge 197/91, in riferimento
alla previsione contenuta al n. 2.3 degli indici di anomalia previsti dal
cosiddetto decalogo della Banca d'Italia e cioè "rilevanti prelevamenti o
versamenti di contanti, privi di apparente giustificazione anche in relazione
all'attività del cliente (in particolare quando le somme versate vengono
successivamente trasferite entro un breve intervallo di tempo ovvero con
modalità o destinazioni non ricollegabili alla normale attività del
cliente)" (30).
Dalle richiamate segnalazioni si può evincere peraltro che sia il soggetto al
quale si riferisce l'operazione (Briganti Caterina), sia il soggetto per conto
del quale è avvenuta l'operazione (Musolino Rocco) avevano all'epoca
"collegamenti con altri soggetti nella [...] anagrafe della
clientela", tuttavia non coinvolti con le operazioni segnalate: un
particolare importante sul quale di seguito occorrerà ritornare.
Ulteriori e ancor più significativi elementi conoscitivi in ordine a rilevanti
operazioni finanziarie poste in essere da Rocco Musolino e da Caterina Briganti
( o comunque agli stessi riferibili) sono stati desunti dall'esame dei dati
aggregati relativi all'emissione di certificati di deposito nella filiale di
Santo Stefano di Aspromonte del MPS dall'entrata in vigore della legge 197/91 al
marzo 1999, riferiti dall'Ufficio Italiano dei Cambi (UIC) in riscontro ad una
specifica richiesta della Commissione, con nota del 16 aprile 1999.
I dati ottenuti dall'UIC con apposite elaborazioni tratte sia dalla
sottoprocedura contabile certificati di deposito (dal 1991) sia dall'archivio
unico informatico (dal 1993), consentono il collegamento di operazioni di
sottoscrizione/rimborso dei certificati di deposito al portatore ai soggetti
interessati . Da essi si evince sia il complesso delle emissione annuali dei
titoli in esame (nominativi e al portatore) presso la filiale MPS in esame sia
le operazioni riconducibili ai due soggetti sopra indicati.
Tenendo conto delle sole emissioni di certificati di deposito al portatore, è
stato possibile operare un raffronto tra le posizioni espresse dai soggetti in
esame e l'operatività complessiva della filiale, come nella tabella che segue:
Pag. 64
È così possibile visualizzare graficamente per il triennio 1994-1996
l'incidenza della posizione Musolino-Brigante sull'insieme delle emissioni di
certificati di deposito al portatore nella filiale di Santo Stefano in
Aspromonte del Monte dei Paschi di Siena (31).
I collegamenti tra le posizioni Brigante-Musolino e terzi (...hanno
collegamenti con altri soggetti nella [...] anagrafe della clientela", che
tuttavia non sono coinvolti con le operazioni segnalate...) richiama quanto
acquisito circa l'entità e le modalità della partecipazione azionaria del
Musolino nella Banca Popolare di Reggio Calabria, perché, anche in quel
contesto, sembra aver operato attraverso un reticolo di intermediazioni.
L'operazione azionaria del Musolino nella banca reggina viene menzionata nel
citato decreto 4/98 del Tribunale di Reggio Calabria.
I fatti consistono in un acquisto di 33.000 azioni, nel contesto di un
collocamento di nuovi titoli azionari effettuato dalla Banca Popolare di Reggio
Calabria quell'istituto nel 1978.
Pag. 65
In tale circostanza - attesi i vincoli statutari che limitavano a 3.000 azioni
la partecipazione individuale - Musolino Rocco intestò pacchetti di 3.000
azioni ciascuno alle sorelle Musolino Angela, Anna e Domenica, Iolanda, Rosa, al
fratello Musolino Domenico, alla moglie Brigante Caterina, al cognato Brigante
Rocco, alla cognata Freno Francesca, e al cognato Stefano Malara.
Come ha evidenziato il NPV (32), "la rivendita
nell'anno 1986 di tutte le azioni al Monte dei Paschi di Siena, che aveva
incorporato la Banca Popolare di Reggio Calabria, permetteva di realizzare un
corrispettivo di L. 1.336.500.000. Rocco Musolino, negoziati tutti i titoli in
data 4 agosto 1986, effettuò un contestuale versamento per complessive L.
1.215.000.000 sul libretto di deposito a risparmio n. 14694 e il successivo 5
agosto 1986 operò allo stesso modo versandovi la somma residua di L.
121.500.000".
Da quest'ultima circostanza può desumersi la sostanziale riferibilità delle
33.000 azioni a Rocco Musolino, evidentemente elusiva dei limiti previsti dalla
legge al possesso di azioni in banche popolari (33), anche
se ovviamente nessuna comunicazione risulta inviata da Musolino ai sensi
dell'articolo 9 della legge 281/85 (in materia di partecipazione rilevanti al
capitale di banche). Al contrario, la natura fittizia delle intestazioni sembra
essere stata accompagnata da un vigile comportamento dissimulatorio:
all'assemblea straordinaria della Popolare, che deliberò la fusione per
incorporazione nel Monte dei Paschi di Siena, Rocco Musolino presenziò quale
detentore di 3802 azioni e rappresentante della coniuge Caterina Briganti.
Va ricordato che la Banca Popolare di Reggio Calabria era stata sottoposta, dal
10 ottobre 1983 al 19 gennaio 1984, ad accertamenti ispettivi da parte della
vigilanza della Banca d'Italia, conclusisi con un "giudizio complessivo
sfavorevole". Gli accertamenti evidenziavano "una situazione di
accentuata precarietà, caratterizzata da ampie insufficienze
nell'organizzazione e rilevanti manchevolezze nella gestione, oltre che da uno
squilibrio reddituale e da incertezze sull'effettiva consistenza
patrimoniale" (34).
Pare, infine, utile aggiungere che, su proposta della Banca d'Italia, il
Ministro del Tesoro irrogò sanzioni amministrative nei confronti del consiglio
di amministrazione, del Collegio sindacale e del Direttore dell'istituto per
violazione dell'articolo 31 , primo comma, della legge bancaria (errate
segnalazioni all'organo di vigilanza e posizioni di credito in sofferenza non
scritturate a voce propria) e che la stessa Banca d'Italia riferì al
Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria circa
irregolari iniziative nell'erogazione del credito ed anomalie nella negoziazione
di assegni, da parte della direzione,.
Pur nella indiscutibile evidenza di operazioni finanziarie così rilevanti, non
sono state svolte indagini specifiche.
Non può non rilevarsi, infatti, che agli atti del procedimento di prevenzione
acquisiti dalla Commissione, non risulta alcun atto di indagine bancaria
espressamente finalizzato alla ricostruzione
Pag. 66
delle attività finanziarie del Musolino, né all'individuazione dei citati
"rapporti collegati", né alla verifica delle posizioni finanziarie e
patrimoniali dei soggetti coinvolti nell'intestazione delle azioni della Banca
popolare di Reggio Calabria, di quei soggetti del cui patrimonio il Musolino
risulta - per tabulas - aver potuto disporre in tutto o in parte (35).
Questa mancanza di indagini specifiche assume un rilievo ancora più grande se
si tiene nel conto dovuto anche quanto esposto nella relazione dei consulenti
del PM agli atti del procedimento di prevenzione n. 144/96. I consulenti
avvertono: " per potere ricostruire la formazione storica del portafoglio
titoli del sig. Musolino e del suo coniuge, occorrerebbe disporre di tutti gli
estratti periodici dei depositi titoli che in genere gli istituti di credito
accendono al titolare del rapporto finanziario (...). In relazione alla
consistenza degli investimenti effettuati una simile ricostruzione sarebbe molto
complessa e richiederebbe l'esame di tutta la documentazione non disponibile nel
fascicolo (...) (36)".
L'importanza di una puntuale ricostruzione di ulteriori profili del
"sistema" economico e finanziario riconducibile a Musolino è fatta
palese, tra l'altro, dalla circostanza, acquisita agli atti della Commissione e
palesemente anomala, della sottoscrizione presso la filiale MPS di S. Stefano -
in data 16 maggio 1996 - di un certificato di deposito, per l'importo di lire
853.457.196, a nome di Francesca Musolino, sebbene la registrazione in Archivio
Unico Informatico risulti a nome di Caterina Briganti.
La circostanza è, forse, meglio valutabile se si considera che, in data 19
giugno 1996, nell'ambito del procedimento Olimpia, a Rocco Musolino veniva
applicata la misura cautelate della custodia in carcere (37)
per associazione a delinquere di stampo mafioso.
È quindi da ritenere possibile - e comunque meritevole di approfondita verifica
- che tale intestazione anomala, come pure le operazioni miliardarie
condotte dalla Brigante nell'aprile del 1996, siano state effettuate "per
attribuire fittiziamente ad altri la titolarità di denaro, beni o altre
utilità al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di
prevenzione patrimoniali ovvero di agevolare la commissione di uno dei delitti
di cui agli articolo 648 (ricettazione), 648 bis e 648 ter
(riciclaggio e impiego) del codice penale", come espressamente previsto
dall'articolo 12 quinquies della legge 7 agosto 1992, n. 356 (38).
È inoltre risultato che Rocco Musolino eseguì un'operazione di sottoscrizione
di un certificato di deposito di lire 520.000.000, l'1 aprile 1993, per conto di
tale Malara Michele e, nello stesso giorno, un'altra
Pag. 67
sottoscrizione, per l'importo di lire 1.675.000.000, per conto di Francesco
Musolino.
Restano ancora da chiarire i rapporti tra Rocco Musolino e il nominato Michele
Malara. La motivazione del decreto (39) richiama l'ordinanza
cautelare emessa dal GIP di Reggio Calabria in data 18 dicembre 1997 nei
confronti di Musolino Rocco, Malara Francesco, nella sua qualità di Sindaco di
Santo Stefano in Aspromonte, Anversa Sergio Antonio, in quella di segretario
comunale, e Poeta Giuseppe, in quella di responsabile dell'ufficio tecnico
comunale, nell'ambito del procedimento penale n. 117/97 della Direzione
distrettuale antimafia di Reggio Calabria, per concorso in concussione
continuata, aggravata per aver commesso il fatto allo scopo di agevolare
l'associazione mafiosa facente capo a Piromalli Giuseppe, imputato del delitto
di cui all'articolo 416 bis c.p. (nei territori di S. Stefano in
Aspromonte, il 15 maggio 1996, e di Gioia Tauro, nell'ottobre 1996).
In questa ordinanza, acquisita agli atti della Commissione (40),
il Musolino è descritto quale promotore dei delitti contestati, legato da
cointeressenze economiche con il nipote Francesco Malara, sindaco di S. Stefano
in Aspromonte (41).
Un altro nipote del Musolino, tale ragionier Marcello Malara, compare agli atti
del procedimento di prevenzione come consulente dell'azienda in sequestro
"per quel che riguarda il rispetto della normativa giuslavoristica".
Gli amministratori giudiziari Luigi Tassone, Antonio Labate e Bernardo Femia non
hanno motivo di revocare l'incarico originariamente affidato al Malara dal
Musolino "in considerazione della professionalità e della correttezza
dimostrata"., come si evince dalla relazione del 14 aprile 1997 ex articolo
2 septies, comma 2, legge 575/65 (42).
A tal proposito val la pena di ricordare che, con la medesima motivazione, gli
amministratori giudiziari del patrimonio sequestrato al Musolino hanno ritenuto
di non revocare l'incarico da quest'ultimo affidato al dottore commercialista
Demetrio Turiano. Ma, come emerge dalle conclusioni del pubblico ministero nel
procedimento di prevenzione dinanzi al tribunale di Reggio Calabria (43)
e dalla stessa motivazione del decreto 4/98, "a seguito della consulenza Di
Fresco [depositata dal P.M.], la difesa ha inteso indagare ulteriormente sul
contenuto della stessa e più in generale, sul tema del rapporto tra redditi
prodotti dal Musolino e valore del suo patrimonio" e, a tal proposito,
" si è servita di una consulenza redatta dal dr. Demetrio Turiano"
per confutare il senso generale del lavoro dei consulenti del PM (44).
Pag. 67
Non si dispone ancora di elementi specifici in ordine ai contenuti della
collaborazione prestata del professionista al Musolino in epoca anteriore ai
sequestri che determinarono la nomina degli amministratori giudiziari ex
articolo 2 sexies l. 31 maggio 1965, n. 575. Né si conosce per quanto
tempo il Turiano ha continuato a prestare la propria collaborazione agli
amministratori giudiziari.
Al di fuori di improbabili ipotesi di omonimia, appare a dir poco singolare la
"evoluzione" del ruolo del commercialista di Musolino, da
collaboratore degli amministratori giudiziari a consulente di parte
nell'interesse del Musolino stesso. E sono inevitabili e ineludibili le domande
sul ruolo che Musolino abbia potuto avere nel determinare, direttamente o
indirettamente, questa singolare "evoluzione", soprattutto se si tiene
conto della ratio della normativa in tema di amministrazione giudiziaria,
orientata a evitare qualunque ipotesi di interferenza o di conflitto di
interessi (articolo 2 sexies comma 4 l. 31 maggio 1965, n. 575).
La scelta del legislatore in tema di incompatibilità degli amministratori trova
il suo fondamento nello specifico ruolo che la legge assegna a questi ultimi: da
un lato riferire sullo stato e sulla consistenza dei beni sequestrati e
sull'amministrazione dei medesimi, dall'altro segnalare al giudice delegato
l'esistenza di altri beni che potrebbero formare oggetto di sequestro, di cui
siano venuti a conoscenza nel corso della gestione.
Tale dovere di segnalazione (destinato ad integrarsi con il potere del tribunale
di compiere le "ulteriori indagini", previsto dall'articolo 2 ter l.cit.)
dovrebbe comportare, in primo luogo, la diligente quantificazione e
qualificazione del complesso delle attività facenti capo al soggetto raggiunto
dalla misura cautelare, e quindi l'esatta ricostruzione della sua situazione
contabile, finanziaria e patrimoniale.
Se, nella materia della prevenzione patrimoniale, tali considerazioni assumono
portata generale, nella fattispecie in esame esse vanno riferite a elementi
concreti ed obiettivi, quali ad esempio l'attività di costruttore intrapresa
dal Musolino in società con il germano Domenico (oggetto della perizia del
geometra Quattrone, prodotta dalla difesa (45) e,
soprattutto, i risultati di un'attività di controllo fiscale condotta dalla
Guardia di finanza.
Infatti, già nel settembre 1985 - come fa rilevare il decreto n.4/98 più volte
citato - in base alla legge Rognoni-La Torre, il nucleo di polizia tributaria
aveva trasmesso al questore di Reggio Calabria una nota informativa evidenziando
che "dall'esame degli elementi acquisiti e in relazione all'attività
svolta e ai redditi prodotti da Musolino Rocco (...) l'incremento patrimoniale
non trova(va( giustificazione con le attività palesi esercitate... (46)".
Ma perché il potere di proposta di applicazione di misura di prevenzione
personale e patrimoniale fosse esercitato, dovettero passare più di dieci anni.
Questa rottura con il passato, come si visto, avvenne nell'agosto del 1996 ad
opera del questore Malvano. La si può considerare una di quelle novità
positive che sono state evidenziate nella prima parte della relazione.
Pag. 69
Nel giugno 1995, l'A.G. reggina applica al Musolino la custodia cautelare per
un'imputazione di partecipazione ad associazione mafiosa.
Questo provvedimento viene annullato dal tribunale del riesame il 21 agosto
dello stesso anno, con una motivazione che, tra l'altro, rileva come dagli
accertamenti patrimoniali effettuati dalla Guardia di finanza non erano emersi
elementi che potessero far collegare la considerevole ricchezza economica del
Musolino ad attività illecite.
La pronuncia del tribunale del riesame in questione viene a sua volta annullata
dalla Corte di Cassazione.
La sezione misure di prevenzione del tribunale di Reggio Calabria richiama nel
proprio decreto (47) alcune parti della motivazione del
provvedimento del 21 agosto 1995 del tribunale del riesame favorevole al
Musolino: su istanza presentata il 21 luglio, riguardante il riesame avverso
l'ordinanza del GUP datata 19 giugno - con la quale si applicava al Musolino la
misura coercitiva della custodia cautelare in carcere nell'ambito del citato
procedimento n 46/93 DDA, la sezione feriale del tribunale di Reggio Calabria,
con l'ordinanza 739 P/1995 R.T.L. (48) annullava "per
mancanza dei presupposti applicativi" il predetto provvedimento restrittivo
ordinando l'immediata liberazione del prevenuto, se non detenuto per altra
causa.
La Sezione feriale osservava che gli elementi di accusa a carico dell'indagato
erano stati desunti essenzialmente dalle dichiarazioni accusatorie e chiamate in
correità di collaboratori di giustizia, e concludeva per l'assenza degli
"estremi per una valutazione in termini di gravità indiziaria
relativamente ai fatti criminosi addebitati". Testualmente: "per
quanto concerne il reato associativo, [riteneva] il tribunale che da un'attenta
lettura delle dichiarazioni che riguardano il Musolino, si desume che non si è
propriamente in presenza ( ... ) della convergenza di accuse idonee a
rappresentare un quadro gravemente indiziario.
Esaminando le dichiarazioni rese dalla Di Giovine, appare evidente che le stesse
consistono in maggior parte di sensazioni emotive comunicategli dallo zio
allorquando parlava di Musolino Rocco (...). La totale assenza nel narrato della
collaboratrice di fatti storicamente individuabili ( e perciò controllabili),
in uno con la natura mediata del racconto (...) impediscono un giudizio di
attendibilità idoneo a farle assumere il ruolo di riscontro a quanto dichiarato
dal Lauro.
Passando alle dichiarazioni di Lauro, il ruolo di capo della famiglia mafiosa di
appartenenza attribuito al Musolino, non può dirsi adeguatamente riscontrato
dall'accertato carisma di cui l'indagato è portatore nella zona in cui vive,
giacché tale dote non è esclusivamente collegabile alla appartenenza ad un
contesto mafioso, neppure in una zona intrisa di subcultura mafiosa: argomentare
diversamente comporterebbe una eccessiva valorizzazione del dato sociologico,
occorrendo invece spostare l'attenzione su episodi storicamente individuabili
realmente sintomatici di mafiosità.
La valutazione delle dichiarazioni accusatorie, appena esplicitata, il Collegio
la deve necessariamente trarre a fronte delle argomentazioni,
Pag. 70
di segno contrario alle accuse. offerte dalla difesa alla odierna udienza e
documentate (...) sia da provvedimenti giurisdizionali (...), sia da
provvedimenti amministrativi quale il rilascio del porto di pistola (...), sia
dalla relazione della Guardia di finanza (49) che sottolinea
che dagli accertamenti effettuati non emerge alcunché che possa far ritenere la
considerevole ricchezza economica del Musolino collegata ad attività illecite
...".
