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Mafia
in Calabria - Atti Commissione parlamentare di inchiesta
[indice generale]
PARTE TERZA
1. Struttura di comando
e struttura di base della 'ndrangheta
2. I movimenti della
'ndrangheta da e verso la Calabria: una rete nazionale e internazionale
3. Le compenetrazioni
tra 'ndrangheta e massoneria deviata
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PARTE TERZA
La 'ndrangheta è un'organizzazione mafiosa che ha una particolare struttura
organizzativa, diversa da quelle di Cosa nostra o della camorra. La struttura di
base è la 'ndrina o cosca o famiglia che è radicata in un comune o in un
quartiere cittadino. In un comune ci possono essere più 'ndrine; in tal caso,
allora, esse fanno parte di un 'locale'. La 'ndrina è formata essenzialmente
dalla famiglia naturale, di sangue, del capobastone, alla quale si aggregano
altre famiglie generalmente, o inizialmente, subalterne. Le famiglie aggregate
non di rado sono imparentate a quella del capobastone. Una lunga catena di
matrimoni ha contraddistinto la vita delle cosche mafiose sicché è possibile
affermare che questa tendenza è comune a tutte le famiglie.
Il dottor Boemi ha descritto in questi termini l'evoluzione della 'ndrangheta:
"La 'ndrangheta si caratterizza per la presenza nei comuni grandi e piccoli
dei cosiddetti locali aperti: locale aperto è quello in cui un gruppo di
mafiosi (spesso 30 e più) organizzano la loro attività criminosa.
L'affiliazione calabrese avviene essenzialmente in due modi estremamente
diversi. In Calabria si diventa mafiosi per generazione, per casato, per
discendenza, per il semplice fatto di essere nato in una famiglia di mafiosi. Il
figlio di un mafioso è solitamente un mafioso e lo è sin dalle prime classi
elementari. Si diventa mafiosi però anche per esigenza, in mancanza di lavoro,
per l'assoluta impossibilità in questa regione di avere di fronte uno Stato che
risponda nei modi essenziali alle esigenze di vita di un giovane moderno".
Proprio per queste considerazioni, e con riferimento ai territori dove la crisi
e la disoccupazione hanno raggiunto livelli assai alti, come p es nell'area
dell'ex polo chimico e industriale di Crotone, si trascrive quale documento e
drammatica testimonianza la intervista RAI 3 di Enrico Deaglio in "Ragazzi
del 99" ad un ragazzo reclutato dalla 'ndrangheta, che, per riconquistare
la propria libertà e anche a rischio della propria vita se ne dissocia:
"... La storia di Luca
Qua sono gli unici segni con su scritto "Chiudi sbirri fisici del
passato, (mostra tatuaggio o" oltre a qualche cicatrice evidente...)
perché ti do l'impressione di uno che sta vivendo... come vivo... vivo.., in
qualche modo vivo.
Respiro, l'importante è questo, cioè spero... qualcuno dice in questi casi
quali sono i tuoi sogni nel cassetto io risponderei: "Ho un cassetto pieno
di sogni".
Mio padre era un fetente. Da piccolo mi picchiava sempre. Mio padre mi ha
lasciato solo questo ricordo, nel senso che non faceva altro che fare violenza
su di me e su mia madre.
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Quando avevo 6/7 anni, tornava a casa ubriaco ed erano giù botte e quando io
sentivo che stava tornando a casa, pensavo a dove mi potevo nascondere, perché
quando sentivo i passi di rientro avevo il terrore.
Mi chiamo Luca Bandiera, ho 27 anni, sono nato a Milano e vivo a Roma per motivi
di incolumità, logicamente.
Eravamo dei ragazzi dai 16 ai 23 anni. Il mio compito all'interno di questa
batteria era tutto fare. Ero un po' un jolly. A volte trafficavo con le armi, a
volte con i carichi di eroina, con la moto mi organizzavo... per fare il ritiro
dell'eroina bisognava far saltare qualche negozio, a volte bisognava intimidire
qualcuno che non voleva pagare le estorsioni, per cui si andava lì di notte...
Al giorno io guadagnavo sui 3/4 milioni, poi comunque a fine mese c'era la mia
paga che era il 70/80 milioni.
Mi rendevo conto che potevo comprarmi qualsiasi cosa... non so... passavo
davanti a una vetrina, vedevo una Delta Evoluzione (moro) che costava L.