Questa ordinanza non costituisce un reperto essenziale per la ricostruzione dei
fatti - essendo peraltro stata annullata dalla Corte di Cassazione -, ma
consente di approfondire taluni particolari, come ad esempio le vicende
"amministrative" degli accertamenti della Guardia di finanza e del
rilascio al Musolino della licenza di porto di arma.
Per quanto attiene ai risultati dell'azione investigativa della Guardia di
finanza, appare di tutta evidenza il contrasto tra i contenuti dell'informativa
richiamata dalla Sezione feriale e quanto posto in risalto dalla Polizia
Tributaria nella nota al questore di Reggio Calabria già nel 1985.
Come si è visto la situazione bancaria e patrimoniale di Musolino Rocco fu
oggetto, nel settembre del 1985, di un accertamento del Nucleo di Polizia
tributaria di Reggio Calabria della Guardia di finanza.
Con la nota 307/R/773 di schedario, a firma il cap. Antonio Giordano trasmette
al questore di Reggio Calabria una informativa (redatta ai sensi dell'articolo
14 della legge 13 settembre 1982, n. 646) con elementi relativi alla situazione
bancaria e patrimoniale del Musolino e del suo nucleo familiare, iniziativa
finalizzata alla proposta di applicazione di una misura di prevenzione e di
sequestro dei beni ai sensi dell'art 3 della legge 27 dicembre 1956, n. 1423 e
degli artt. 2 ter della legge 31 maggio 1965, n. 575 (50).
Ma l'iniziativa della Polizia Tributaria non consegue effetti.
La questura di Reggio Calabria (51) - nel gennaio 1986 -
scrive che i germani Musolino [Rocco cl. 1927 e Domenico, cl. 1933] "possiedono
un cospicuo patrimonio immobiliare, oltre a gestire attività quale quella
industriale boschiva e di autotrasportatore, con volume di affari per miliardi
di lire. La situazione bancaria stessa è peraltro indice del grosso movimento
di denaro che i Musolino da anni gestiscono tramite le varie banche cittadine
.... Ovviamente tale cospicua situazione patrimoniale potrebbe risultare
interessante sotto il profilo dell'incremento patrimoniale dovuto alla
conduzione di attività illecite (...) o quanto meno sotto il profilo di un
inserimento più o meno costante in una organizzazione criminale di stampo
mafioso in parallelo o quanto meno sotto il profilo di un inserimento più o
meno costante in una organizzazione criminale di stampo mafioso, ove ciò fosse
constatato. Tali dati, però, mancano, e vengono vanificati i presupposti di una
proposta ex nota legge dallo stato dei fascicoli a 2o delle due
persone interessate, in cui manca il minimo appiglio per attestare che gli
stessi sono stati validamente inseriti
Pag. 71
in organizzazione mafiosa o quantomeno dalla stessa affiancati e
confortati nelle loro molteplici attività lavorative ..." (52).
È difficile trovare il fondamento della tesi con cui l'ufficio Misure di
Prevenzione della Questura di Reggio Calabria (del 16 gennaio 1986) ha sostenuto
la mancanza di qualsiasi "appiglio" idoneo a giustificare iniziative
di prevenzione nei confronti del Musolino, tanto più che questi era stato già
coinvolto nell'omicidio di Giorgio De Stefano (germano del notissimo capomafia
Paolo De Stefano) ed era notoriamente collegato ad importanti esponenti della
'ndrangheta dell'Aspromonte.
Gli stessi gravi interrogativi scaturiscono dalle vicende della diffida di
pubblica sicurezza, irrogata al Musolino in data 16 marzo 1976 e successivamente
revocata il 24 ottobre 1976 .
E ancora di nuovo irrogata il 30 ottobre 1978.
In quest'ultima occasione la diffida venne annullata con sentenza del TAR di
Reggio Calabria.
Il provvedimento in questione, risalente al 16 ottobre 1979, segue l'ordinanza
n. 36 adottata dallo stesso TAR nella camera di consiglio del 13 marzo 1979 di
rigetto della domanda di sospensione dell'esecuzione dell'atto impugnato
proposta dal Musolino. La motivazione della sentenza dell'ottobre del 1979
evidenzia che pur avendo il Musolino "regolarmente notificato il ricorso in
esame all'organo emanante l'atto impugnato" l'amministrazione dell'Interno
non si era costituita in giudizio. E osserva che " tale comportamento
volutamente passivo dell'amministrazione convenuta lascia quanto meno il dubbio
che il Questore di Reggio Calabria, sollecitato dalla notifica del ricorso
proposto dal Musolino Rocco, abbia disposto in merito nuovi ed approfonditi
accertamenti che lo hanno indotto a ritenere fondate le lamentele sollevate in
questa sede dal ricorrente. Pertanto il tribunale accoglie il primo motivo di
ricorso in esame ...".
Sul punto della contumacia giova ricordare che, il 15 dicembre 1979 l'Avvocato
distrettuale dello Stato, trasmette al questore di Reggio Calabria copia della
decisione definitiva emessa dal TAR, e precisa che l'avvocatura non era stata
interessata della causa.
E, sempre a proposito di tale revoca, nel 1995, il Centro operativo di Reggio
Calabria della DIA, afferma - nel contesto di una ricostruzione del profilo
criminale del Musolino - che "... anche la revoca da parte del TAR della
diffida irrogatagli dal questore è un indicatore evidente della sua capacità
manovriera nel settore della pubblica amministrazione".
Anche a prescindere da queste ultime specifiche vicende, non può non rilevarsi
la prospettiva completamente diversa seguita dal questore Malvano nella
richiesta di applicazione di misura di prevenzione personale e reale del
novembre 1996. Il Musolino vi è descritto come "figura carismatica della
'ndrangheta calabrese, prototipo dell'uomo d'onore secondo l'etica mafiosa,
(...) che del capomafia possiede tutti i requisiti: l'intelligenza unita ad una
notevole capacità delinquenziale, abilmente dissimulata attraverso la creazione
di una identità fittizia di persona onesta e laboriosa, lungi dal rimanere
coinvolta in vicende giudiziarie che possano appannare tale immagine (...)
l'impalcatura costruita ad arte dal Musolino, a difesa della sua reale
condizione di
Pag. 72
rappresentante della mafia, ha potuto reggere pur con qualche crepa, fino
alle recenti indagini sfociate nella maxi operazione Olimpia".
Nel ricostruire la personalità del Musolino, il questore Malvano rivisita atti
e documenti a disposizione della Questura di Reggio Calabria per giungere a
conclusioni diametralmente opposte a quelle del 1986.
Nella proposta del 1996 è scritto che "scorrendo gli atti di polizia si
può evincere che sin dal lontano 1958 il Musolino è segnalato come sospetto
appartenente alla criminalità locale, tanto da venire diffidato in data 19
febbraio 1976 (...).
I sospetti sul Musolino assumono valenza indiziaria quando questi, in società
con i noti pregiudicati Gioffré Francesco Antonio, nato a Sinopoli il 20
gennaio 1921, inteso "Brachetta" e "Don" Ciccio Serraino,
inteso "il re della montagna" (entrambi uccisi nel corso della guerra
di mafia) costituisce un'impresa per la lavorazione del legno che in poco tempo
soppianta le altre piccole industrie boschive di Santo Stefano in Aspromonte
(...).
L'amicizia con i due grossi personaggi della 'ndrangheta, rafforzata dalla
comunanza di interessi economici, e palesemente sintomatica dell'inserimento del
Musolino in una organizzazione di tipo criminoso, della quale, peraltro, è
impensabile sostenere che egli si sia potuto successivamente dissociare atteso
il carattere indefettibile delle organizzazioni mafiose calabresi. (...) È
lecito opinare, infatti, che l'attività costituita dal prevenuto unitamente al
Serraino e al Gioffré avesse potuto avere un così rapido e fiorente sviluppo
solo perché i predetti potevano avvalersi di "capitali" illecitamente
guadagnati e riciclati nonché della forza intimidatrice derivante dal vincolo
mafioso con cui potevano assoggettare le loro vittime".
Quindi, se vennero addirittura trascurati documenti certamente agli atti di
quell'ufficio, non è possibile trarre giudizio diverso da quella di uno
"sviamento" dell'azione della Questura di Reggio Calabria nel 1986.
Uno sviamento o un più grande inquinamento? L'interrogativo si pone per la
gravità dei fatti. Nel 1984, il questore di Reggio, dr. Toscano, ordinò
accertamenti in ordine al contenuto di un circostanziato esposto sui profili
patrimoniali delle attività criminali dei Musolino, delegandoli al
commissariato di Villa San Giovanni, alla locale squadra mobile, e, ai sensi
della legge Rognoni-La Torre, alla Polizia tributaria. Ma, a distanza di un
anno, fu costretto a reiterare le sue richieste agli uffici dipendenti. Qualcosa
di veramente anomalo dovette verificarsi se, sulla copia della nota n. 2178 del
9 febbraio 1984, risulta l'appunto autografo "a me il 31 gennaio 1985 ...
rinvenuto negli scaffali del corridoio! ...". In base agli atti acquisiti
dalla Commissione Antimafia, si può affermare che non vi è traccia della
risposta della squadra mobile alla richiesta del questore.
L'esposto in questione risulta indirizzato nel gennaio del 1984 anche alla
Procura di Reggio Calabria.
In conclusione, le valutazioni espresse dall'autorità di provinciale di Reggio
Calabria nel 1986 dovettero essere sensibilmente fuorviate, se vennero
addirittura trascurati documenti certamente agli atti di quell'ufficio.
Pag. 73
Tra gli atti più significativi a dipsosizione della questura di Reggio Calabria
va considerato il decreto di applicazione di misure di prevenzione n. 53/83 del
Tribunale di Reggio Calabria (53) nei confronti di Serraino
Francesco, ove, ricostruiti i precedenti di polizia, si individua il suo ruolo
"tra vecchia e nuova mafia", segnato dal fatto che egli aveva
conservato della prima "il tradizionale settore di influenza
agricolo-boschiva che, dopo avere con violenze e prevaricazioni assoggettato al
suo monopolio esclusivo, controllava oramai incontrastato sotto l'apparente
abito di uomo di "ordine", ossequioso della legge e dell'Autorità
(...)", mentre della seconda aveva acquisito "i metodi di gestione
manageriale degli affari, spogli di ogni sentimentalismo, propri della mafia
degli appalti".
La motivazione del provvedimento richiama la frequentazione del prevenuto con
tali Musolino Rocco e Gioffré Francescantonio "personaggi - a parere del
questore - della sua stessa risma, che esercitavano il predominio mafioso
rispettivamente in S. Stefano di Aspromonte e Sinopoli ...".
La politica seguita dalla questura di Reggio Calabria nel 1986 è ancor più
evidenziata dalle vicende relative al rilascio di licenza di porto d'arma. Anche
in questo caso, nonostante che il prefetto di Reggio Calabria il 2 dicembre 1985
avesse rigettato la domanda di rinnovo. la questura esprime il 14 ottobre 1986
parere favorevole al rilascio.
Ma è necessario anche ricordare che risale allo stesso 1986 la sentenza del TAR
di Reggio Calabria che annulla il provvedimento prefettizio di diniego del
rinnovo della licenza di porto di pistola.
Sicché nello stesso anno si registrano due pronunzie del TAR adito per ottenere
l'annullamento dei provvedimenti di polizia a carico del Musolino.
Anche nell'ambito dell'attuale procedimento per l'applicazione a carico del
Musolino per l'applicazione di misure patrimoniali si evidenziano criticità.
Quanto al patrimonio immobiliare va rileva la carenza delle informazioni in
ordine alla "stima con procedimento analitico" delle unità
immobiliari facenti parte del fabbricato a 6 piani f.t. e cantinato, sito in
Reggio Calabria alla via Manfroce, traversa privata n. 93 Infatti, nella
relazione degli amministratori giudiziari si legge che " il diritto di
proprietà vantato dal sig. Musolino Rocco sugli immobili ancora in
comproprietà con il Priolo è pari al 50%" (54).
Null'altro è riferito in ordine alle circostanze da cui tale comunione deriva,
né vengono forniti ulteriori elementi sui rapporti correnti con tale Priolo.
Dall'esame della relazione degli amministratori non si evince alcun elemento per
identificare il Priolo, che potrebbe apparire socio, forse occulto,
nell'attività di impresa edilizia riconducibile ai germani Musolino.
Pag. 74
Va anche osservato che nella ricostruzione del patrimonio immobiliare non
risultano acquisiti elementi idonei a determinare le parti degli eventuali
rapporti di locazione afferenti all'immobile ubicato in Reggio Calabria e le
modalità di contabilizzazione delle vendite di unità immobiliari.
Ulteriori atti a disposizione della Commissione evidenziano un'attività
finanziaria riconducibile al Musolino, consistente nell'elargizione di mutui a
terzi, anche per importi assai considerevoli.
La circostanza, riferita all'Autorità giudiziaria di Reggio Calabria dal notaio
Pietro Marrapodi, fa ritenere che il Musolino può avere utilizzato anche in
questo settore parte delle proprie imponenti risorse finanziarie.
Ma di tali attività non vi è traccia nell'ambito della ricostruzione del
patrimonio del Musolino, mentre un puntuale vaglio di quest'ulteriore profilo
della sua posizione appare necessario nello sviluppo dell'attività di inchiesta
della Commissione, tenuto conto del contesto in cui i fatti vennero riferiti e
della particolare circostanza che tra i beneficiari di prestiti risulta indicato
il fratello di Guido NERI, all'epoca alto magistrato reggino (55).
Né si rilevano tracce delle vicende relative alla partecipazione del Musolino
al "Comitato promotore della Banca Popolare Europea", sorto il 23
settembre 1994 al fine di realizzare i requisiti previsti per la costituzione
della banca stessa, con un capitale iniziale minimo versato di lire dodici
miliardi e mezzo (56).
Infine, non risultano essere stati esperiti accertamenti su attività
riconducibili al Musolino anche in nel settore dei trasporti, sebbene proprio
dall'esame delle trascrizioni inserite nel fascicolo delle misure di
prevenzione, si rilevino operazioni finanziarie di acquisto di autocarri per il
trasporto di beni a temperatura condizionata, che fanno intendere l'esistenza.
" ... era il personaggio chiave del mondo politico e del mondo
istituzionale.. cioè si rivolgevano a lui tutti per (...) come dire..
l'aggiustamento dei processi"
(Dalla testimonianza di Barreca Filippo all'udienza del 3 ottobre 1997 dinanzi
alla Corte di assise di Reggio Calabria)
Il secondo aspetto meritevole di approfondimento è quello della collocazione
del Musolino "ai vertici della 'ndrangheta reggina (57)",
Pag. 75
attestata dalla condanna (19 gennaio 1999) a sei anni di reclusione per il
delitto di associazione mafiosa nel giudizio di primo grado contro Condello +
282, celebratosi dinanzi alla Corte di assise di Reggio Calabria.
Pur non trattandosi di sentenza definitiva, la motivazione del provvedimento, va
richiamata per il suo intrinseco interesse, soprattutto nelle parti relative ai
suoi rapporti con ambienti istituzionali e massonici (58).
Pag. 76
"... mi confortava largamente nell'impressione positiva che il predetto
Musolino aveva in ogni occasione in me prodotto ... trattavasi di un pubblico
amministratore del Comune di S. Stefano d'Aspromonte,
Pag. 77
mai raggiunto detto Comune da sospetti di alcun genere né da
provvedimenti di scioglimento; avevo stipulato con lo stesso, nella qualità di
vice sindaco all'uopo delegato, l'acquisto di un lotto di 800 metri di terreno,
nell'ambito di un piano di lottizzazione posto in esecuzione in
Pag. 78
Gambarie..., si era sempre palesato come persona corretta, discreta e
rispettosa, mai - dico mai, a prova del contrario - "curiosa" della
mia attività...".
(Dalla querela contro il dr. Pietro Marrapodi, sporta dal magistrato Giovanni
Montera in data 7 ottobre 1994 al Procuratore della Repubblica di Messina).
Pag. 79
Infine, la vicenda Musolino conduce ad un profilo inquietante dei rapporti tra 'ndranghetisti
ed esponenti delle istituzioni.
Rapporti, a quanto appare, riservati a soggetti che occupano posizioni di
rilievo negli ambienti mafiosi, soprattutto perché titolari di attività e
imprese di copertura, per intendersi un ceto criminale-imprenditoriale, una vera
e propria borghesia mafiosa.
Pag. 80
In questo quadro vanno considerate e fatte oggetto di una valutazione storico
politica le relazioni intercorse tra Rocco Musolino e il magistrato Giovanni
Montera, relazioni oggetto di procedimenti e penali e disciplinari, dai quali
tutti il dr. Montera è risultato prosciolto. Di tali è data notizia, anche
attraverso citazioni dirette, nelle pagine che seguono, così come in una
lettera di contestazione che il dr. Montera ha inviato alla Commissione, il cui
contenuto la Commissione, su proposta del relatore, ha deciso di rendere noto (59).
Pag. 81
Le circostanze emerse a seguito delle denunzie del notaio reggino Pietro
Marrapodi, risultano oggetto di espresso richiamo in un decreto di archiviazione
(60) del giudice per le indagini preliminari del Tribunale
di Messina, emesso in data 18 dicembre 1995, le cui motivazioni trattano
comunque ampiamente dei rapporti tra l'importante esponente 'ndranghetista e il
Montera, all'epoca ai vertici della magistratura reggina, in quanto Avvocato
generale presso la Corte di Appello.
Pag. 82
Il GIP cita in primo luogo le dichiarazioni rese dal collaboratore Lauro (61),
esplicito nell'indicare il Musolino quale "uomo d'onore, regolarmente
battezzato, capo 'ndrangheta della zona di Santo Stefano in Aspromonte-Gambarie,
personaggio riconosciuto da tutte le famiglie calabresi quale "re della
montagna" unitamente a Gioffré Francesco e don Ciccio Serraino, (...) al
vertice della gerarchia mafiosa della Calabria ...".
Precisa il Lauro: "Lo stesso ha ricoperto la carica di vice-sindaco del
comune di Santo Stefano in Aspromonte (62). Mi risulta che
tra il Rocco Musolino ed il dott. Giovanni Montera vi erano ottimi
rapporti".
Successivamente vengono richiamate le precisazioni effettuate dal notaio
Marrapodi, che, confermando i "rapporti di frequentazione tra il dott.
Montera e il Musolino", aveva aggiunto che costoro erano "abituali
commensali". E di ciò il notaio aveva riferito di essere stato messo al
corrente dallo stesso Musolino in occasione di un pranzo in Gambarie, "al
quale parteciparono, oltre al Musolino, anche il Marrapodi, il Montera ed il
D'Agostino, con le rispettive consorti".
Il notaio ricorda , a proposito della confidenzialità corrente tra i due, che
lo stesso magistrato aveva pilotato di persona, con il Musolino a bordo,
"una lussuosissima Mercedes nera di proprietà del Musolino" (63).
L'esistenza di rapporti tra Montera e Musolino, cioè tra uno dei magistrati di
più alto grado del distretto della Corte di appello e uno degli esponenti più
importanti (ed enigmatici) della 'ndrangheta reggina (si pensi solo alle
implicazioni del suo "titolo" di "re della montagna",
riferito all'Aspromonte, la terra dei sequestri di persona) (64),
risulta confermata dallo stesso magistrato nella denunzia (per calunnia e
diffamazione) sporta contro il notaio Marrapodi il 7 ottobre 1994, ove si
ammette la partecipazione al pranzo di Gambarie.
Anzi un particolare "automobilistico" si ritrova anche nella
ricostruzione del magistrato Montera: "... v'era la neve,
Pag. 83
che sconsigliava una "gita" in montagna per chi come me non
aveva l'auto attrezzata, tanto da averla dovuta lasciare nella più bassa
località di S.Stefano d'Aspromonte ...".
La motivazione del decreto di archiviazione del GIP, evidenzia come il Montera
abbia comunque mostrato di essere a conoscenza che il Musolino era stato
imputato di un "grave omicidio" (successivamente prosciolto), pur
osservando che il soggetto gli era apparso quale "persona corretta,
discreta e rispettosa".
Scrive infatti il magistrato Montera (65): "Conoscevo
già per motivi di ufficio le accuse messe in passato al Musolino in ordine ad
un grave omicidio, com'era a mia conoscenza che, dopo una breve carcerazione, lo
stesso era stato prosciolto dal Giudice istruttore, su richiesta parzialmente
difforme del p.m. procedente, con l'ampia formula del "non aver commesso il
fatto"; conoscevo altresì che sempre il Musolino, aveva ottenuto dal
tribunale regionale amministrativo la revoca e l'annullamento della
"diffida" irrogatagli a seguito della grave accusa sopra ricordata e
che in tutti gli anni successivi - ritengo, fino al corrente anno 1994 - aveva
puntualmente ottenuto il permesso per il porto sia del fucile sia della pistola".
Il delitto a cui si riferisce il magistrato è quello di Giorgio De Stefano, uno
degli elementi apicali della criminalità organizzata italiana.
A seguito dell'ordinanza del rinvio a giudizio di Suraci Giuseppe e Saraceno
Vincenzo i fatti relativi all'omicidio di Giorgio De Stefano pervennero alla
cognizione della Corte di assise di Reggio Calabria, presieduta all'epoca dal
dr. Montera. La Corte, su richiesta del PM, all'udienza del 25 giugno 1982,
dispose - ai sensi dell'articolo 89 c.c.p. abrogato - la sospensione del
procedimento contro Suraci Giuseppe - cognato di Musolino Rocco - e la
separazione del procedimento a carico di Saraceno Vincenzo.
Dieci anni dopo, in data 25 marzo 1992, l'ordinanza di sospensione del giudizio
a carico di Suraci Giuseppe è stata revocata dal presidente della Corte, dr.
Boemi. Questa la motivazione del provvedimento: " ... considerato che la
lunga latitanza del Suraci non può costituire elemento conclusivo dal quale far
discendere in modo probabile la morte dell'imputato, rilevato che preminente
deve considerarsi l'interesse dell'Autorità Giudiziaria a procedere verso
l'accertamento della verità sui fatti per cui è processo ... p.q.m. revoca
l'ordinanza di sospensione del giudizio, ecc. ".
A questa "sospensione", da lui revocata, Boemi si riferisce
esplicitamente nell'audizione del 18 marzo 1998 (riportata estesamente più
avanti) dinanzi alla Commissione antimafia: "...non è vero che i
processi si aggiustano portando le mazzette ai magistrati, che non ne hanno
bisogno avendo la possibilità di comprare case e ville in modo molto più
diluito nel tempo [...]. La massoneria è un centro di relazioni che consente
agli avvocati di giocare a carte con i magistrati e a questi ultimi di trovarsi
allo stesso tavolo degli imprenditori e in questo modo i processi probabilmente
si aggiustano e sempre per leggere meglio le carte! Quindi, molti processi non
sono arrivati a definizione a causa di questo coacervo di relazioni [...]. È
accaduto poi che Salvatore Boemi
Pag. 84
trova in un cassetto nascosto - dopo aver chiuso tutti i processi, perché
non ho lasciato alcun processo in Corte d'assise a Reggio Calabria - il processo
riguardante l'omicidio di De Stefano Giorgio in Aspromonte, il più importante
omicidio di mafia avvenuto in Calabria; era dimenticato in un cassetto, era
sospeso. Abbiamo scoperto che probabilmente la massoneria ha avuto una parte in
quel processo ...".
Il Montera conferma inoltre una circostanza riferita dal notaio Marrapodi anche
di avere stipulato con il Musolino, che agiva in qualità di vice-sindaco,
l'acquisto di un lotto di 800 mq. di terreno nell'ambito di un piano di
lottizzazione sviluppato dal Comune di Santo Stefano, realizzandovi una casa (66).
L'abitazione, come aveva evidenziato il Marrapodi (67) era
stata costruita da tale Stefano Malara (68), imprenditore
edile, cognato del Musolino. Circostanza sempre confermata dal dr. Montera nella
denunzia querela del 7 ottobre 1994 ("... al pranzo erano presenti anche
alcuni nipoti del Musolino, figli del costruttore di casa mia (...( a nome
Stefano Malara , figura di modesto galantuomo e di onesto piccolo imprenditore
di sperimentata e riconosciuta onestà e correttezza").
Di Stefano Malara, cognato di Rocco Musolino, si sono occupati i Carabinieri
della Compagnia CC di Villa S. Giovanni. Nel rapporto nr. 501/1 del 10.09.1984,
indirizzato alla Procura della Repubblica di Reggio Calabria (69),
"in esito ad accertamenti su esposto anonimo", è evidenziato che
"le gare d'appalto indette dal Comune di S. Stefano d'Aspromonte andavano
tutte deserte, e poiché Malara Stefano era l'unico a far
pervenire le offerte, i lavori venivano a questi affidati o per trattativa
privata o per aggiudicazione".
Sui rapporti tra Montera e Musolino, il GIP del tribunale di Messina ha così
testualmente concluso: "non sono (...) emersi fatti e circostanze tali
da consentire la individuazione di reati, ancorché rimanga il fatto obiettivo,
non censurabile in questa sede, di rapporti tra persone che rivestono
nell'ambito della società ruoli che sono e che devono restare agli antipodi e
che, seppur nell'ambito della liceità, possono dare adito a strumentalizzazioni
o sospetti".
Ma nel decreto di archiviazione nulla si legge circa le modalità di pagamento
dell'abitazione in Santo Stefano da parte del magistrato, così come non si
trovano riferimenti più precisi all'impresa che realizzò le opere.
Va tuttavia evidenziato che quello dei rapporti con il Musolino ha rappresentato
solo uno dei fatti relativi alla posizione del dr. Montera pervenuti al vaglio
dell'A.G. messinese (70).
Pag. 85
I fatti relativi ai rapporti tra il Musolino e il dr. Montera sono poi passati
al vaglio del Consiglio superiore della Magistratura, come si evince dalla
sentenza (di proscioglimento) n. 120/97 della Sezione disciplinare, presieduta
dall'avv. Gian Vittorio Gabri, pronunziata in camera di consiglio nel
procedimento n. 70/97 del registro generale a carico del Montera.
Pag. 86
In questo procedimento il magistrato era stato incolpato di esser venuto meno ai
doveri di prudenza e correttezza, così rendendosi immeritevole della fiducia e
della considerazione di cui doveva godere e compromettendo il prestigio
dell'Ordine Giudiziario (articolo 18 R.decreto-legge 31.5.1946, n. 511), in
particolare, a base della incolpazione dalla quale il dr. Montera è stato
successivamente prosciolto erano state indicate le seguenti corcostanze:
a) essendo a conoscenza - o dovendo asaaon la ordinaria diligenza - che i
fratelli Carmelo e Francesco Zappalà, imprenditori di Bova Marina, non erano
immuni da pregiudizi penali, li ha ricevuti nel proprio ufficio presso la
Procura Generale della Repubblica di Reggio Calabria con il legale di uno di
loro per un tentativo di composizione di un loro conflitto patrimoniale;
b) avendo avuto nel 1986 rapporti di affari con i predetti fratelli Zappalà
(sua moglie Sig.ra Adele Gerardis aveva acquistato dalla s.n.c. Costa dei
Saraceni, controllata da Francesco Zappalà, una unità immobiliare nell'omonimo
centro residenziale in Bova Marina con atto del 27.11.1986), non si è astenuto,
quale presidente di sezione della Commissione tributaria di 10 grado di Reggio
Calabria, dal trattare due ricorsi della S.I.L.B. s.r.l., società controllata
dai fratelli Zappalà (cfr. decisioni della Commissione di 10 grado di Reggio
Calabria n. 263/88 del 26.1.1988 e n. 2396/89 del 6.6.1989, quest'ultima emessa
su ricorso del 19.4.1989);
c) avendo acquistato il 27.2.1982 dal Comune di Santo Stefano d'Aspromonte,
rappresentato dall'Assessore anziano Rocco Musolino,
Pag. 87
un terreno edificabile a Gambarie, ha affidato l'appalto della erigenda casa
di abitazione a Stefano Malara, cognato del predetto Musolino; negli anni
successivi ha mantenuto rapporti di frequentazione con il Musolino, pur essendo
a conoscenza - o dovendo esserlo con la ordinaria diligenza - che questi era
sospettato di appartenenza mafiosa ed era stato coinvolto in processo per
omicidio volontario (da tale imputazione era stato assolto dal Tribunale di
Reggio Calabria con sentenza emessa il 4.2.1982).
Come si legge in sentenza, "... in esito alle acquisizioni contenute nel
rapporto del 29.4.1996 dall'Ispettorato Generale del Ministero di Grazia e
Giustizia - scaturito a seguito della ricezione di esposto inviato dal notaio
Pietro Marrapodi e delle conseguenti indagini espletate - il Procuratore
generale della Corte Suprema di Cassazione in data 6.9.96 promuoveva azione
disciplinare nei confronti del dott. Giovanni Montera Avvocato Generale presso
la Corte d Appello di Reggio Calabria, in ordine agli addebiti precisati in
epigrafe.
Nel corso della istruttoria, condotta con il rito sommario, venivano acquisiti
numerosi atti e documenti, in larga parte prodotta dal dott. Montera medesimo,
nonché gli atti concernenti l'ispezione disposta dal Ministro Guardasigilli con
nota 5 Ottobre 1995; veniva escusso in qualità di teste il col. Angiolo
Pellegrini, dirigente del Centro Operativo della Direzione Investigativa
Antimafia di Reggio Calabria.
In data 14.11.1996 si procedeva all'interrogatorio del dott. Giovanni MONTERA,
il quale negava la fondatezza degli addebiti disciplinari contestatigli e
inoltrava al P.G. in data 2.1.1997 ampia memoria difensiva.
A conclusione della istruzione sommaria, il P.G. richiedeva con requisitoria
scritta in data 8 Luglio 1997 non doversi fare luogo al dibattimento per essere
rimasti esclusi gli addebiti".
La Sezione disciplinare in data 18 Luglio 1997 deliberava, in camera di
consiglio, conformemente alla richiesta del P.G.
Appare significativo il passaggio della sentenza relativo ai rapporti intercorsi
fra il Montera e il Musolino, tanto che si rende necessario riprodurlo
integralmente: "... a conclusioni analoghe alle precedenti ritiene la
Sezione disciplinare di dover pervenire anche con riferimento alla incolpazione
di cui al capo c) dell' epigrafe.
In essa si fa carico innanzitutto al dott. MONTERA di avere, in esito
all'acquisto di un appezzamento di terreno, esteso circa 800 mq., sito in
Gambarie di Aspromonte, conferito a tale Stefano Malara l'incarico di costruirvi
una casa di abitazione.
La circostanza, di per sé irrilevante, assume nel capo d'incolpazione specifico
contenuto lesivo del dovere di correttezza e di prudenza in quanto il Malara è
cognato di Rocco Musolino, sospettato di appartenenza mafiosa.
L'ulteriore addebito disciplinare che si muove nel capo c) della incolpazione al
dott. Montera, consiste nell'avere egli mantenuto rapporti di frequentazione
proprio con il Musolino, pur essendo a conoscenza - o dovendo esserlo con la
ordinaria diligenza - che questi era sospettato di appartenenza mafiosa ed era
stato coinvolto in processo per omicidio volontario.
Orbene, per quanto concerne la prima parte dell'incolpazione, ossia il
conferimento dell'incarico a Stefano Malara della costruzione della casa, appare
del tutto evidente che la rilevanza disciplinare di tale
Pag. 88
condotta poggia unicamente sul rapporto di parentela che lega il Malara al
Musolino.
Per contro agli atti non esiste alcun elemento che possa in qualche modo
dimostrare l'inserimento del Malara nell'area dei rapporti malavitosi
asseritamente intessuti dal Musolino, sicché il mero rapporto di parentela con
quest'ultimo non può riverberare sulla condotta del dott. Montera effetti
pregiudizievoli sul piano disciplinare, ancor più ove si consideri che nessun
intervento risulta essere stato spiegato dal Malara sul dott. Montera, nessun
approfittamento in favore di chicchessia è stato posto in essere dal Malara, la
cui attività si è esaurita nella esecuzione di quanto contrattualmente
pattuito per la realizzazione dell'immobile di Gambarie.
Quanto alla seconda parte della incolpazione, osserva la Sezione disciplinare
che gli elementi indiziari attestanti lo stabile inserimento del Musolino nella
'ndrangheta calabrese sono emersi soltanto alla fine del 1993, a seguito delle
dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, tale Lauro, e altresì del
notaio Pietro Marrapodi, il quale ha riferito di presunti rapporti di
frequentazione tra il Musolino e il dott. Montera.
Nei confronti del Musolino è stata di conseguenza elevata imputazione per il
delitto di cui all'articolo 416 bis c.p. ed emesso nei suoi confronti, nel
giugno 1995, provvedimento di custodia cautelare in carcere.
Il notaio Marrapodi ha indicato, a sostegno della affermata esistenza di
rapporti di frequentazione tra il Musolino e il dott. Montera, la partecipazione
di entrambi ad un pranzo in Aspromonte al quale egli stesso avrebbe preso parte.
La circostanza è stata ammessa dal dott. Montera, il quale ha ritenuto di
collocare detto incontro conviviale nell'inverno del 1991, ossia almeno due anni
prima delle rivelazioni del pentito Lauro e 4 anni prima dell'arresto del
Musolino.
Il dott. Montera ha decisamente negato di avere avuto con il Musolino rapporti
di frequentazione ed ha precisato - nel corso dell'interrogatorio reso al P.G.
presso la Corte Suprema in data 14.11.1996 - essersi trattato di rapporti di
mera conoscenza e di occasionali incontri in ambito soprattutto di Gambarie.
Orbene, posto che a sostegno della propria versione il notaio Marrapodi non ha
saputo indicare ulteriori circostanze, né ulteriori occasioni di
frequentazione, se ne deve dedurre che l'asserito rapporto di
"frequentazione" tra il dott. Montera ed il Musolino si riduce ad un
unico episodio, quello del pranzo in Aspromonte.
Si tratta di un incontro conviviale certamente inopportuno se riguardato in
rapporto alla presenza del dott. Montera (anche se non è senza significato
notare che ad esso ha partecipato lo stesso notaio Marrapodi, il quale una volta
organizzato tale incontro, se ne è servito per accusare il dott. Montera di
frequentazioni mafiose), ma che non può avvalorare l'assunto di una
frequentazione abituale tra i due.
Inopportuno, si diceva, anche perché il Musolino era stato implicato molti anni
addietro (1977-78) nell'omicidio di De Stefano Giorgio ed anche arrestato. E se
è pur vero - come ha riferito il col. Angiolo Pellegrini al P.G.
nell'interrogatorio reso il 15.5.1997 - che nel periodo compreso tra il suo
prosciogliomento, (1982), e l'avvio delle nuove indagini (1993) "non sono
stati acquisiti elementi in ordine ad una sua concreta partecipazione a fatti di
criminalità organizzata; in altre parole non vi sono stati fatti pubblici e
notori nell'ambiente di un suo
Pag. 89
coinvolgimento nell'attività mafiosa", resta pur sempre il fatto che
"il Musolino era comunque conosciuto come esponente di rilievo di un clan
mafioso legato al Serraino Francesco" (cfr. dep. Col. Pellegrini, cit.).
Tuttavia, va considerato che il dott. Montera, a sua giustificazione, ha
sostenuto di non aver saputo per tempo della partecipazione del Musolino al
pranzo di cui si tratta e di avere appreso la notizia quando ormai non era
possibile disdire l'impegno, se non a costo di ufficializzare un "palese
sgarbo", come rileva il P.G. a pag. 9 della sua requisitoria.
Inoltre, l'incontro conviviale in questione non ha determinato, a suo tempo,
alcuna reazione negativa nell'ambiente giudiziario e più in generale in quello
reggino, essendo rimasto strettamente confinato nella sfera di un incontro
privato. La conferma si trae agevolmente dal fatto che di tale unico incontro ha
parlato, con accenti fortemente allusivi, proprio e solamente il notaio
Marrapodi, ossia uno dei pochi soggetti che ne era a conoscenza per essere stato
egli stesso l'organizzatore ed avervi preso parte. Ed è veramente singolare che
proprio chi ha organizzato un incontro conviviale e invitato una persona in
odore di mafia accusi poi di collusione chi si è limitato ad accettare
l'invito.
Sul punto vanno altresì richiamate le considerazioni svolte dal P.G. nella
requisitoria scritta circa la insussistenza di un rapporto di frequentazione
"tale da assumere carattere di intimità, di confidenza, di sostegno e
cioè, in definitiva, anche di solo 'apparente contiguità', che questa sì
nuoce, e gravemente, al prestigio dell'uomo e della funzione che svolge" (cfr.
pag. 10 della requisitoria P.G., a foglio n. 70 ). Da tali considerazioni non si
pretende certo di derivare la inesigibilità di una condotta diversa da quella
in concreto posta in essere dal dott. Montera, quanto piuttosto la difficoltà
di attuare una condotta diversa da quella in concreto posta in essere, ove si
ponga mente alla peculiare situazione ambientale nella quale il predetto
magistrato si è trovato ad operare, nella quale i confini tra il lecito e
l'illecito sono assai incerti e di non sempre agevole percezione, se è vero che
il Musolino, da un lato, è stato accusato e arrestato negli anni 1977-78 per
omicidio e successivamente prosciolto in istruttoria, dall'altro
"riabilitato" al punto da divenire titolare di porto d'armi e, come se
non bastasse, locatore dell'immobile nel quale aveva sede proprio la caserma dei
Carabinieri di S. Stefano d'Aspromonte.