60.000.000, me la compravo. Frequentavamo saloni di bellezza... tutto ciò che
frequentava un'industriale.
A volte io evadevo da questo gruppo, me ne andavo in giro per i cavoli miei,
andavo a farmi un giro in centro. Quando magari vedevo un ragazzo o una ragazza
"regolari" che si facevano una passeggiata, si tenevano per mano, si
fermavano davanti ad una vetrina, io li guardavo, mi rendevo conto di quanto
fosse una ragazza giusta quella, completamente diversa da me ed io pensavo chissà,
se un giorno mi dovessi innamorare di una ragazza così che cosa le potrei
raccontare, che cosa le potrei dire.
La cosa più grave che ho fatto è stata di ferire un ragazzo... sparare ad un
ragazzo, l'ho gambizzato, gli ho sparato alle gambe. Secondo delle leggi ben
precise, in verità, lo meritava di essere ucciso. Io ero andato lì per quello,
solo al momento di farlo, di tirargli il colpo di grazia, non me la sono
sentita. In un momento ho capito che avevo sbagliato tutto, tutto, tutto.
Infatti gli ho detto "sparisci", sempre con l'aria da duro gli ho
detto "Vai via prima che cambi idea". Però devo dire che per la prima
volta stavo bene perché per la prima volta ho imparato a rispettare la mia idea
e non quella degli altri Qualcuno diceva che doveva morire quel ragazzo, invece
io ho deciso che non doveva morire ma che doveva vivere.
Luciano Arena era un ragazzo che era cresciuto con me, un ragazzo che non ha mai
avuto l'opportunità di capire che cosa fosse una famiglia, che cosa poteva dare
una famiglia. Lui aveva 4 anni più di me per cui io, ora, ne ho 27 lui ne
avrebbe avuto 31, solo che ora non c'è più. La sera del 16 dicembre venne
qualcuno e mi disse che avevano fatto del male a Luciano, io accorsi subito e lo
vidi per terra, era devastato dai proiettili. Gli avevano voluto dare una
punizione esemplare, non si erano limitati a dargli qualche colpo di pistola nei
punti mortali, ma trucidandolo nel vero senso della parola. Poi quando ormai era
tutto finito e venne il furgone dell'obitorio per prelevare il corpo, mi feci
dare il lenzuolo con cui fu coperto. Tagliai questo lenzuolo dove c'era il
sangue e lo stringevo forte nelle mani, poi l'ho messo in bocca e l'ho
masticato. Come per dire "ti giuro che ti vendico, in qualche modo lo
faccio". Solo che quella sera mi arrestarono perché
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io il giorno prima ho ferito quel ragazzo di cui parlavo. Finii in carcere
dove appunto per due anni e mezzo covavo questa intenzione di uscire ed
ammazzare tutti. Poi, quando sono arrivato al termine della mia carcerazione in
prossimità della libertà, mi mancava qualche mese, ho pensato che era inutile
spargere altro sangue, che mi sarei dimostrato soltanto come loro, anche se
l'avrei fatto per una causa giusta, non avrei fatto altro che dimostrarmi ancora
come loro, nonostante il mio cambiamento, per cui pensavo che la cosa più
giusta da fare era quella di collaborare. Dovevo stare chiuso in appartamento
uscire 3/4 ore al giorno giusto per le piccole necessità e basta essere a
completa disposizione di eventuali interrogatori che potevano ancora servire.
Di fronte a tutto questo per un po' ho resistito, però poi sono arrivato al
punto di tirare qualche capocciata contro il muro. Per questo mi è stato
revocato il programma con una nota del tipo incompatibile con il codice
comportamentale proprio mentre era arrivato il momento in cui dovevo essere
protetto perché dovevo rientrare in aula a fare dei processi.
Comunque io, in quei momenti potevo rientrare in aula e avvalermi del 513...
dicendo "siccome sono stato scaricato, signori miei, a me non interessa,
non se ne fa più niente". Potevo farlo benissimo, anche perché avevo una
motivazione valida per farlo. Ho dovuto scegliere, ho fatto una guerra da solo
con un unico obiettivo: quello di distruggere quello che non ha senso. Io di
questo mi sento fiero perché è l'unica cosa di buono che ho fatto nella mia
vita. Ho fatto tante minchiate, però so che questo non me lo può togliere
nessuno. Anche se domani dovessero riuscire a farmi la pelle. Mi possono
ammazzare fisicamente, però quello che ho dentro non me lo può togliere
nessuno e son sicuro che non avranno vinto comunque, perché qua non ci sono né
vincitori, né sconfitti".