Alla stregua delle considerazioni che precedono, ritiene la Sezione disciplinare
essere rimasta esclusa la sussistenza tra il dott. Montera e il Musolino di
rapporti di frequentazione e comunque di una situazione di fatto tale da
ingenerare la percezione di una "contiguità apparente" lesiva del
prestigio dell'Ordine giudiziario".
Non risulta tuttavia richiamata nella motivazione una "ulteriore
circostanza" riferita dal notaio Pietro Marrapodi, in data 29.8.1995, al
CSM e alle autorità giudiziarie di Messina e Reggio Calabria.
Scriveva il notaio di aver segnalato la circostanza che un teste era in grado di
riferire circa "la richiesta avanzata dal giudice Giovanni Montera al boss
don Rocco Musolino di Gambarie d'Aspromonte perché intervenisse ... per fermare
le ... denunce contro alcuni magistrati di Reggio Calabria". Il notaio
sottolineava poi come "l'intervento di don Rocco, a prescindere dalle
espressioni formali, oggettivamente e notoriamente avrebbe dovuto considerarsi
minaccia di mafia ...".
Pag. 90
Vi è traccia di siffatta missiva agli atti della Direzione distrettuale
antimafia di Messina, che aprì il proc. n. 21/95/45 (71)
(Atti relativi a un telegramma a firma di notaio Marrapodi Pietro del
29.8.1995).
In data 22.2.1996 il Procuratore della Repubblica di Messina e il Procuratore
aggiunto trasmisero al giudice per le indagini preliminari di Messina la
richiesta di archiviazione dell'esposto, osservando che il medesimo "nella
sua genericità, non offre elementi sufficientemente idonei a giustificare
l'avvio di specifiche indagini". Il 29.2.1996 il giudice per le
indagini preliminari di Messina, letti gli atti del procedimento 2116/95/45,
ritenne l'accusa generica ed osservò che la stessa era stata oggetto di
valutazione nell'ambito di altro procedimento già archiviato, accogliendo la
richiesta della Direzione distrettuale di Messina.
Dall'esame degli atti del proc. n. 2116/95/45, non risulta esperito - né
delegato alla PG - alcun specifico accertamento su una così inquietante
circostanza.
Il notaio Marrapodi è deceduto in data 28 maggio 1996, per impiccagione.
Con nota del 6 aprile 2000 (72), il Consiglio Superiore
della Magistratura comunicava a questa Commissione che "con riferimento a
rapporti o cointeressenze tra Rocco Musolino ed appartenenti all'Ordine
Giudiziario l'esistenza della pratica n. 271/94 R.R., nell'ambito della quale
proprio per tali circostanze erano state iniziate procedure di trasferimento di
ufficio ex articolo 2 R.decreto-legge 31 maggio 1946, n. 511 nei confronti dei
dottori Guido Neri e Giovanni Montera, cessati dall'Ordine Giudiziario il 16
ottobre 1996 ed il 9 gennaio 1998 ed all'epoca dei fatti rispettivamente
Procuratore Generale e Avvocato Generale presso la Corte di Appello di Reggio
Calabria".
Il CSM segnalava che tali procedure si erano concluse con delibera del 21 marzo
1966 di trasferimento di ufficio del dr. Guido Neri e con delibera del 22 maggio
1996 di archiviazione nei confronti del dr. Giovanni Montera "in
aspettativa per ragioni elettorali", e destinato, quindi ad essere
"assegnato ad una sede diversa da quella di Reggio Calabria ove si sono
verificati i fatti contestati ai fini del trasferimento di ufficio ...",
atteso che "vengono, comunque, meno i profili di incompatibilità
ambientale contestati".
Quanto alla posizione del dr. Guido Neri, già procuratore generale presso la
Corte di Appello di Reggio Calabria, dalla sentenza della Sezione Disciplinare
trasmessa dal CSM (73) si evince che a suo carico era stato
avviato un procedimento disciplinare, a seguito dell'iniziativa del procuratore
generale della Repubblica presso la Corte di Cassazione.
Il Neri era stato incolpato per " avere indebitamente esercitato un'assidua
attività di stretta collaborazione in un'impresa di carattere economico-commerciale,
partecipando alla gestione della società a r.l. "Macner" di cui era
amministratore il fratello Giovanni, costituita per la realizzazione di un
villaggio turistico in Bova Marina denominato "lonio Blu" e,
successivamente, dichiarata fallita in data 2.3.1994. Attività consistita in
particolare: 1) nell'essersi adoperato per ottenere,
Pag. 91
tramite l'intervento del notaio Marrapodi, un prestito di 200 milioni da
Rocco Musolino, all'epoca imputato di concorso in un omicidio di mafia; 2) nei
contatti diretti avuti, per sollecitare finanziamenti, con Micheli Aurelio per
la finanziaria Fintradex e con D'Agostino Luigi, Moscatello Giuseppe e Calabrà
Giuseppe per la F.I.M.I.; 3) nell'interessamento per ottenere, a favore della
"Macner", un mutuo di 2.50O milioni della B.N.L., risultando dalla
documentazione interna della banca, l'opportunità e "l'importanza"
attribuita all'operazione, essendo ad essa interessato il fratello del
Procuratore Generale di Reggio Calabria "personalità quest'ultima di
elevato prestigio, la cui collaborazione ci torna particolarmente utile";
4) nel contratto di appalto stipulato per la costruzione di villette sul terreno
del Villaggio Ionio Blu tra la "Macner" e le imprese F.lli Maimo,
Sculli Saverio ed Jonica Calcestruzzi s.r.l., quest'ultima riconducibile a Bruno
Mistra esponente di rilievo della 'ndrangheta".
La condotta, secondo l'incolpazione, appariva "caratterizzata da
un'attività - incompatibile con l'appartenenza all'Ordine Giudiziario - di
ausilio e di fiancheggiamento dell'impresa commerciale del fratello, in contatto
-peraltro- con persone notoriamente appartenenti all'ambiente
mafioso" aveva "determinato un sensibile appannamento della sua
immagine in termini di credibilità, rendendolo immeritevole della fiducia e
della considerazione di cui il magistrato deve godere (articolo 18
R.decreto-legge 31.5.1946, n. 511)".
Espletata l'istruttoria, il P.G. chiedeva alla Sezione Disciplinare di voler
dichiarare il non luogo a procedere per cessata appartenenza del dott. Neri
all'Ordine Giudiziario.
Nella Camera di Consiglio del 7.2.1997 la Sezione decideva in conformità,
avendo il dott. Neri presentato istanza di collocamento a riposo per anzianità
di servizio, accolta dal Ministro, su conforme delibera del CSM, con decreto in
data 8.1.1997.
(4) Significativi indici di queste contraddizioni
(in parte ammortizzate e in parte acutizzate dall'economia nera) si trovano nei
dati, i più recenti di cui si possa disporre, scelti per l'appendice
sull'economia e la spesa pubblica, e molto significativi con specifico
riferimento al 'sommerso'.
(5) Elaborazione su dati ISTAT in BANCA D'ITALIA, Sintesi
delle note sull'andamento dell'economia delle Regioni italiane nel 1999, (Roma,
2000).
(6) Nella graduatoria delle province italiane secondo il tasso
di disoccupazione al 1999, Reggio Calabria (insieme ad Enna) è al primo posto
con il 32,4%, Catanzaro al secondo con il 29,7%, Vibo Valentia al terzo con il
29,34%, Cosenza al decimo con il 25,3%, Crotone al 23% con il 17,5%. Nella
graduatoria regionale la Calabria detiene questo primato, il 28,0% distaccando
di molto le altre regioni cosiddette a rischio: la Sicilia 24,5%, la Campania
23,7%, la Puglia 19%, e supera di molto la media del Mezzogiorno 22,0% e quella
nazionale 11,4% (Elaborazione SVIMEZ su dati ISTAT, in Informazioni SVIMEZ,
dicembre 1999). Quanto ai tassi di disoccupazione giovanile (15-24 anni) il
primato è mantenuto da Reggio Calabria, 71,2 %, mentre Catanzaro è al quinto
posto, 66.5 %, Cosenza al settimo, 65,1%, Vibo Valentia al decimo 61,4 %,
Crotone al diciottesimo, 54,6%. La media della Calabria raggiunge il 66,2%,
rispetto al 62,6% della Campania, il 60,7 % della Sicilia e il 47,6 % della
Puglia (la media del mezzogiorno raggiunge il 56,6 %. Quella nazionale il 32,9
%). La Banca d'Italia nelle «Note sull'andamento dell'economia in Calabria»
(Catanzaro 2000), note aggiornate con informazioni disponibili al 30 aprile
2000, documenta la gravità strutturale del problema occupazione: «Nel
1999 gli occupati sono diminuiti in media dell'1,6% pari a 9000 unità. Il
livello occupazionale si è portato sul valore più basso registrato nell'ultimo
decennio... La riduzione dell'occupazione è interamente ascrivibile alla
componente indipendente (-7,9%, pari a 13.000 unità) e più accentuata nelle
categorie di lavoro autonomo diversa dall'impresa. L'occupazione dipendente è
cresciuta, invece di 4.000 unità rispetto al 1998... Nel 1999 è aumentata
l'offerta di lavoro la contemporanea riduzione della domanda di lavoro ha
determinato un significativo incremento del tasso di disoccupazione, aumentato
di circa due punti (dal 26,1 al 28%)... L'incremento delle persone in cerca
di occupazione (8,9%, pari a 17.000 unità) è concentrata nella componente
rappresentata dai disoccupati in senso stretto, cresciuta del 30,5% (circa
18.000 unità)... A seguito di tali dinamiche si è raddoppiato rispetto al
1996 il differenziale fra il tasso di disoccupazione calabrese e quello delle
altre regioni meridionali passato da 3,3 a 6,7 punti». Questi dati ripropongono
la necessità di una ricognizione nuova e rigorosa dell'economia sommersa e del
lavoro nero, tanto più in relazione ai dati Unioncamere sulla mortalità e
natalità delle imprese, e alle stesse note della Banca d'Italia, laddove si
osserva «secondo i dati Novimprese la Calabria è la terza regione d'Italia
dopo Sicilia e Puglia, per crescita del numero di imprese nel triennio
1997-1999. La crescita media annua è stata pari al 2,3% contro l'1,4% rilevato
per il totale nazionale».
(7) Per economia di ragionamento si è estrapolata questa
sequenza decennale e la provincia di Reggio Calabria dal quadro complessivo
degli indici della criminalità relativi a tutte le province per gli ultimi due
anni. Questo quadro è riportato in appendice.
(8) Sull'attività della cosca Iamonte è utile TRIBUNALE DI
REGGIO CALABRIA (GIP D. Ielasi e A. Cisterna), Ordinanza di custodia
cautelare in carcere nei confronti di Iamonte Natale + 95, n. 86/93 R DDA in
data 2.10.1993.
(9) Le sentenze di annullamento sono in TAR LAZIO, Sentenza
sul ricorso proposto da Domenico Frustagli ed altri, 9 luglio 1992 e 17
novembre 1993; CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE (pres. B. De Maio, est. V. Adami), Sentenza
pronunciata sul ricorso proposto dal Procuratore della Repubblica, 1992.
(10) Celebre è rimasto il caso del sindaco di Gioia Tauro
Vincenzo Gentile che dopo aver negato l'esistenza della mafia nel suo comune
venne ucciso, qualche anno dopo, nel 1987, in un agguato mafioso. Su questo si
veda Tribunale di Reggio Calabria (pres. G. Tuccio), Sentenza nel
procedimento penale contro De Stefano Paolo + 59, 4.1.1979.
(11) Il 21/11/96 il reparto operativo di Reggio Calabria
concludeva l'operazione "Fire" che portava all'emissione di 25
ordinanze di custodia cautelare a carico di esponenti delle cosche Santaiti,
Gioffrè e Bellocco, indagati per associazione mafiosa, traffico di
stupefacenti, estorsioni, rapine e per l'attentato incendiario ai danni del
palazzo municipale. Tale ultimo evento aveva suscitato vastissima eco sugli
organi di stampa nazionali ed indotto il ministro dell'interno del tempo, on.
Giorgio Napolitano, a portarsi in Seminara per esprimere la propria solidarietà
a quell'amministrazione. Le indagini consentivano di raccogliere prove
inconfutabili tra cui la programmazione ed i commenti subito dopo l'esecuzione
del reato. Il processo si è concluso con pesantissime condanne per quasi tutti
gli imputati.
(12) Il 17/02/98 il reparto operativo di Reggio Calabria
concludeva l'operazione "Cento croci" che portava all'emissione di 21
ordinanze di custodia cautelare a carico di esponenti della cosca Santaiti di
Seminara, indagati di associazione mafiosa, estorsioni, violazione della legge
sulle armi e sugli stupefacenti, rapine e danneggiamento a colpi di arma da
fuoco della pubblica illuminazione di Seminara.
(13) L'operazione "Primavera" è stata condotta
dalla Compagnia di Locri il 31/10/1997. Il GIP distrettuale di Reggio Calabria,
infatti, emetteva 34 ordinanze di custodia cautelare per associazione mafiosa,
omicidi, estorsioni, violazione delle leggi sulle armi, e voto di scambio a
carico di altrettanti esponenti delle cosche Cordì e Cataldo di Locri,
contrapposte in una trentennale sanguinosa faida. Il 14/04/98 seguiva un 35o
provvedimento restrittivo a carico di funzionario della Regione Calabria
contiguo ai Cordì e indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.
L'inchiesta consentiva di far luce su una lunga serie di omicidi e
sull'interessamento della criminalità nelle consultazioni tenutesi nel 1996 per
il rinnovo del consiglio comunale di Locri e del Parlamento. Il processo si è
concluso il 19 giugno 2000 con una sentenza della Corte d'Assise di Locri, di
cui, per la sua obiettiva rilevanza, si è ritenuto di riprodurre qui l'intero
dispositivo:
" CORDÌ Antonio colpevole dei reati di cui ai capi:
I), la) Ib) e previa unificazione degli stessi nel vincolo della continuazione,
lo condanna alla pena dell'ergastolo;
P), Pa), Pb) e, previa unificazione degli stessi nel vincolo della
continuazione, lo condanna alla pena dell'ergastolo;
A1), B1), C1), D1) e, previa unificazione degli stessi nel vincolo della
continuazione, lo condanna alla pena dell'ergastolo;
N1)N1-a), n1B)e, previa unificazione degli stessi nel vincolo della
continuazione, lo condanna alla pena dell'ergastolo;
O1), 01-a), o1-b), o1-c), e unificati gli stessi nel vincolo della continuazione
lo condanna alla pena dell'ergastolo;
nonché dei reati di cui ai capi:
A), e lo condanna alla pena di 23 anni di reclusione;
D) D-a), D-b) e, previa unificazione degli stessi nel vincolo della
continuazione, lo condanna alla pena di anni 23 di reclusione;
L),M),N),0) e, unificati gli stessi nel vincolo della continuazione, lo condanna
alla pena di anni 23 di reclusione;
L3-a), e lo condanna alla pena di anni 4, mesi 6 di reclusione e lire 4.500.000
(quattromilionicinquecentomila) di multa;
ritenuta per tutti i reati la recidiva come contestata e così,
complessivamente, alla pena dell'ergastolo con isolamento diurno per la durata
di tre anni.
Dichiara l'imputato perpetuamente interdetto dai pubblici uffici, in stato di
interdizione legale, decaduto dalla potestà dei genitori.
CORDI SALVATORE cl.77, colpevole dei reati di cui ai capi:
A1), B1), C1), D1), e, previa unificazione degli stessi nel vincolo della
continuazione, lo condanna alla pena dell'ergastolo;
Q), R), S),. T), e, previa unificazione degli stessi nel vincolo della
continuazione, lo condanna alla pena di anni 23 di reclusione;
A), e lo condanna alla pena di anni 16 di reclusione;
così complessivamente, ritenuta per tutti i reati la recidiva come contestata,
alla pena dell'ergastolo con isolamento diurno per la durati di anni 1.
Dichiara l'imputato perpetuamente interdetto dai pubblici uffici, in stato di
interdizione legale, decaduto dalla potestà dei genitori:
CORDÌ COSIMO cl. 75 colpevole dei reati di cui ai capi:
A1), B1), C1), D1) e, previa unificazione degli stessi nel vincolo della
continuazione lo condanna alla pena dell'ergastolo;
A), e lo condanna alla pena di anni 15 di reclusione;
L3-a), e lo condanna alla pena di anni 3, mesi 6 di reclusione e lire 3.000.000
(tremilioni) di multa;
così complessivamente, alla pena dell'ergastolo con isolamento diurno per la
durata di anni 1.
Dichiara l'imputato perpetuamente interdetto
CORDÌ ATTILIO E CORDÌ CESARE colpevoli dei reati di cui ai capi:
- A), e li condanna alla pena di anni 15 di reclusione ciascuno;
- S2), U2), Z2), A3), B3) e, unificati gli stessi nel vincolo della
continuazione, li condanna alla pena di anni 8 di reclusione e lire 4.000.000
(quattro milioni) di multa ciascuno;
pertanto, alla complessiva pena detentiva di anni 23 di reclusione ciascuno.
Dichiara i predetti perpetuamente interdetti dai pubblici uffici ed in stato di
interdizione legale per la durata della pena inflitta.
CORDÌ SALVATORE cl. '73 colpevole dei reati di cui ai capi:
- A), e lo condanna alla pena di anni 15 di reclusione;
- S2), U2), Z2), A3), B3), unificati nel vincolo della continuazione, lo
condanna alla pena di anni 8 di reclusione e lire 4.000.000 (quattro milioni) di
multa;
- L3-a), e lo condanna alla pena di anni 3, mesi 6 di reclusione e lire
3.000.000 ( tre milioni) di multa.
Dichiara il predetto perpetuamente interdetti dai pubblici uffici ed in stato di
interdizione legale per la durata della pena inflitta.
CORDÌ DOMENICO cl. '79 colpevole dei reati di cui ai capi S2), U2), Z2), A3),
B3) unificati nel vincolo della continuazione, lo condanna alla pena di anni 8
di reclusione e lire 4.000.000 (quattro milioni) di multa.
Dichiara l'imputato interdetto dai pubblici uffici ed in stato di interdizione
legale per la durata della pena inflitta.
GUASTELLA LEONARDO E GUASTELLA MAURIZIO colpevoli dei reati loro ascritti e li
condanna:
- per il reato sub A), rispettivamente alla pena di anni 15 e di anni 9 di
reclusione;
- per il reato sub H1) alla pena di anni 2 di reclusione e lire 1.200.000
(unmilioneduecentomila) di multa ciascuno, ritenuta per Guastella Maurizio la
contestata recidiva.
Dichiara i predetti perpetuamente interdetti dai pubblici uffici ed in stato di
interdizione legale per la durata della pena inflitta.
NOVELLA PASQUALE colpevole dei reati di cui ai capi:
- A), e lo condanna alla pena di anni 10 di reclusione;
- F2), H2), L2), N2), O2), P2) unificati gli stessi nel vincolo della
continuazione, con la contestata recidiva, e lo condanna alla pena di anni 10 di
reclusione e lire 4.500.000 (quattromilioni cinquecentomila) di multa;
così ala complessiva pena detentiva di ani 20 di reclusione.
Dichiara il predetto perpetuamente interdetto dai pubblici uffici ed in stato di
interdizione legale per la durata della pena inflitta.
CORDÌ VINCENZO - DIENI ANTONINO - CAMINITI DOMENICO - ROMEO FABIO colpevoli del
reato loro ascritto e condanna:
- Cordì Vincenzo e Dieni Antonino alla pena di anni 13 di reclusione ciascuno,
ritenuta per entrambi la recidiva come contestata;
- Caminiti Domenico e Romeo Fabio alla pena di anni 11 di reclusione ciascuno.
Dichiara i predetti perpetuamente interdetti dai pubblici uffici ed in stato di
interdizione legale per la durata della pena inflitta.
DIENI SALVATORE E RUGGIA COSIMO colpevoli del reato loro ascritto al capo A) e
li condanna, ciascuno, alla pena di anni 11 e mesi 6 di reclusione, ritenuta la
contestata recidiva.
Dichiara i predetti perpetuamente interdetti dai pubblici uffici ed in stato di
interdizione legale per la durata della pena inflitta.
STRATI DAMIANO colpevole dei reati di cui ai capi S2), U2), Z2), A3), B3)
unificati per la continuazione, e lo condanna alla pena di anni 9 di reclusione
e lire 4.500.000 (quattro milioni cinquecentomila) di multa.
Dichiara l'imputato interdetto dai pubblici uffici ed in stato di interdizione
legale per la durata della pena inflitta.
DESSÌ GIOVANNI colpevole dei reati di cui ai capi F2), H2), L2), N2), O2), P2)
unificati per la continuazione e, con la contestata recidiva, lo condanna alla
pena di anni 6 di reclusione e lire 2.500.000 (due milioni cinquecentomila) di
multa.
Dichiara il predetto imputato interdetto dai pubblici uffici ed in stato di
interdizione legale per la durata della pena inflitta.
CAVALERI VINCENZO colpevole dei reati di cui ai capi C3), E3), G3), H3)
unificati sotto il vincolo della continuazione, esclusa l'aggravante di cui
all'articolo 7 L 203/91, e lo condanna alla pena di anni tre di reclusione e
lire 1.600.000 (un milione seicentomila) di multa.
CATALDO GIUSEPPE cl 38 E CATALDO ANTONIO colpevoli dei reati di cui ai capi:
- da L1) a M1-c) loro ascritti in corso unificati nel vincolo della
continuazione, e li condanna alla pena dell'ergastolo;
- B9, e li condanna rispettivamente alla pena di anni 20 e di anni 18 di
reclusione, con la recidiva come contestata ad entrambi;
e così complessivamente, ciascuno alla pena dell'ergastolo con isolamento
diurno per la durata di anni due.
Dichiara entrambi gli imputati perpetuamente interdetti dai pubblici uffici, in
stato di interdizione legale, decaduti dalla potestà dei genitori.
CATALDO GIUSEPPE cl. 69 E ZUCCO GIUSEPPE colpevoli del reato loro ascitto al
capo B) e li condanna alla pena di anni 15 di reclusione ciascuno, con la
contestata recidiva.
Dichiara i predetti perpetuamente interdetti dai pubblici uffici ed in stato di
interdizione legale per la durata della pena inflitta.
CATALDO NICOLA E STALTARI AURELIO colpevoli del reato loro ascritto e li
condanna alla pena di anni 15 di reclusione ciascuno.
Dichiara i predetti perpetuamente interdetti dai pubblici uffici ed in stato di
interdizione legale per la durata della pena inflitta.
ZUCCO SANTO colpevole dei reati a lui ascritti e lo condanna alla pena di anni
15 di reclusione per il reato sub b), nonché alla pena di anni 6 di reclusione
e lire 2.000.000 (due milioni) di multa per i rimanenti reati, previa
unificazione degli stessi nel vincolo della continuazione e, pertanto, ritenuta
la contestata recidiva, alla complessiva pena detentiva di anni 21 di
reclusione.
Dichiara l'imputato perpetuamente interdetto dai pubblici uffici ed in stato di
interdizione legale per la durata della pena inflitta.
CATALDO FRANCESCO colpevole del reato ascrittogli e lo condanna alla pena di
anni 13 di reclusione con interdizione perpetua dai pubblici uffici ed
interdizione legale per la durata della pena inflitta.
PANETTA ANTONIO colpevole dei reati a lui ascritti e lo condanna alla pena di
anni 10 di reclusione per il reato sub B9, nonché alla pena di anni 5 di
reclusione e lire 1.800.000 (unmilione ottocentomila) di multa per i rimanenti,
previa unificazione degli stessi nel vincolo della continuazione ed assorbimento
del reato di cui al capo R1) in quello di cui al capo U1), e così alla
complessiva pena detentiva di anni 15 di reclusione.
Dichiara l'imputato perpetuamente interdetto dai pubblici uffici ed in stato di
interdizione legale per la durata della pena inflitta.
LOMBARDO VINCENZO, MULÈ GIUSEPPE e CARERI ROCCO GIUSEPPE colpevoli del reato
loro ascritto e li condanna alla pena di anni 12 di reclusione ciascuno, con
interdizione perpetua dai pubblici uffici e legale per la durata della pena
inflitta.
CARERI SALVATORE colpevole del reato ascrittogli e lo condanna alla pena di anni
8 di reclusione con interdizione perpetua dai pubblici uffici ed interdizione
legale per la durata della pena inflitta.
Condanna tutti i suddetti imputati al pagamento in solido delle spese
processuali e ciascuno a quelle della rispettiva custodia cautelare.
Ordina che gli imputati per i quali è stata irrogata pena detentiva temporanea
siano sottoposti, a termini di legge, alla misura di sicurezza della libertà
vigilata per un periodo non inferiore ad anni tre.
Ordina che la presente sentenza sia pubblicata mediante affissione nel Comune di
Locri, nonché, per una sola volta e per estratto, sul quotidiano "la
Gazzetta del Sud".
Visto l'articolo 538 c.p.p.
Condanna Cordì Antonio al risarcimento del danno in favore della costituita
parte civile nella misura simbolica di una lira richiesta dalla stessa, nonché
al pagamento delle relative spese di costituzione e difesa che liquida in
complessive lire 44.804.000 di cui lire 980.000 per spese e lire 43.824.000 per
onorario.
Confisca in quanto in sequestro, con conseguente inoltro alla competente
Direzione di Artiglieria delle armi e delle munizioni per la distruzione.
Ordina la trasmissione degli atti al PM per quanto di ulteriore, eventuale
competenza.
* * *
Visto l'articolo 530 2o comma c.p.p.
ASSOLVE
CORDÌ ANTONIO, CORDÌ SALVATORE cl. '77, CRIACO PIETRO, CORDÌ COSIMO cl.
'75, CORDÌ DOMENICO cl. 69, CORDÌ DOMENICO, cl. '79, CORDÌ ATTILIO, CORDÌ
CESARE, CORDÌ SALVATORE cl. 73, STRATI DAMIANO, NOVELLA PASQUALE, DESSÌ
GIOVANNI, CAVALERI VINCENZO E RUGGIA COSIMO, nonché CATALDO GIUSEPPE cl. 38,
CATALDO ANTONIO E ZUCCO GIUSEPPE dai rimanenti reati come loro ascritti in
rubrica.
Assolve inoltre BRUSAFERRI DOMENICO, NOVELLA ANTONIO, PELLEGRINO UMBERTO e
SPILINGA LORENZO dal reato loro ascritto.
Dispone la liberazione di Brusaferri Domenico, Pellegrino Umberto e Spilinga
Lorenzo se non detenuti per causa diversa da quella di cui alla misura cautelare
n. 40/97 o.c.c. emessa dal GIP distrettuale del Tribunale di Reggio Calabria il
30.10.1997.
Revoca la suddetta ordinanza custodiale emessa nei confronti di Novella Antonio.
Indica in giorni 90 il termine per il deposito della sentenza disponendo per il
medesimo periodo la sospensione dei termini di custodia cautelare ex articolo
304, comma 1o lettera c) c.p.p.
Locri 199.2000
Firmato: IL PRESIDENTE
Altresì importante, soprattutto per il significato della minaccia alla
legalità e della risposta dello Stato a mezzo dell'Arma dei Carabinieri, è
stata l'operazione "Primavera 2". Il 13/07/96 una autovettura protetta
condotta da un agente della Polizia di Stato, addetto alla scorta di un
magistrato della DDA di Reggio Calabria, veniva coinvolta, nel centro di Locri,
in un incidente stradale nel quale decedeva il pregiudicato Carpentieri
Gioesefatto, vicino alla cosca Cordì. Il sodalizio criminale strumentalizzando
l'iniziale, spontaneo e comprensibile disagio della popolazione, fomentava gravi
disordini che, con blocchi stradali e ferroviari e l'imposizione di chiusura ai
commercianti, paralizzavano la città di Locri il 13, 14 e 15 luglio. Le
indagini condotte dall'Arma dimostravano che i Cordì avevano così voluto
riaffermare il loro potere criminale in antitesi alle Istituzioni statali. Il
GIP distrettuale, sulla base dell'informativa dei carabinieri, emetteva 24
ordinanze di custodia cautelare per associazione mafiosa, blocco stradale e
ferroviario e violenza privata, a carico di altrettanti esponenti della cosca
Cordì. Il relativo processo, testè concluso, ha portato alla condanna di 21
degli imputati a pene oscillanti da 9 anni e 8 mesi a 13 anni e 2 mesi di
reclusione.
(14) Si ricordino l'omicidio dell'onorevole Lodovico Ligato,
ex deputato della DC ed ex presidente delle Ferrovie dello Stato, e il fatto che
attualmente pendono, presso il Tribunale di Reggio Calabria, due processi per
mafia a carico dell'onorevole Paolo Romeo, ex deputato, e dell'onorevole Amadeo
Matacena, attualmente deputato.
L'onorevole Paolo Romeo, accusato di concorso esterno in associazione di tipo
mafioso, viene indicato come uomo appartenente alla cosca De Stefano e anche
come personaggio di collegamento con la destra eversiva - sin dai tempi della
fuga di Franco Freda imputato al processo di Catanzaro per la strage di piazza
Fontana a Milano (Paolo Romeo fu arrestato per qualche mese e fu imputato di
favoreggiamento per la fuga di Franco Freda. Il reato fu prescritto nel 1990.) -
e con la massoneria alla quale sarebbe iscritto.
L'onorevole Amadeo Matacena è imputato, per come recita il dispositivo di
rinvio a giudizio, "del delitto p. e p. dagli artt. 110-416 bis c.p. per
avere contribuito, sostenuto ed agevolato le complesse e molteplici attività e
gli scopi criminali propri dell'associazione per delinquere di stampo mafioso,
presente nel territorio calabrese e nazionale, denominata 'ndrangheta, offrendo
e consegnando, tra l'altro, una somma di denaro ad un affiliato del
"locale" di Scilla nel corso della campagna elettorale per il rinnovo
dell'Amministrazione Comunale di quel centro (nel 1988), richiedendo ed
ottenendo da esponenti di numerose cosche (Tripodoro, Carelli, Rosmini, Serraino,
Condello, Gallico) consensi elettorali in favore di Bastianini Attilio,
candidato alla Camera dei Deputati (nel 1992), utilizzando la forza
intimidatrice delle cosche della piana di Gioia Tauro (Gangemi-Piromalli,
Rugolo-Mammoliti) col fine d'indurre alle dimissioni dalla Camera dei Deputati
Santoro Attilio eletto nelle fila del P.L.I. in luogo del già citato Bastianini
Attilio (nel 1992), sollecitando e conseguendo in proprio favore consensi
elettorali dalle consorterie federate reggine (Rosmini-Serraini-Condello)
durante le elezioni per il rinnovo della Camera dei Deputati (nel 1994),
promettendo assistenza giudiziaria ed indebiti interessamenti in vicende
processuali riguardanti appartenenti all'organizzazione mafiosa, favorendo ed
appoggiando, altresì, la candidatura di Aquila Giuseppe, componente del casato
Rosmini, durante varie consultazioni elettorali e, tra l'altro, per il Consiglio
Provinciale di Reggio Calabria (nel 1994), promuovendo ed assicurando, infine,
durante il mandato parlamentare e precedentemente iniziative finalizzate a
contrastare gli effetti della normativa riguardante i collaboratori di
giustizia".
Deve essere, inoltre, segnalato che, nell'ambito di un altro procedimento, nei
confronti dell'on. Matacena la sentenza del G.I.P. di Reggio Calabria del 22
giugno 2000 ha dichiarato "Non doversi procedere in ordine al reato
ascritto per non aver commesso il fatto": il fatto è quello configurato
nel procedimento penale 16/99 RGNR con cui il Pubblico Ministero della DDA di
Reggio Calabria aveva chiesto il rinvio a giudizio con l'imputazione di tentata
estorsione aggravata in Reggio Calabria nei primi mesi del 1997 in danno
dell'impresa Edil.Mil-Impregilo, ed altro.
(15) Cfr. Informative Rep. Op. Carabinieri di Reggio Calabria
e Stazione Carabinieri di Sinopoli, in Proc. pen. n. 112/96 DDA Reggio
Calabria, DOC 1879.
(16) Ecco i dati delle altre province: Cosenza da 39 e 49 per
il 1998 a 77 e 83 per il 1999,Crotone da 3 e 4 per il 1998 a 10 e 27 per il
1999,Reggio Calabria da 47 e 58 per il 1998 a 36 e 33 per il 1999, Vibo Valentia
da 18 e 11 per il 1998 a 35 e 38 per il 1999. Non si dimentichi di considerare
tra le ragioni che possano aver determinato numeri così bassi, e la persistenza
di una zona assai ampia della non-denuncia, quella crisi del rapporto di fiducia
tra le vittime e le Istituzioni, contro la quale, con indirizzi e strumenti
nuovi, è ora impegnato a combattere il Commissario per il coordinamento delle
iniziative antiracket e antiusura.
(17) TRIBUNALE DI REGGIO CALABRIA (GIP Santalucia), Ordinanza
n. 38/97 GIP di misure cautelari nei confronti di Cordì Domenico, 2 marzo 1998.
(18) Il clamoroso ZERO di Crotone e il contrasto tra allarmi
dati e denunce omesse assumono un particolare risalto per la conferma assai
autorevole che trovano nel quadro rappresentato alla Commissione antimafia
proprio a Crotone il 7 marzo 2000 dal Prefetto: il quadro di un impegno operante
e diffuso del crimine organizzato a "praticare su vasta scala il prestito
usurario". Ulteriore e significativo riscontro si ha nelle connessioni che
il Prefetto ha prospettato : l'usura come uno degli strumenti della mafia per
"penetrare nel tessuto economico", per acquisire "il controllo
diretto di attività economiche con la conseguente possibilità di
riciclare". L'autorità e la responsabilità di questo quadro non può che
rafforzare il convincimento della Commissione antimafia che per combattere
effettivamente l'usura non sia possibile più attendere che essa venga
denunciata e che conoscenza repressione e prevenzione di questo delitto non
possano più farsi dipendere dalla iniziativa degli "usurati".
(19) Ai risultati dell'indagine che la Commissione ha
ritenuto di dover svolgere sui connotati di questa misura di prevenzione
patrimoniale è dedicato più avanti un apposito capitolo.
(20) Cfr. DOC 1415.
(21) Ai sensi del quarto e del quinto comma dell'articolo 2 bis
della legge 31 maggio 1965, n.575, (introdotto dall'articolo 14 della legge 13
settembre 1982, n. 646), quando ricorre il concreto pericolo che i beni di cui
si prevede debba essere disposta la confisca vengano dispersi sottratti o
alienati, il procuratore della Repubblica o il questore possono richiedere al
presidente del tribunale competente per l'applicazione della misura di
prevenzione di disporre anticipatamente il sequestro dei beni (comma 4 articolo
cit.). Su tale proposta il presidente provvede con decreto motivato entro cinque
giorni dalla richiesta. Il sequestro eventualmente disposto perde efficacia se
non convalidato dal tribunale entro trenta giorni dalla proposta (comma quinto).
(22) DECRETO N.51/96, in Atti del procedimento per
l'applicazione di misura di prevenzione n. 184/96.
(23) QUESTURA DI REGGIO CALABRIA, proposta per l'applicazione
di misura di prevenzione personale e patrimoniale n. 10428/II/M.P., depositata
13 novembre 1996.
(24) PROCEDIMENTO PENALE "OLIMPIA", n. 46/93, DDA.
n. 72/94 GIP DDA.
(25) Cfr. TRIBUNALE DI REGGIO CALABRIA, Decreto Mis. Prev.
n. 4/98, p. 34 ss.
(26) Il Tribunale di Reggio, Sezione misure di prevenzione,
all'esito di un'articolata attività istruttoria, con il decreto citato alla
nota che precede, sottopone il Musolino alla sorveglianza speciale di pubblica
sicurezza per la durata di cinque anni, gli impone un regime di prescrizioni e
dispone la confisca di tutti i beni in sequestro.
(27) Va ricordato che nell'aprile del 1996 il procedimento di
segnalazione delle operazioni sospette comportava la trasmissione "senza
ritardo" delle stesse da parte dell'intermediario finanziario "al
questore del luogo dell'operazione", il quale ne informava il nucleo
speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza e il Ministero
dell'interno (essendo cessate alla data del 31 dicembre 1992 le funzioni
dell'Alto Commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza
mafiosa, che la normativa individuava quale co-destinatario delle informazioni
trasmesse dai questori).
(28) Nel DECRETO N. 51/96, cit., p. 1, si fa
riferimento all'avvenuta estinzione, in data 5 aprile 1996, di due
certificati di deposito.
(29) La nota MPS in argomento costituisce il DOC 1490.
(30) Banca d'Italia, Indicazioni operative per la
segnalazione di operazioni sospette, Roma 1994.
(31) Prima della fusione per incorporazione gli sportelli del
MPS erano della Banca Popolare di Reggio Calabria.
(32) Cfr. DOC 1508, cit., pag.2.
(33) In argomento: BANCA D'ITALIA, nota del 22 aprile 1999
[DOC 1546], pag. 2 dell'allegato.
(34) Ibidem, pag. 1.
(35) L'articolo 2 bis, terzo comma, della legge 31
maggio 1965, n. 575 prescrive l'estensione delle indagini sul tenore di vita,
sulle disponibilità finanziarie e sul patrimonio, nonché sull'attività
economica, nei confronti di persone fisiche e giuridiche del cui patrimonio il
soggetto proposto "risulta poter disporre in tutto in parte, direttamente o
indirettamente".