Ogni 'ndrina è autonoma sul proprio territorio (74) e su di
esso il capobastone non ha un'altra autorità mafiosa a lui sovraordinata. Per
una lunghissima fase storica alla 'ndrangheta è mancata una struttura di
comando unitaria come quella esistente in Cosa nostra. Molte 'ndrine stabilirono
patti federativi tra di loro e si consorziarono per gestire affari di rilevanti
dimensioni come il contrabbando di sigarette prima e il traffico di stupefacenti
successivamente.
Per un lunghissimo periodo storico ci fu la consolidata abitudine della
'ndrangheta di riunirsi, una volta l'anno, presso la zona del santuario della
madonna di Polsi in territorio del comune di San Luca, nel cuore
dell'Aspromonte. Il raduno annuale ha avuto molteplici significati, uno
sicuramente di carattere simbolico che ha continuato a vivere anche nel periodo
in cui ci sono state le due guerre nella città dello stretto. La riunione ha
avuto anche un carattere più 'politico' come dimostrò lo storico summit del
Montalto del 26 ottobre 1969. Il processo instaurato a Locri nel 1970 stabilì
che in quell'occasione si era tentato di unificare le varie organizzazioni in
un'unica struttura
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di comando, tentativo che fallì per l'intervento della polizia che
interruppe la riunione (75) e che non sarà mai più ripreso
perché non incontrava i consensi delle personalità più influenti della
'ndrangheta del tempo.
Su quell'incontro, in tempi recenti, ci sono state le dichiarazioni di alcuni
collaboratori di giustizia, fra cui quelle di Giacomo Lauro, i quali hanno detto
che la riunione doveva servire anche per convincere la 'ndrangheta ad allearsi
con la destra eversiva impersonata dal principe Junio Valerio Borghese. E non a
caso la data della riunione, che tradizionalmente si teneva nel mese di
settembre, quell'anno fu spostata e si svolse il giorno dopo un contrastato
comizio a Reggio Calabria del principe Borghese. L'iniziativa dell'accordo - che
snaturava le tradizioni della 'ndrangheta e che per queste ragioni fu osteggiata
- era patrocinata dai De Stefano che all'epoca non erano stati ancora capaci di
costituire una 'ndrina autonoma e facevano parte ancora della cosca Tripodo (76).
Della frequenza delle riunioni a Polsi ha parlato il dottor Vincenzo Macrì
rispondendo a domande dei commissari del Gruppo di lavoro i quali chiedevano
come mai, pur sapendo di quelle riunioni, le forze dell'ordine non erano in
grado di impedirle: "ogni anno abbiamo notizia che si svolgono queste
riunioni di 'ndrangheta nella zona di Polsi, però non è che si tengano sempre
nello stesso giorno e sempre nello stesso luogo; noi sappiamo che tra settembre
e ottobre in quell'area si svolgono queste riunioni; naturalmente cambiano i
luoghi, cambiano le date, a volte sono addirittura mascherate da riunioni di
pellegrini che vanno al santuario di Polsi durante la festa; quindi ci possono
anche essere gli elementi per agire, però la riunione vera e propria si svolge
in maniera clandestina. Due sole volte vi sono state delle irruzioni delle forze
dell'ordine: una prima volta al famoso summit di Montalto e un'altra
volta alla riunione del ponte di Calanna, perché Domenico Tripodo cercò di
trasferire il luogo della riunione dal territorio di San Luca al suo territorio,
che è nella zona di Calanna: però la cosa non riuscì, perché la prima volta
che tenne questa riunione giunse una 'soffiata' e arrivarono i carabinieri; e
per questo poi la riunione tornò sempre in territorio di San Luca".
La circostanza del mancato trasferimento da San Luca ad altra località è di
estremo interesse perché conferma il ruolo che il 'locale' di San Luca ha
sempre avuto nella storia della mafia calabrese come custode delle regole e
delle tradizioni, come una sorta di 'autorità morale' di tutta le 'ndrine, se
fosse lecito riferire questa espressione ad una mafia che pure ha della morale
un concetto radicalmente diverso da quello radicato nel senso comune.