(36) V. DI FRESCO - A. DI FRESCO (CONSULENTI DEL PM), Perizia
tecnico contabile Musolino Rocco, in DOC 1476, pagg. 40 - 41.
(37) Cfr. TRIBUNALE DI REGGIO CALABRIA, Decreto Mis. Prev.
4/98, cit., p. 11.
(38) Il delitto di cui all'articolo 12 quinquies, l. 7
agosto 1992, n. 356, è punito con la reclusione da due a sei anni e comporta, a
sua volta, l'applicazione del regime "particolare" di confisca di cui
all'articolo 12 sexies della stessa legge.
(39) Cfr. TRIBUNALE DI REGGIO CALABRIA, Decreto n. 4/98,
cit., p. 13 ss. e, in particolare, sub nota n. 21.
(40) Cfr. DOC 1415, all. n. 2.
(41) La GAZZETTA UFFICIALE n. 88 del 16/4/1998, serie
generale, parte prima, ha pubblicato (p. 23) il decreto del Presidente della
Repubblica 30 marzo 1998 di scioglimento del consiglio comunale di Santo Stefano
in Aspromonte.
(42) Cfr. L. TASSONE, A. LABATE , B. FEMIA, Relazione ex
articolo 2 septies del 14 aprile 1997, p. 7 ss.
(43) Cfr. DOC 1476, p. 33 e ss.
(44) Cfr. TRIBUNALE DI REGGIO CALABRIA, Decreto Mis. Prev.
n.4/98, cit., che a p. 22 richiama le conclusioni a cui è pervenuto
il dottore commercialista Turiano, secondo cui "Il totale di tutti i
redditi prodotti dal 1974 al 1995 della famiglia Musolino al netto dei consumi
è pari a L. 18.674.597.876. Tale dato, confrontato con il totale degli
investimenti pari a lire 18.239.717.711 evidenzia la capacità da parte della
famiglia a costituire il patrimonio di cui oggi dispone".
(45) Cfr. Decreto 4/98, cit., p. 6.
(46) Cfr. Decreto, ult.cit., p. 10 (nota 13).
(47) Idem, p. 11 (nota 16).
(48) TRIBUNALE DI REGGIO CALABRIA, SEZIONE FERIALE (Pres. P.
IPPOLITO, Est. C.A. Modestino), 17 agosto 1995 (depositata 21 agosto 1995), in
DOC 1476/13.
(49) La relazione della G.d.F richiamata nella motivazione
che precede non risulta allo stato agli atti della commissione.
(50) Cfr. DOC 1476.14.
(51) Cfr. DIREZIONE INVESTIGATIVA ANTIMAFIA, Centro
operatiovo di Reggio Calabria Organigramma della famiglia Serraio-Nicolò-
Musolino, in DOC 674.14, p. 22 ss.
(52) Cfr. DOC 674.14, cit., pagg. 25-26.
(53) TRIBUNALE DI REGGIO CALABRIA - MISURE DI PREVENZIONE DI
PUBBLICA SICUREZZA (Pres. V.MACRÌ, Est. A.V.LOMBARDO), Decreto di applicazione
di misura di prevenzione personale e patrimoniale a Serraino Francesco n. Reggio
Calabria 18 settembre 1929, in DOC 1415, p. 53 ss.
(54) Cfr.TASSONE, LABATE, FEMIA, Relazione ex articolo 2
septies , cit., parte II, p. 36.
(55) Cfr. PROCURE DELLA REPUBBLICA PRESSO I TRIBUNALE DI
MESSINA E REGGIO CALABRIA, Verbale di assunzione di informazioni di Marrapodi
Pietro, in data 17 giugno 1994, in DOC. 215.01, pagg. 126-128.
Conferma l'elargizione del mutuo, la querela sporta dal magistrato Guido Neri in
data 13 ottobre 1994 (in DOC 215.15. p. 1 e ss.).
(56) In argomento cfr. DIREZIONE INVESTIGATIVA ANTIMAFIA, Gruppo
di lavoro procedimento penale n. 155/95 Rgnr DDA Messina, in DOC 1853.
(57) "Coordinamento" e "direzione"
dell'associazione mafiosa vengono contestati al Musolino, con l'imputazione del
reato previsto e punito dall'articolo416 bis, commi 1, 2, 3, 4, 5 e 8 del
codice penale, per essersi associato con altri noti 'ndranghetisti
"costituendo una struttura armata di tipo mafioso denominata «COSCA
SERRAINO», che sprigionava forza intimidatrice di cui i singoli accoliti si
avvalevano per la perpetrazione degli obiettivi illeciti del sodalizio
sfruttando la condizione di assoggettamento delle vittime delle azioni criminose
e di omertà dei terzi, ciò per acquisire indebitamente, in modo diretto e/o
indiretto, la gestione o comunque il controllo delle principali attività
economiche, delle concessioni, degli appalti pubblici, per realizzare profitti o
vantaggi ingiusti nella zona di propria competenza e territori viciniori;
finanziando l'organizzazione con i proventi illeciti di gravissimi delitti
contro il patrimonio tra cui estorsioni, rapine, ricettazioni, ovvero ricorrendo
al commercio di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti; acquisendo la
disponibilità di armi da guerra e comuni attraverso importazioni anche estere;
realizzando, così, una forza militare impegnata a pieno titolo allo scontro
sanguinario della «seconda guerra di mafia» in contrapposizione allo
schieramento destefaniano, partecipando, perciò, alla ideazione, programmazione
ed esecuzione di numerosi fatti di sangue di cui al cennato scontro e meglio
descritti nei capi della rubrica contrassegnati dalla lettera B).
Con l'aggravante per SERRAINO Paolo di aver promosso e diretto l'associazione;
per DENISI Sebastiano, MUSOLINO Rocco, NICOLÒ Antonino, NICOLÒ Sebastiano,
SERRAINO Domenico (classe 1945), SERRAINO Domenico (classe 1955), SERRAINO
Filippo, SERRAINO Francesco, SERRAINO Lorenzo e SERRAINO Lorenzo di averla
coordinata e diretta.
In località Cardeto - Gambarie - Santo Stefano d'Aspromonte (RC), sede
dell'organizzazione, e territori viciniori, a partire da epoca imprecisata -
comunque anteriore al 13/1/1986 - e successivamente".
(58) Di seguito si riporta la motivazione della sentenza
nella parte relativa al Musolino: "Dalla deposizione del verbalizzante De
Marco Francesco alla udienza del 15.12.97 emerge a suo carico quanto segue : "
PUBBLICO MINISTERO - Passiamo a Musolino Rocco, classe 1927. - INTERROGATO (DE
MARCO FRANCESCO) - Musolino Rocco, nato a Santo Stefano d'Aspromonte l'1/3/1927.
È stato coinvolto nella vicenda relativa all'omicidio di Giorgio De Stefano,
che lo vide imputato insieme a Serraino Francesco, Piromalli Giuseppe e Saraceno
Vincenzo. È stato vice - sindaco del comune di Santo Stefano d'Aspromonte. -
PRESIDENTE - Chiedo scusa, Maresciallo. Il Suo nome di battesimo, per il
verbale. - INTERROGATO (DE MARCO FRANCESCO) - Francesco... De Marco Francesco. -
PRESIDENTE - Francesco. Prego. - INTERROGATO (DE MARCO FRANCESCO) - Il
23/12/1953, assolto per amnistia dal Pretore di Villa San Giovanni per ingiurie,
percosse e danneggiamento. Il 10/3/1957, denunziato dalla Stazione dei
Carabinieri di Santo Stefano d'Aspromonte per lesioni e rissa. Il 28/8/1978,
arrestato dalla locale Squadra Mobile, unitamente a Serraino Francesco, classe
1929, Piromalli Giuseppe, classe 1921, in esecuzione di ordine di cattura emesso
dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria per concorso in omicidio in
pregiudizio di giorno De Stefano e tentato omicidio in pregiudizio di Saraceno
Vincenzo, nonché porto abusivo di armi e munizioni; il provvedimento viene poi
revocato dal Giudice Istruttore presso il Tribunale di Reggio Calabria, il
16/9/1978. Misure di prevenzione: il 16/3/1976, irrogata la misura di
prevenzione della diffida di P.S. dal Questore di Reggio Calabria,
successivamente revocata il 24/10/1976. Il 30/10/1978, irrogata la misura di
prevenzione della diffida di P.S. dal Questore di Reggio Calabria, poi revocata
in data 13/11/1979, con decreto del TAR di Reggio Calabria. - PUBBLICO MINISTERO
- Senta, ma mi sembra che erano emerse altre circostanze che Lei non ha riferito
sul conto di questa persona. Ad esempio... - INTERROGATO (DE MARCO FRANCESCO) -
Riguarda la... una nota in data 14/11/1976. Allora... sì. In una nota redatta
nei suoi confronti in data 14/11/1976 dal Nucleo Operativo dei Carabinieri della
Compagnia di Villa San Giovanni, diretta alla Questura di Reggio Calabria, viene
segnalato che il medesimo era titolare, unitamente ai pregiudicati Gioffrè
Francesco Antonio, nato a Sinopoli il 20/1/1921, inteso "Brachetta",
ed altro noto don Ciccio Serraino, inteso "Re della montagna", poi
trucidati nel corso della guerra di mafia, di una impresa boschiva operante in
quasi tutta la provincia di Reggio Calabria, che riforniva anche industrie
siciliane e cosentine. - PUBBLICO MINISTERO - Poi una...della partecipazione di
un matrimonio in Sicilia. - INTERROGATO (DE MARCO FRANCESCO) - Allora, nella
nota viene evidenziato come la florida attività commerciale di detta azienda
fosse agevolata proprio dalla fama di uomini di rispetto dei suoi componenti;
d'altronde... - PUBBLICO MINISTERO - Vabbè, ma queste non... sono
considerazioni. Dico... - INTERROGATO (DE MARCO FRANCESCO) - Ah no. Vabbè.
Diciamo, tale situazione trova anche un riscontro nell'accertata sua
partecipazione insieme ad altri personaggi a Nicosia, Enna, nel 1986, al
matrimonio di Lagilla Simeone, Ispettore del Corpo della Forestale di Stato,
già in servizio a Reggio Calabria, poi tratto in arresto nel quadro delle
indagini condotte negli ultimi anni sul settore della forestazione. A detta
cerimonia, erano presenti anche esponenti politici locali, quali l'assessore
regionale alla forestazione Giovanni Palamara ed altri. Viene anche appurato che
Musolino pernotta nella cittadina siciliana unitamente al noto leader mafioso
Nirta Antonino, classe 1919, da San Luca".
Dal certificato generale del casellario giudiziario emerge una condanna
definitiva per interesse privato in atti d'ufficio commesso in data 13.10.86.
Il collaboratore Lauro nel corso delle dichiarazioni rese al PM in data 18.2.94
lo indica come capo di una famiglia mafiosa operante in Santo Stefano
D'Aspromonte e collegata ai Serraino :
" ...omissis... Così allo schieramento condelliano aderirono le
famiglie...omissis...MUSOLINO (capeggiata da Rocco);""
.... omissis ....
""Il territorio su cui esercitavano il controllo le sopracitate cosche
mafiose...omissis...è il seguente:...omissis...il gruppo di MUSOLINO Rocco,
collegato anche ai SERRAINO, a Santo Stefano D'Aspromone;""
.... omissis ....
""Del clan capeggiato da MUSOLINO Rocco conosco solo il predetto, che
è stato vice sindaco del Comune di Santo Stefano D'Aspromonte e cognato di quel
SURACE scomparso.""
Lo stesso Lauro nel corso delle dichiarazioni rese al PM in data 20.12.94 ne
tratteggia i rapporti pregressi con i deceduti Francesco Serraino e Gioffrè
Francesco Antonio :
"Riconosco nella foto contrassegnata dal numero 3/H Rocco MUSOLINO,
cognato di quel Giuseppe SURACE ucciso dai DE STEFANO dopo avere ammazzato
Giorgio DE STEFANO. Il MUSOLINO costituiva, unitamente a Francesco SERRAINO e a
GIOFFRÈ Francesco detto "brachetta" il trio che comandava
incontrastato la "montagna", e cioè tutto l'Aspromonte, dal versante
jonico a quello tirrenico. Il loro grado in seno alla 'ndrangheta era quello di
"saggi" e ciò comportava che nessuna decisione importante potesse
essere assunta senza il loro consenso. Questi personaggi erano legati da
inquietanti rapporti con personalità eccellenti esponenti delle
istituzioni...omissis".
Il collaboratore Barreca Filippo alla udienza del 3.10.97, confermando i detti
di Lauro, evidenzia la personalità mafiosa del Musolino risalente sin dai tempi
in cui erano ancora in vita Francesco Serraino e il Gioffrè e ne mette in
risalto l'amicizia con Santo Araniti: ("PUBBLICO MINISTERO - Lei conosce
Musolino Rocco del '27? - INTERROGATO ( BARRECA FILIPPO) - Musolino Rocco era il
personaggio di cui ho detto poco fa.. e.. personaggio molto.. importante
all'interno della 'ndrangheta.. era un capo carismatico ed era un personaggio
che aveva rapporto col mondo istituzionale... e in poche parole, era un grosso
massone che per conto, diciamo .. e per quello che a me risulta, che più volte
Araniti mi ha.. ribadito e.. era il personaggio chiave del mondo politico e del
mondo istituzionale.. cioè si rivolgevano a lui tutti per.. uhm.. per il ..
come dire.. l'aggiustamento dei processi, per quanto riguarda, diciamo.. tutto
quello c he era .. ed è il famoso cognato di quel Surace, che uccise Giorgio De
Stefano nel.. riunione che si era tenuto presso.. diciamo Santo Stefano. -
PUBBLICO MINISTERO - Lei lo conosce? - INTERROGATO ( BARRECA FILIPPO) - Si, lo
conosco personalmente... - PUBBLICO MINISTERO - Quando lo ha conosciuto? -
INTERROGATO ( BARRECA FILIPPO) - Ripeto, lo conosco dal 1970 - '71.. '72...
ecco.. il periodo ora non me lo ricordo.. '73.. può darsi.. pure.. era il '73..
ma non credo.. perché io mi ricordo che ero.. giovane.. avevo ventiquattro o
venticinque anni.. quindi.. ventitré.. ventiquattro.. ora non me lo ricordo
particolarmente.. So che è venuto a casa mia, ripeto per perorare la causa di
una figlia di un maresciallo delle Guardie Forestali.. co.. ragazza che con me
usciva sin.. diciamo.. siccome era ragazza.. aveva sedici anni.. e.. il.. lo
stesso .. sia Rocco Musolino che.. Ciccio Serraino, erano venuti da me.. dice
"compare, lasciatela stare, è una ragazza. Siccome il padre ci occorre a
noi per.. ci interessa perché è un maresciallo della Guardia Forestale - dice
- se cortesemente voi la potete lasciare stare". Io chiaramente aderì a
questa cosa, tant'è che poi questa ragazza, non solo .. non si mise più con me
perché io l'abbandonai e si è messa con mio cugino Filippo.. altro dramma poi,
perché poi son tornati.. sono ritornati e.. chiaramente.. vedevano 'sta..
siccome era un po'.. come dire.. un po' leggera.. fatto sta che il padre..
perché tornava tardi a casa, eccetera... c'era stato tutto un caos.. fatto sta
che so che poi si era messa con mio cugino Filippo e che quindi poi sono dovuto
intervenire anche con lui per fare in modo che la lasciasse in pace.. perché
gli interessava ad amici nostri.. e quindi.. diciamo.. la cosa poi è finita
lì.. Tant'è che c'era a quell'epoca.. pure Giovanni De Stefano e io
gliel'aveva presentato pure Giovanni.. quindi è stato '73 - '74.. voglio dire..
questo era il periodo.. pure forse il '75.. Gliela presentai a Giovanni De
Stefano, che usciva con lui.. eccetera.. Poi a un certo punto gli ho detto
"compare Gianni, vedete che è venuto da me .. Ciccio Serraino e Rocco
Musolino e mi hanno detto di lasciare questa ragazza ".. conclusione.. 'sta
ragazza è stata lasciata in pace, in poche parole.. come.. - PUBBLICO MINISTERO
- Senta, le risultano rapporti tra il Musolino e Araniti Santo? - INTERROGATO (
BARRECA FILIPPO) - Mi risultano rapporti tra
Musolino e Araniti Santo .. diciamo.. da.. si.. sono rapporti che avevano
privilegiati tra Araniti Santo e Rocco Musolino.. sin... uhm.. dai tempi,
diciamo.. dello scoppio della prima guerra di mafia.. e... Era un personaggio
molto importante Rocco Musolino e lo è.. - PUBBLICO MINISTERO - Questi rapporti
con Araniti Santo come le risultano? - INTERROGATO ( BARRECA FILIPPO) - Ma.. me
lo diceva lo stesso Araniti.. addirittura io so che si interessò lui per quanto
riguarda... la vicenda del.. processo Droga 2, si interessò per.. fare in modo
che la vicenda fosse un po' addolcita... - PUBBLICO MINISTERO - Che tipo di
rapporti avevano con Araniti Santo? - INTERROGATO ( BARRECA FILIPPO) - Ma erano
rapporti strettissimi.. anche col cugino.. che era un massone pure lui.. Pietro
Araniti .. so che c'erano dei rapporti intimi e privilegiati conorevole.
con... gli Araniti Santo.. con tutti.. voglio dire... e Araniti Santo non
bisogna dimenticare che era un grosso appaltatore.. cioè a nome.. avevano una
società che doveva appaltare i lavori per quanto riguarda, diciamo il.. e..
hanno fatto svariate costruzioni.. e in queste società.. Poi sono state vendute
per il tramite di.. del cugino Pietro, sono stati vendute al Ministero del
Tesoro a un prezzo, diciamo, esoso.. cioè più di quello che era il valore
loro... e.. So che in questo contesto si interessò pure da Rocco Musolino per
le vendite della.. diciamo.. di questi beni che loro avevano con la società..
che si chiamava.. diciamo.. la società che aveva Araniti Santo si chiamava ..
e.. "A e B" ... e cioè.. in poche parole era.. Araniti, Bellantone e
un altro.. "A, B, C".. e C, che era un altro.. che in questo momento
non so.. meglio... dire.. comunque la società di cui parlo era l'"A, B,
C" che voleva intendere Araniti, Bellantone Cosimo e.. l'altro era.. un
altro.. un cugino pure di Araniti ma che gestiva lui.. diciamo.. la.. questione
di tutti gli appalti e di tutte le opere che si dovevano effettuare nel.. nella
provincia... - PUBBLICO MINISTERO - Senta, e qual era il ruolo di Musolino
all'interno del gruppo? - INTERROGATO ( BARRECA FILIPPO) - Musolino, come
dicevo, è un ruolo di primissimo piano.. era.. molto vicino al gruppo dei
Serraino. Intanto era... e.. un personaggio che.. è stato molto vicino al..