Alcuni collaboratori di giustizia, sentiti di recente dai magistrati della DDA
di Reggio Calabria, hanno insistito sul ruolo del 'locale' di San Luca:
"nelle annuali riunioni a Polsi ci sono i rappresentanti di tutti i
'locali' e tra di loro si discute delle attività illegali della
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organizzazione e di ogni altro problema a questa inerente. Ogni 'locale'
riconosce di versare una piccola percentuale degli introiti illeciti al
'principale' di San Luca, come riconoscimento di atavica supremazia ed in quanto
rappresenta nel gergo 'La Mamma' di tutti gli affiliati" (77).
Ancora più importante è il fatto, ricordato dal dottor Macrì, che "a
queste riunioni partecipano i rappresentanti dei 'locali' calabresi, ma anche i
rappresentanti della Lombardia, del Piemonte, nonché i rappresentanti della
'ndrangheta residenti fuori Italia: addirittura arrivano dall'Australia, dal
Canada e da ogni altra parte del mondo".
Anche da Milano arriva una conferma di questa prassi. Ne ha parlato il dottor
Spataro: "quanto alla presenza di leaders 'ndranghetisti del Nord
nelle famose riunioni del santuario di Polsi, certamente queste presenze si sono
registrate negli anni passati (il collaboratore Zagari, che a mio avviso è
storicamente molto importante per conoscere l'impianto della 'ndrangheta nel
Nord Italia, parla di queste presenze risalenti agli anni Settanta), ma io
ritengo che forse oramai tali riunioni non si svolgano più e che, anche negli
ultimi tempi, avevano una ragione d'essere più folcloristica che effettiva.
Posso sicuramente citare alcuni leaders della 'ndrangheta lombarda: Di
Giovine, per la sua presenza all'epoca, ma anche Antonio Papalia, Franco Trovato
e Domenico Paviglianiti erano senz'altro collocabili nei massimi vertici
nazionali della 'ndrangheta. Su questo non vi può essere dubbio. Forse le
riunioni nel Santuario ormai non hanno più senso, ma certamente, se dovessimo
individuare dei vertici assoluti nella 'ndrangheta, tra questi potremmo e
dovremmo collocare necessariamente quelli operanti al Nord".
Dunque, i capi dei 'locali' delle 'ndrine che operano al Nord partecipano ai
raduni annuali. Ciò significa che, per quanto forti e potenti essi possano
essere, devono comunque rapportarsi, o dar conto, alla casa madre che continua a
rimanere in Calabria. Gli stessi nomi citati dal dottor Spataro indubbiamente
rappresentano personaggi di rilievo e di sicuro spessore criminale, e confermano
il fatto che i capi più importanti dei 'locali' sono dislocati oramai da lungo
tempo al Nord.
È di un certo interesse la circostanza che in Lombardia la cosca che era
diretta da Giuseppe Mazzaferro avesse l'abitudine di riunire una volta l'anno i
suoi numerosi affiliati sparsi in tutta la regione. Anche in questo caso la
riunione, che aveva carattere regionale, coincideva con una ricorrenza
religiosa, l'ultimo sabato prima del venerdì santo. In questa occasione ogni
'locale' mandava due rappresentanti, generalmente il 'capo locale' e il 'capo
società'. Era un modo per ricordare simbolicamente e per rinnovare le riunioni
di Polsi (78).
Nel passato ci sono state rilevanti personalità mafiose che hanno esercitato -
con il loro prestigio, che spesso valicava i confini della
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Calabria, e con il loro potere - una indubbia influenza e autorità su tutti
i mafiosi calabresi. Fra esse si possono ricordare Giuseppe Nirta e Antonio Macrì
della zona jonica reggina, Giuseppe Pesce e Giuseppe Piromalli della piana di
Gioia Tauro, Domenico Tripodo di Reggio Calabria, i cui nomi erano preceduti da
un rispettoso 'don'. Ma nessuno di loro è stato mai capo di tutta la
'ndrangheta proprio perché una simile struttura non esisteva. L'assenza di una
struttura di comando in grado di regolare i conflitti spiega anche il persistere
nel tempo di una lunga catena di faide che ha caratterizzato la storia delle
guerre interfamiliari in determinati comuni: Seminara, Palmi, Cittanova,
Siderno, Locri, Africo, Bova Marina, Taurianova (79) e,
ultime in ordine di tempo, Oppido Mamertina (80), e
Strongoli (81).
La mancanza di una Cupola capace di governo unitario si avvertì nella seconda
metà degli anni Ottanta durante la guerra di 'ndrangheta che insanguinò le vie
di Reggio Calabria tra gli schieramenti contrapposti delle famiglie che facevano
capo a Paolo De Stefano e quelle che avevano come capo Antonino Imerti. In
quegli anni emersero tutti i limiti delle riunioni di Polsi che, per dirla con
le parole del dottor Spataro, "non avevano più senso".
Quelle riunioni, però, pare siano continuate ancora, pur senza riuscire a
creare alcuna autorità mafiosa in grado di bloccare quella guerra
sanguinosissima che, scoppiata nel 1985, si concluse solo nel 1991 con la
mediazione dei capi di Cosa nostra. I termini dell'accordo tra il cartello dei
De Stefano e quello degli Imerti furono raccontati da alcuni collaboratori di
giustizia. In particolare uno di loro, Filippo Barreca - che in passato era
stato legato ai servizi segreti e che nel 1979 aveva dato ospitalità, prima
della fuga in Nicaragua, a Franco Freda, allora imputato a Catanzaro per la
strage di piazza Fontana a Milano - raccontò dell'opera di mediazione svolta da
Paolo Romeo, all'epoca della "pace", deputato (82).
La "pace" ritrovata tra le cosche ebbe effetti di lunga durata, ben
visibili ancora oggi. Il primo di essi fu il sensibile calo del numero degli
omicidi mafiosi. La tabella che segue dà conto dei mutamenti intervenuti (83):
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| Anno |
Numero omicidi di mafia |
| 1986 |
56 |
| 1987 |
64 |
| 1988 |
114 |
| 1989 |
140 |
| 1990 |
141 |
| 1991 |
165 |
| 1992 |
56 |
| 1993 |
43 |
| 1994 |
24 |
| 1995 |
13 |
| 1996 |
12 |
| 1997 |
19 |
| 1998 |
15 |
| 1999 |
13 |
| 2000 |
1 |
L'accordo ebbe rilevanti ripercussioni sulla struttura di vertice. E infatti,
secondo il racconto di molti collaboratori, si venne a formare una struttura di
raccordo e di comando tra i capi delle maggiori famiglie mafiose calabresi. Tale
struttura è simile, ma non identica, alla 'Commissione' di Cosa nostra. Essa
non è un organismo permanente, si riunisce solo in determinati momenti e per
decidere su questioni particolarmente rilevanti. La particolarità di tale
organismo consiste nel fatto che esso da un lato impegna tutte le 'ndrine al
rispetto di queste decisioni e dall'altro le lascia del tutto autonome per
quanto riguarda il resto delle attività mafiose. Con ciò la 'ndrangheta è
finora riuscita a garantire un comando centralizzato delle questioni più
delicate - superando, così, una storica mancanza di direzione unitaria - e nel
contempo è riuscita a lasciare ampi margini di autonomia ad ogni singola
'ndrina, assecondando in tal modo istanze e caratteristiche di fondo della
plurisecolare storia della mafia calabrese (84).
La Corte di assise di Reggio Calabria, a conclusione del processo Olimpia, ha
ritenuto che "dall'esame del materiale probatorio raccolto non possa
desumersi l'esistenza di un superorganismo mafioso di vertice". La Corte è
arrivata a questa conclusione perché "tutti i collaboratori di giustizia
escussi hanno riferito di averne appreso l'esistenza da altre persone e nessuno
di loro ha menzionato l'esistenza di concrete riunioni tenutesi per risolvere
singole situazioni di tensione createsi tra le varie cosche" e perché
"non sempre i collaboratori di
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giustizia indicano le stesse persone". La conclusione a cui si perviene
è la seguente: "Ad avviso della Corte non può certamente escludersi che
dopo la fine della guerra di mafia che ha insanguinato la città di Reggio
Calabria dal 1985 sino al 1991 i capi delle singole organizzazioni mafiose
operanti nel territorio dell'intera provincia abbiano avuto la possibilità di
incontrarsi allo scopo di trattare affari criminali di comune interesse ovvero
dirimere conflitti potenziali tra le cosche o per far cessare guerre di mafia in
corso. Tali riunioni non necessariamente devono aver presupposto alla base
quella struttura organizzativa di cui si è detto, potendo essere state volute
solo da alcune cosche e non da altre e soprattutto potendo essere state
caratterizzate dal fatto che ciascuno dei partecipanti non si sentiva vincolato
dalla deliberazione adottata dalla maggioranza dei convitati. Molto
probabilmente l'eco di singole riunioni è arrivato all'orecchio dei
collaboratori di giustizia (quelle per porre fine alla guerre mafiose a Reggio,
a Taurianova, sulla Locride eccetera), con l'indicazione dei possibili
partecipanti, ma in modo deformato, ossia istituzionalizzando in un ente mafioso
inesistente gli stessi partecipanti, il che tra l'altro giustifica - tenuto
conto dell'area geografica interessata dalla singola riunione e dei problemi
dibattuti - la parziale diversità dei soggetti di volta in volta accusati dai
singoli pentiti".