Valanidi.. per.. ragioni che chiaramente .. anche sul problema degli appalti..
dei.. de.. della vicinanza col gruppo dei Serraino. Perché Araniti Santo da
quando.. diciamo da sempre, è stato molto vicino al gruppo di Ciccio Serraino..
assieme al cugino, come dicevo, Pietro... per tut.. per quanto riguarda il..
discorso dei rapporti tra Araniti e.. e.. Musolino.. mi risultano a me
personalmente proprio in svariate occasioni.. e.. so che c'era un rapporto
privilegiato.. conorevole. il gruppo di Araniti.. - PUBBLICO MINISTERO -
Ma è in condizioni di meglio specificare il ruolo del Musolino all'interno del
gruppo Serraino? - INTERROGATO ( BARRECA FILIPPO) - Ma guardi, senza dubbio era
un ruolo di primo piano, nel senso che, pur essendo neutrale anche lui come
Araniti alla individuazione.. diciamo.. alla.. non era schierato apertamente ma
sotto sotto certamente era schierato con il gruppo dei Serraino. Proprio per
quella triade di cui ho detto che erano lui, Cicc' ntoni Brachetta.. ucciso
sempre dai Tegano nel conflitto della guerra di mafia .. e.. il.. gruppo a cui
faceva capo.. diciamo.. Cicc' ntoni Brachetta.. Rocco Musolino e.. Rocco.. e...
Ciccio Serraino.. questa era la triade che comandava, diciamo, tutta la zona
aspromontana... e conorevole..").
La collaboratrice di giustizia Di Iovine Santa Margherita alla udienza del
28.10.97 , sia pure su contestazione del PM ( non ricordando la donna il ruolo
"preciso" del Musolino all'interno del gruppo Serraino nel quale pure
lo inquadra, citando episodi di antica frequentazione con il defunto Francesco
Serraino) , lo definisce una specie di "testa pensante" o "consigliori"
del gruppo Serraino della "montagna" : ("PUBBLICO MINISTERO -
Ho capito. Lei conosce Musolino Rocco? - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA
MARGHERITA) - Non ho capito, mi scusi. - PUBBLICO MINISTERO - Conosce Musolino
Rocco? - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Sì. - PUBBLICO MINISTERO -
Ecco, vuole riferire alla Corte in che modo lo conosce? - INTERROGATO (DI
GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Quando io abitavo in Mac Mouw (??), lui è venuto a
casa mia a pranzo.. cioè a cena, a pranzo, a mangiare con mio zio Domenico,
perché lavoravano insieme con un camion di.. di formaggio, di latte, adesso non
mi viene in mente il camion cos'era, dalla Parlamat. - PUBBLICO MINISTERO -
Quando Lei abitava dove? Scusi, non ho capito. - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA
MARGHERITA) - In Via Mac Mouw. - PUBBLICO MINISTERO - Sì. Quando si è
verificato questo incontro? - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Adesso
non mi ricordo precisamente la data.. l'anno, so che era molto prima che io
venissi arrestata, prima che.. molti anni prima, ecco. - PUBBLICO MINISTERO - E
venne a pranzo.. - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Adesso non mi
ricordo dove.. (incomprensibile per voci sovrapposte!) - PUBBLICO MINISTERO -
..A casa Sua? - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Non ho capito. -
PUBBLICO MINISTERO - Venne a pranzo a casa Sua? - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA
MARGHERITA) - Sì, venne.. veniva parecchie volte con mio zio è venuto, ecco. -
PUBBLICO MINISTERO - Con Suo zio, quale? - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA
MARGHERITA) - Domenico. - PUBBLICO MINISTERO - Quindi c'erano dei rapporti tra
Suo zio e il Musolino Rocco? - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Sì.
- PUBBLICO MINISTERO - Che tipo di rapporti c'erano? - INTERROGATO (DI GIOVINE
SANTA MARGHERITA) - Rapporti di lavoro. - PUBBLICO MINISTERO - Ma erano soltanto
rapporti di lavoro? - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Penso di no,
dottore. Poi l'ho visto una volta, se non erro, se.. a casa di mio cugino.. -
PUBBLICO MINISTERO - Ma, un attimo, parliamo di questo incontro. Quindi venne a
pranzo a casa Sua, con Suo cugino.. conorevole. con Suo zio, voglio dire.
- INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Sì. - PUBBLICO MINISTERO - Ora: e
per quale motivo lo portava a casa Sua a pranzo? - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA
MARGHERITA) - Mi scusi.. - PUBBLICO MINISTERO - C'è una ragione particolare? -
INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Mi scusi, non riesco a capirLa. -
PUBBLICO MINISTERO - Dico, c'era una ragione particolare? - INTERROGATO (DI
GIOVINE SANTA MARGHERITA) - No, no, mio zio veniva spesso a trovarci, con suo
figlio, con Mimmo, con lui, quando veniva là a Milano, ma.. qui si parla ancora
prima che iniziasse la guerra. - PUBBLICO MINISTERO - Sì. Ora, io Le chiedo:
quando conobbe, per la prima volta, il Musolino? - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA
MARGHERITA) - Se la memoria non mi inganna, l'ho conosciuto quando siamo andati
alla festa della Madonna della Montagna, con mia madre e la mia famiglia, l'ho
conosciuto a casa di mio cugino Ciccio della montagna. - PUBBLICO MINISTERO -
Sì. - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Lì ho conosciuto Musolino la
prima volta. - PUBBLICO MINISTERO - E chi glielo presentò? - INTERROGATO (DI
GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Lì, mio... mio cugino e i miei parenti che erano
lì. - PUBBLICO MINISTERO - E vi siete soltanto limitati alle presentazioni,
oppure Lei ebbe modo di frequentarlo quella giornata? - INTERROGATO (DI GIOVINE
SANTA MARGHERITA) - No, no, io dopo sono andata via, cioè non son rimasta lì,
sono andata via ecco, ci siamo presentati e basta. - PUBBLICO MINISTERO - Lei,
in quel verbale, ha dichiarato: "Poiché non ci vedevamo da molto tempo, ci
invitò" il Ciccio Serraino sempre no?, "ad andare presso la sua
abitazione".. - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Sì. - PUBBLICO
MINISTERO - È vero? - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Sì, è vero.
- PUBBLICO MINISTERO - E il Musolino venne anche lui? - INTERROGATO (DI GIOVINE
SANTA MARGHERITA) - Era lì già lui. - PUBBLICO MINISTERO - Ah, quindi l'avete
incontrato.. - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Se mi ricordo bene,
dottore, perché sa, gli anni son passati, adesso nonorevole. non posso
ricordarmi precisamente.. so che quello che ho detto prima è giusto. - PUBBLICO
MINISTERO - Quindi Lei, praticamente, lo ha conosciuto a casa di Ciccio Serraino?
- INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Sì. - PUBBLICO MINISTERO - Quel
giorno. Ho capito. Senta, ma nessuno dei Suoi familiari Le disse se questo
Musolino aveva un ruolo all'interno del loro gruppo? - INTERROGATO (DI GIOVINE
SANTA MARGHERITA) - Che mi risulta sì, un ruolo ce l'aveva sicuramente, ma
adesso non mi ricordo se me l'hanno detto o meno, ecco. - PUBBLICO MINISTERO -
Suo zio Domenico venne ucciso, giusto? - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA
MARGHERITA) - Sì. - PUBBLICO MINISTERO - E Le risultano rapporti tra Suo zio
Domenico e il Musolino Rocco? - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Sì,
mi risultano. - PUBBLICO MINISTERO - Ricorda... - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA
MARGHERITA) - Rapporti di lavoro. - PUBBLICO MINISTERO - Le parlò mai di questa
persona? - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) - In casa si parlava sempre
di questa persona. Anche le figlie andavano a casa di mia zia. - PUBBLICO
MINISTERO - Lei ha dichiarato che Suo.. questo Suo zio aveva una sorta di
venerazione per il Musolino.. - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Sì.
- PUBBLICO MINISTERO - Me lo conferma? - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA
MARGHERITA) - Sì, sì, lo confermo. - PUBBLICO MINISTERO - Addirittura, Lei ha
dichiarato: "Praticamente, qualunque decisione che interessava il suo
gruppo, la sottoponeva senza eccezioni di sorta a quest'uomo". -
INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Sì. - PUBBLICO MINISTERO - Quindi
c'era un rapporto proprio di.. quasi sudditanza fra i due? - INTERROGATO (DI
GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Ma andavano... lui... andavano d'accordo, cioè mio
zio era proprio attaccato morbosamente a questo uomo qui. Qualsiasi cosa,
decisione doveva prendere, chiedeva consiglio. - PUBBLICO MINISTERO - Ma Lei.. -
INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Andava da lui a parlare, ecco. -
PUBBLICO MINISTERO - Poi Lei ha dichiarato: "Il Musolino era parte
integrante del gruppo Serraino della montagna". - INTERROGATO (DI GIOVINE
SANTA MARGHERITA) - Sì. - PUBBLICO MINISTERO - Lo conferma? - INTERROGATO (DI
GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Sì. - PUBBLICO MINISTERO - Ecco, e come fa Lei ad
affermare questo? Come ha avuto modo di.. di sapere che era inserito nel gruppo
dei Serraino della montagna? - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) -
Perché dottore, in cosa, ogni piccolezza, se ne discuteva ecco. - PUBBLICO
MINISTERO - Le risulta se il Musolino Rocco abbia mai finanziato i Suoi parenti
nella guerra di mafia? O in epoca antecedente? - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA
MARGHERITA) - Dottore, mi dispiace, non mi ricordo adesso precisamente. Può
essere sì, ma adesso non mi ricordo, guardi. - PUBBLICO MINISTERO - Perché Lei
ha dichiarato: "Mio zio Domenico mi disse che il Musolino si metteva
totalmente a disposizione per qualunque cosa lui gli chiedesse". -
INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Sì. - PUBBLICO MINISTERO -
"Era un fondamentale punto di riferimento per il recupero di cospicue somme
di denaro, da impiegare nelle varie attività della cosca": lo conferma? -
INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Lo confermo, dottore. - PUBBLICO
MINISTERO - E Lei è a conoscenza di episodi specifici, che comprovino questa
affermazione? - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Può darsi che sia a
conoscenza, però non mi.. adesso, in questo momento proprio.. - PUBBLICO
MINISTERO - Lei ha conosciuto tale Gioffrè? - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA
MARGHERITA) - Sono passati tanti anni pure!... Non ho capito. - PUBBLICO
MINISTERO - Ha conosciuto tale Gioffrè? - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA
MARGHERITA) - Il cognome non mi dice niente. Cioè il.. la... la.. - PUBBLICO
MINISTERO - Vabbè, una sola.. una persona soprannominata "Braghetta"?
- INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Mi sembra di no. Non ne son
sicura. - PUBBLICO MINISTERO - Lei ha dichiarato che Musolino, insieme a questo
Gioffré detto "Braghetta", erano chiamati i due "I
professori". - INTERROGATO (DI GIOVINE SANTA MARGHERITA) - Ah, il
professore sì, l'ho conosciuto").
Alle udienze del 16.4.98, 17.4.98, 21.4.98, 28.4.98, 7.5.98, 28.5.98 sono
sfilati innanzi a questa Corte diversi testi dalla cui deposizione la difesa
trae argomenti a favore della inesistenza della situazione di monopolio
"mafioso" del commercio di legname in Gambarie a favore del Musolino
(il suo commercialista , sin dal 1973 sino al 1994, Palermiti Carmelo ; Versace
Stefano proprietario di terreni che ha venduto il legname -dagli stessi terreni
prodotto- al Musolino senza evidenziare alcuna pressione ; il Comandante la
Stazione dei CC di Santo Stefano D'Aspromonte dal '76 all"83, Formica
Francesco, il quale ha sottolineato che in quel periodo la condotta del Musolino
non aveva dato luogo a segnalazioni di sorta ; il Comandante la Stazione dei CC
di Santo Stefano D'Aspromonte dal '85 all'95, Saraò Stefano, il quale ha reso
deposizione simile a quelle del collega Formica ; il Comandante la Stazione dei
CC di Santo Stefano D'Aspromonte dal '85 all'87, Tripepi Antonino, il quale ha
reso deposizione simile a quelle degli altri sottufficiali dell'Arma; i
commercianti nel settore dell'industria boschiva Reitano Pietro, Zoccali
Domenico e Zoccali Rocco, operanti nel comprensorio del Comune di Santo Stefano
D'Aspromonte o nei paraggi, i quali hanno tutti sottolineato di non aver
ricevuto alcuna intimidazione o pressione di sorta da parte del Musolino.
Giova sul punto precisare che nessuno dei collaboratori escussi sul ruolo del
Musolino Rocco ha mai affermato che l'imputato praticasse estorsioni in danno
dei commercianti del settore boschivo della zona di Santo Stefano D'Aspromonte
essendosi limitati a dire che lui ( anche in virtù dei rapporti con il defunto
Francesco Serraino, confermati dalla deposizione della Di Iovine Santa
Margherita) era un grosso industriale del legno ( donde l'appellativo di re
della "montagna"). Che poi enorme fosse il volume d'affari sviluppato
dall'attività del Musolino è un dato di fatto obiettivo che risulta dalle
stesse deposizioni dei testi della difesa ( cfr deposizione del commercialista
Palermiti il quale fa riferimento ad un fatturato salito dai 300 milioni dei
primi anni 70 sino al miliardo alla fine degli anni 80) , mentre sempre modesta
appare l'entità del fatturato degli altri imprenditori (cfr. deposizione di
Zoccali Domenico che si attribuisce "lavoretti di poco" e quella di
Zoccali Rocco che riferisce di un volume d'affari annuo di poche decine di
milioni).
Per quanto concerne il contenuto delle deposizioni dei sottufficiali dell'Arma
che si sono succeduti al comando della Stazione di Santo Stefano D'Aspromonte
stonata rispetto al loro contenuto appare la nota - citata dal verbalizzante De
Marco Francesco alla udienza del 15.12.97 nell'elencare la biografia giudiziaria
dell'imputato - redatta in data 14/11/1976 dal Nucleo Operativo dei Carabinieri
della Compagnia di Villa San Giovanni, diretta alla Questura di Reggio Calabria,
e con la quale viene segnalato che il Musolino era titolare - unitamente ai
pregiudicati Gioffrè Francesco Antonio, nato a Sinopoli il 20/1/1921, inteso
"Brachetta", ed altro noto don Ciccio Serraino, inteso "Re della
montagna" (ndr. entrambi poi trucidati nel corso della guerra di mafia) -
di una impresa boschiva operante in quasi tutta la provincia di Reggio Calabria,
che riforniva anche industrie siciliane e cosentine. Con questo non si vuol
certo dire che essi abbiano deposto il falso ma che appare singolare che già
dall'anno 1976 il Musolino fosse stato "attenzionato" dai vertici
dell'Arma di Villa San Giovanni ( nel cui circondario rientra Santo Stefano
D'Aspromonte) per le sue amicizie e frequentazioni d'affari
"pericolose" senza che alla locale Stazione ne sapessero nulla.
Evidentemente il Musolino appariva ciò che non era agli occhi dei vari
sottufficiali succedutisi al comando della stazione di Santo Stefano per il suo
modo di agire che non lo caratterizzava apertamente come il tipico mafioso (del
resto egli è stato descritto come la testa pensante del gruppo Serraino, alieno
dunque da quei comportamenti caratteriali che connotano il mafioso incolto e
violento ).
Giova peraltro evidenziare come l'esistenza di intensi rapporti economici di
affari tra i tre (il Musolino, il Serraino Francesco e il Gioffrè
Francescantonio ) sono confermati dalle dichiarazioni rese da questi ultimi due
(ora defunti per morte violenta) in tempi non sospetti ed acquisite al
dibattimento alla udienza del 23.4.98 (cfr cartella 236 vol 5) a seguito di
produzione del PM effettuata alla udienza del 17.4.98. Il Serraino venne sentito
dal PM di RC in data 22.12.1970 e in quella sede ha affermato che nella
commercializzazione del prodotto derivante dal taglio di alberi effettuato nella
qualità di imprenditore boschivo "...interessavo il mio socio Musolino
Rocco. Altri soci sono Gioffrè Francescantonio e Italiano Giuseppe. Io e
Musolino siamo soci fissi mentre il Gioffrè ed Italiano partecipano spesso alle
nostre operazioni commerciali." ; il Gioffrè, sentito dalla
Commissariato di Palmi in data 15.9.83, ha confermato che esplicava l'attività
di industriale boschivo e che la legna per svolgere detta attività era
acquistata dal Musolino Rocco, intestatario della ditta).
Ulteriore tassello del mosaico accusatorio è costituito dalla illegittima
provenienza dell'impero economico facente capo al Musolino Rocco dichiarata dal
Tribunale di Reggio Calabria -Sezione Misure di Prevenzione con il decreto , sia
pure non definitivo, con il quale in data 29.1.98 è stata applicata la misura
della Sorveglianza Speciale per la durata di anni 5 ed è stata disposta la
confisca del suo patrimono già sottoposto a sequestro ( il relativo
provvedimento è stato acquisito su produzione del PM alla udienza del 19.5.98 ,
cfr cartella 244 vol. 1).
Per quanto concerne, poi, l'accusa rivolta al Musolino di essere stato uno dei
mandanti dell'omicidio di Giorgio De Stefano ( fratello di Paolo De Stefano e
cugino dell'attuale imputato omonimo avv. Giorgio De Stefano ucciso in Contrada
Acqua del Gallo, località aspromontana vicina a Gambarie, nel lontano novembre
dell'anno 1977) sono acquisite in atti ( su produzione del PM) sia la sentenza
di condanna all'ergastolo emessa da altra Corte di Assise in data 24.2.98 sia il
solo dispositivo della pronunzia di assoluzione della Corte di Assise di Appello
di RC in data 5.1.99, depositata dalla difesa in Cancelleria in data 7.1.99.
Trattasi pertanto di pronunzia non definitiva essendo pendente il termine per
proporre ricorso per cassazione da parte della pubblica accusa .
In ogni caso la vicenda dell'omicidio (che in questo processo concerne gli
imputati Mammoliti Antonino e Nirta Antonio iunior, cfr. cap A4) pur potendo
avere una ripercussione sulla posizione associativa del Musolino , anche in
considerazione del presunto movente dell'assassinio ipotizzato dall'accusa (
l'insofferenza che già verso la fine degli anni 70' maturava negli ambienti
della 'ndrangheta della provincia di Reggio Calabria verso lo strapotere del
clan De Stefano), non appare assolutamente indispensabile ai fini
dell'accertamento del ruolo del Musolino in seno al clan Serraino.
Dalle concordi dichiarazioni dei collaboratori Lauro, Barreca e Di Iovine
Margherita - l'una riscontrante le altre - emerge in modo indubbio il ruolo del
Musolino quale "testa pensante" del clan Serraino e dunque sussiste
anche l'aggravante contestata di coordinatore e dirigente del gruppo . Pena equa
- valutati i criteri direttivi di cui all'articolo 133 CP ed in particolare da
un lato il ruolo di "consigliori " svolto, e dall'altro la mancata
partecipazione a fatti di sangue , neppure contestati - stimasi quella di anni 6
di reclusione".
(59) Il dottor Giovanni Montera, Presidente Aggiunto Onorario
della Corte di Cassazione, nell'imminenza dell'approvazione della Relazione, ha
inviato alla Commissione parlamentare Antimafia alcune lettere che illustrano la
posizione del magistrato sui punti della relazione che lo riguardano.
La Commissione, pur deplorando la circostanza della diffusione e della
conseguente conoscenza, da parte del dottor Montera, di un atto riservato, quale
è la relazione in fase di discussione da parte di una Commissione di inchiesta
parlamentare, ha accolto la proposta del relatore di rendere in gran parte
pubblica la lettera pervenuta il 29 giugno 2000, nonostante alcuni passaggi
della stessa contengano affermazioni e toni non condivisibili. Ciò è apparso
opportuno in quanto la Commissione ha ritenuto di non accogliere, a motivo dello
stato avanzato dei lavori relativi all'esame della relazione, la richiesta di
audizione contestualmente avanzata dal dottor Montera.
La Commissione ha, altresì, ritenuto di non pubblicare le lettere successive,
sia in considerazione della presenza di apprezzamenti critici che appaiono
lesivi della onorabilità di terzi sia per il fatto che esse, sostanzialmente,
nulla aggiungono al contenuto della prima lettera. Il testo è il seguente:
"Sono venuto a conoscenza, anche per via di indiscrezioni giornalistiche,
che presso codesta on. Commissione parlamentare è in corso di esame e di
approvazione una bozza di relazione, riguardante lo stato del coinvolgimento di
uomini delle istituzioni con il sottobosco mafioso, che mi riguarderebbe
direttamente con grave lesione della mia immagine e reputazione. Si tratterebbe
per la maggior parte del riciclaggio di vecchie calunnie e diffamazioni che, in
un recente passato "il ben noto notaio Pietro Marrapodi" ha ritenuto
di rivolgere contro la mia persona, e contro quella di altri magistrati, su
ispirazione e chiara strumentalizzazione di altri, anch'essi "ben
noti", magistrati. Quel che tuttavia rappresenta oggi una grave ed
inammissibile novità è non solo il fatto che le calunnie e le diffamazioni
possano essere riprese in una sede così autorevole, qual è certamente la
Commissione da Lei presieduta, ma che le stesse verrebbero dalla bozza
predisposta dal sen. Figurelli presentate in una luce insidiosa, in una logica
distorta e manipolatoria della verità se non addirittura con il sostegno di
fatti e circostanze non rispondenti al vero. Eppure, delle
"responsabilità" di magistrati nelle fantasiose esternazioni del
notaio Marrapodi si erano largamente occupati sia l'ispettore del Ministero di
Grazie e giustizia, dottor Vincenzo Nardi, sia il Ministro di Grazia e giustizia
dell'epoca, on. Filippo Mancuso, che aveva addirittura azionato la procedura
disciplinare nei confronti di due magistrati operanti nel reggino. Ma la bozza
di relazione ignora tutto ciò e riporta invece ignobili pettegolezzi sviluppati
da magistrati "ascoltati" da codesta on. Commissione.
Non credo, onorevole Presidente, che sia questa la sede più opportuna perché
mi intrattenga sui particolari, ma è certamente mio diritto chiedere di essere
ascoltato, prima che la bozza sia ulteriormente discussa ed eventualmente
approvata. Il sostanziale attacco che oggi mi si muove in maniera del tutto
inopinata è chiaramente il frutto di un abile assemblaggio - ripeto - di
diffamazione, di calunnie, di pettegolezzi che ho già sufficientemente
confutato nelle opportune sedi, ma che vedo nel documento in questione
riproposte per finalità che allo stato mi sfuggono. Comunque, di tutto quello
che il defunto per autoimpiccaggione Marrapodi ha, purtroppo impunemente,
gettato sulla mia persona - atteso che la risposta "penale" gestita
allora dal dottor (omissis), Sostituto Procuratore (omissis),"ospite"
per più mesi delle patrie galere sotto l'accusa, fra l'altro, di essere un
associato di stampo mafioso, come già in passato lo era stato il Marrapodi, ha
tardato purtroppo a giungere in tempo per l'inaspettato esito mortale dello
stesso Marrapodi (che tuttavia in tal modo ha evitato di essere raggiunto dalle
prevedibili condanne dopo i numerosi rinvii a giudizio, appunto, per calunnie e
diffamazioni ai miei danni, ed anche di altri magistrati) - oggi non è
residuato che l'archiviazione della procedura ex articolo 2 legge sulle
guarentigie disposta nei miei confronti dal CSM (ed anche a tal proposito il
riferimento che sarebbe contenuto nella bozza è "falso per
omissione"), nonché la declaratoria di non luogo a procedere per
l'insussistenza dei fatti addebitati pronunciata dalla Sezione Disciplinare,
sempre del CSM (e, mi consenta, onorevole Presidente, anche sul punto il
documento distorcerebbe il senso della pronuncia e l'approfondimento dei fatti
compiuto dalla Procura generale della Corte di Cassazione, con richiesta a firma
congiunta - si badi - sia dell'avvocato generale che del Procuratore generale
dell'epoca).
Quanto, infine, dopo circa un anno ho chiesto di essere collocato a riposo per
ragioni familiari e di salute (circostanza, anche questa, che sarebbe presentata
sempre in maniera distorta ed insidiosa), ho ottenuto, - previa come è noto
positiva valutazione discrezionale della mia quarantennale attività
professionale - il riconoscimento del grado superiore a quello ricoperto e cioè
l'attribuzione del titolo onorifico di Presidente Aggiunto della Corte di
Cassazione, nonché da parte della Presidenza della Repubblica - con decreto
controfirmato dal Presidente del Consiglio D'Alema - del titolo, altrettanto
onorifico, di Grande Ufficiale della Repubblica.
Ritengo, pertanto, on. Presidente, di avere acquisito "titoli"
sufficienti per poter chiedere, quanto meno, di essere ascoltato da codesta
onorevole Commissione; presso la quale in passato ho avuto l'onore di svolgere,
in qualità di esperto perfettamente legittimato sia sul piano morale che sul
piano professionale, alcune considerazioni e suggerimenti sullo stato
dell'allora normativa relativa al contrasto della criminalità mafiosa per mezzo
della via patrimoniale.
Oggi, invece, mi trovo sostanzialmente nella veste di "imputato",
tuttavia senza processo né contraddittorio: il che, com'è chiaro, cozza
violentemente non solo contro ogni elementare principio di diritto, ma oblitera
del tutto la recente normativa che ha portato, fra l'altro, all'innovazione
dell'articolo 111 della Carta Costituzionale. Da qui, la mia richiesta di
audizione, anche perché contro l'eventuale approvazione della bozza in
discussione mi vedrei precluso ogni possibile rimedio.
Invero, se in passato contro una quasi analoga iniziativa di un gruppo di lavoro
del CSM, che aveva impunemente raccolto le esternazioni del solito Marrapodi, ho
potuto avere soddisfazione dalla sentenza del TAR Lazio del 29.03.2000, n.
2488/2000, dopo una favorevole sospensiva, divenuta oggi definitiva, della
pubblicizzazione della bozza di risoluzione riguardante anche altri magistrati,
oggi - on. Presidente - non posso che "appellarmi" se non alla Sua
elevata coscienza ed a quella, altrettanto elevata, del suoi onorevoli colleghi.
In fiduciosa attesa, porgo distinti ossequi.
Firmato: Giovanni Montera".
(60) Tribunale di Messina, Ufficio del giudice per le
indagini preliminari (Gip A. Vitanza), Decreto di archiviazione nel procedimento
penale n. 155/95 Rgn.
(61) Il Gip richiama sul punto il verbale delle dichiarazioni
rese dal Lauro il 15 marzo 1995.
(62) Il testo integrale del decreto del Presidente della
Repubblica 30 marzo 1998 di scioglimento del consiglio comunale di Santo Stefano
in Aspromonte, è in Gazzetta Ufficiale N. 88 Serie Generale Parte Prima del
16/4/1998 p. 23.
(63) Il Gip Vitanza evidenzia che il Musolino è stato
intestatario di più autovetture Mercedes (Decreto, cit., p. 28).
(64) Già nel novembre del 1975, il commissariato di pubblica
sicurezza di Villa San Giovanni aveva evidenziato che Francesco Serraino, socio
di Rocco Musolino, era risultato "implicato nel sequestro del professor
Caminiti, anche se appariva di aver svolto un ruolo di intermediario per il
rilascio del professionista", così in DOC. 1890.1.
(65) Cfr. la querela contro il dr. Pietro Marrapodi sporta
dal magistrato Giovanni Montera in data 7 ottobre 1994 al Procuratore della
Repubblica di Messina, in DOC. 218,p. 7 ss.
(66) Il Montera sottoliena di aver realizzato la costruzione
della casa in Gambarie "previo rislascio di regolare licenza edilizia e di
regolare nulla osta, con il rispetto dei tempi fissati nel contratto con il
Comune alienante a pena di condizione risolutiva (non vorrei presumere, ma
ritengo che io e mio cognato Aldo Gerardis siamo stati gli unici a
"rispettare" la condizione"), in DOC 218, cit., pagg. 13-14.
(67) Il riferimento del Gip è alle dichiarazioni del
Marrapodi verbalizzate il 2 giugno 1995 (cfr. Decreto, cit., p. 27).
(68) Malara Stefano, cognato del Musolino, risulta tra gli
intestatari di azioni della Banca Popolare di Reggio Calabria. Altri riferimenti
ai Malara sono stati fatti esaminando taluni aspetti del procedimento di
prevenzione patrimoniale a carico del Musolino.
(69) Cfr. Dia Catania - gruppo di lavoro proc.pen.155/95 DDA
Messina, in DOC 1853.
(70) Il decreto ora citato ha disposto l'archiviazione degli
atti relativi al magistrato Montera non solo in relazione al Musolino, ma anche
a vari altri fatti, che il giudice per le indagini preliminari di Messina
raggruppa in un lungo indice iniziale.
Essi hanno riguardato: a) l'appalto per l'installazione e la gestione delle
apparecchiature di sicurezza del Palazzo di giustizia di Reggio Calabria; b) i
rapporti tra il magistrato e D'Agostino Antonio; [c) i rapporti con Musolino
Rocco]; d) rapporti di frequentazione del dr. Montera con i fratelli
Zappalà; e) sollecitazioni del dr. Montera rivolte al colonnello Sicari per la
regolarizzazione di un cavalcavia a Bova Marina; f) coinvolgimento finanziario
della famiglia Montera in imprese, cui erano interessati personaggi legati ad
ambienti criminali; g) lettera di stima che il dr. Montera avrebbe preteso dal
Marrapodi per recuperare il prestigio e la reputazione aggrediti dalle accuse
del notaio.
Il GIP si sofferma, tra l'altro, sul rapporto Montera - D'Agostino, innanzi
tutto per rilevare che il notaio Marrapodi riteneva quest'ultimo una
"figura centrale di numerosi intrecci affaristici, massone e legato ai
"servizi deviati", e per evidenziare che il D'Agostino risultava
pregiudicato per vari reati (furto, assegni a vuoto, falso sequestro di persona
e calunnia), indagato per l'articolo 416 bis c.p., titolare di numerose
società esercenti varie attività.
Tuttavia, delle confutazioni dello stesso Montera non è dato trovare analitica
menzione nella motivazione del decreto, dove si legge che dalle indagini
esperite dalla DIA "non erano emersi rapporti di frequentazione tra
l'imprenditore e il magistrato, aventi risvolti di rilevanza penale ...".
Quanto ai fratelli Zappalà (punto d), indicati da varie fonti1 quali
uomini d'onore, che il notaio Marrapodi aveva riferito, e la motivazione lo
ricorda, che la famiglia Montera aveva acquistato più di una unità
immobiliare, nel villaggio Costa dei Saraceni, da essi realizzato. E a prezzi
definiti dallo stesso Montera "vantaggiosissimi".
Il GIP sottolinea che anche queste affermazioni del notaio avevano trovato
riscontro nelle indagini: essendo risultato che la moglie e la figlia del
magistrato Montera avevano acquistato due mini appartamenti presso il villaggio
realizzato dai fratelli Zappalà e che il magistrato presenziò ad un incontro
tra i due finalizzato ad appianare contrasti economici insorti tra loro.
Ma i rapporti tra il dr. Montera e i fratelli Zappalà, secondo il GIP
"assumono rilevanza nel momento in cui si ipotizza che il primo si sia
interessato per la regolarizzazione amministrativa di una pratica relativa al
cavalcavia, che metteva in comunicazione il villaggio Costa dei Saraceni con la
spiaggia. Tale cavalcavia era stato realizzato su terreno demaniale e senza
l'autorizzazione della capitaneria di porto da Zappalà Francesco, il quale per
tale motivo ha subito un procedimento penale, conclusosi con l'archiviazione per
amnistia in data 7 febbraio 1991".
Sul punto il GIP osserva che "nel corso dell'interrogatorio del 2 giugno
1995, il notaio Marrapodi [aveva] dichiarato che la regolarizzazione
della pratica era stata possibile grazie ad un intervento del dr. Montera sul
Comandante della Capitaneria di Porto, col. Sicari, ed ha precisato che egli si
trovava presso i locali della Capitaneria di Porto quando pervenne la telefonata
del dr. Montera che sollecitava la concessione dell'autorizzazione ...".
Ecco le conclusioni della motivazione su questo specifico episodio: "In
ogni caso, ove effettivamente il dr. Montera si sia adoperato limitandosi ad una
mera segnalazione della pratica, cui anch'egli era interessato quale
proprietario di un appartamento acquistato nel villaggio (...), non si ravvisano
estremi di reato, avendo agito quale privato, seppur con il peso della sua alta
carica, ma senza strumentalizzare l'attività del proprio ufficio".
Quanto all'autorizzazione ex articolo 55 e alla concessione all'occupazione del
suolo demaniale il GIP si limita ad osservare che dagli atti non risulta se esse
fossero legittime...
Infine, sul "coinvolgimento finanziario della famiglia Montera in imprese,
cui sarebbero interessati personaggi inquisiti dalla magistratura", è
emerso, dagli accertamenti della Dia, che tra i soci della società GESAM vi
erano i fratelli Cozzupoli Pietro e Domenico, Monastero Mario e Montera Valeria
(figlia del dr. Giovanni Montera).
La "GRANDI ESERCIZI - SERVIZI ALBERGHI E MENSE S.R.L.", con sede in
Villa San Giovanni, è iscritta al n. 174/90 del Registro delle società di
Reggio Calabria ed ha ad oggetto sociale "l'acquisto, la costruzione e la
gestione nei territori previsti dall'articolo 1 del T.U. delle leggi sul
mezzogiorno del 6 marzo 1978, n.218, di strutture alberghiere tecnicamente
organizzate, strutture sanitarie residenziali per anziani, residence ecc.".
In http://www.esperianet/delaville.htm, si legge che "Il Grand Hotel De La
Ville, ubicato a Villa San Giovanni, in prossimita' di Reggio Calabria, é un
esclusivo e modernissimo albergo: edificato secondo criteri costruttivi
all'avanguardia, sorge in posizione panoramica, proprio sulle sponde dello
Stretto di Messina, dispone di 220 posti letto (...)".
In particolare dall'informativa Dia, depositata in data 24 ottobre 1995,
richiamata in motivazione, il GIP evinceva che anche Montera Francesco, altro
figlio del magistrato, aveva fatto parte prima del consiglio di amministrazione
e poi del collegio sindacale della predetta società.
Risulta che in data 20 marzo 1993 i fratelli Cozzupoli sono stati arrestati
unitamente ad altre 22 persone a seguito di ordinanza cautelare del GIP di
Reggio Calabria per il reato di cui all'articolo 416 bis ed altro.
In data 23 marzo 1994 è stato arrestato anche Monastero Mario dall'AG di
Siracusa per il reato associazione per delinquere.
Su questi fatti il GIP di Messina così conclude: "Il dr. Montera nella
sua memoria ha più volte chiarito che il genero aveva voluto investire i suoi
risparmi, acquistando quote societarie ed ha puntualizzato il ruolo e le cariche
sociali dei figli e soprattutto la loro dimissione dopo le vicende giudiziarie
dei soci.
In ordine a tale presunto coinvolgimento societario non si ipotizzano fatti di
interesse penale. Peraltro non risulta né una partecipazione diretta del dr.
Montera negli affari della società né è risultato alcun collegamento di
rilievo dello stesso con i soci arrestati ex articolo 416 bis e 416 c.p.".
Tuttavia in queste conclusioni del GIP di Messina non sono presi in
considerazione le circostanze evidenziate nell'informativa della DIA di Catania
circa l'istruttoria per la concessione di un mutuo di 1,8 miliardi alla GESAM da
parte della BNL di Reggio Calabria. Nella corrispondenza intercorsa tra la sede
reggina della BNL e la speciale sezione del credito turistico della stessa
banca, deputata alla concessione del mutuo (SACAT) erano state rimesse le
situazioni patrimoniali dei membro del Consiglio d'amministrazione della GESAM
che si erano dichiarati disposti ad offrire, a maggiore garanzia, fideiussione
personale. Per quanto riguarda Montera Valeria, il funzionario della BNL di
Reggio Calabria, citava testualmente: "Montera Valeria, figlia del
giudice Francesco (quest'ultimo per ovvi motivi non potrà prestare
fideiussione), intestataria di cespiti immobiliari del valore di circa 200
milioni (situazione patrimoniale già a Vs. mani)".
Nella stessa relazione, la Divisione investigativa antimafia di Catania
ricostruendo le possidenze immobiliari dei componenti della famiglia del
magistrato Montera (atti della Conservatoria RR.II.), evidenzia, quanto a
Montera Valeria, la sussistenza di una sola formalità (n. 7274 del 27 giugno
1989), quella relativa all'acquisto di un'unita immobiliare facente parte del
complesso residenziale "Costa dei Saraceni" sito nel comune di Bova
Marina composto di due vani e accessori, del valore di lire 28 milioni. In
quell'atto risultavano venditori Iannò Giovanni e Valentini Chiara, che avevano
acquistato l'immobile il 19 febbraio 1987 dalla società Costa dei Saraceni
S.n.c. di Panagia Santoro & C.
(71) Cfr. Nota del 14 aprile 2000 Doc. 1881.
(72) Cfr.DOC 1858.
(73) In allegato al DOC 1858.
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