Al di là della prova giudiziaria - fino a questo momento mancata - di un
qualche organismo di vertice composto dalle persone indicate dai collaboratori,
è certo che la "pace" tra le cosche di Reggio Calabria ha cambiato in
modo sostanziale e permanente la situazione, non solo a Reggio, ma in tutta la
regione e nelle altre proiezioni territoriali della 'ndrangheta. Le
contraddizioni tra le diverse dichiarazioni dei collaboratori - tra i quali non
c'è nessun esponente di vertice delle cosche - testimoniano il fatto che ancora
una volta la 'ndrangheta abbia trovato il modo di rendere impermeabile la
propria struttura di comando. Il fatto che a distanza di tanti anni da quel
sangue la pace abbia retto, le faide si siano concluse - tranne quella di Oppido
Mamertina e di Strongoli (85) - gli omicidi siano in forte
diminuzione, dimostra che le varie 'ndrine abbiano trovato non solo un modus
vivendi stabile, ma un vero e proprio raccordo, ed un sistema di accordi,
tra i vertici dalla composizione tuttora sconosciuta.
La recentissima operazione della DDA di Reggio Calabria denominata
"Armonia" conferma che nella 'ndrangheta reggina sono intervenuti
negli ultimi anni nuovi assetti di vertice. L'intera operazione
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è basata prevalentemente su intercettazioni ambientali. I mafiosi parlano
liberamente non sospettando minimamente che le loro parole possano essere
registrate dagli inquirenti. Da una serie di conversazioni emerge con nettezza
il nuovo riassetto dei vertici dell'organizzazione. Vale la pena citare solo un
esempio. Scrive il dottor Nicola Gratteri nella richiesta di custodia cautelare
accolta, sul punto, dal GIP: "dalla conversazione sopramenzionata, emergeva
con palmare e suggestiva evidenza l'esistenza di un processo di riassetto
complessivo della 'ndrangheta nella provincia di Reggio Calabria. Tale riassetto
si traduceva, anzitutto, nella suddivisione geografica del territorio in tre
macroaree che venivano, dai due interlocutori, definite, facendo propria una
terminologia romanzata di "puziana" memoria, tipicamente siciliana,
"Mandamenti". Nel corso della conversazione, infatti, il Maisano
faceva esplicito riferimento ad un Mandamento tirrenico, ad un Mandamento Jonico
e, infine, ad un Mandamento di centro, ovviamente corrispondente al Capoluogo
reggino. A ciascun Mandamento corrispondeva una "Carica", il
conferimento della quale rappresentava la risultante di un lungo processo di
negoziazione e di abili tessiture e manovre diplomatiche. Ciascuna macroarea
era, a sua volta, suddivisibile in altre microaree: I Collegi. Questi ultimi,
verosimilmente, dal punto di vista terminologico, avrebbero surrogato i
"locali". In secondo luogo il sopradescritto riassetto strutturale si
traduceva nella necessità di rinegoziazione delle "cariche" da
conferire per ciascuna pars territoriale. Tale necessità aveva creato,
dalla interpretazione della conversazione, una situazione di tensione ed allarme
che aveva generato un palpabile fermento all'interno degli schieramenti. Dai
toni, dalle medesime sfumature nel linguaggio usate da Maisano Filiberto e da
Mauro Leo, si intuiva chiaramente l'esistenza di due scuole di pensiero: una
conservatrice, refrattaria e diffidente ad accogliere tale nuovo riassetto, che
vedeva proprio nei due interlocutori tra i più convinti assertori; l'altra
progressista, convinta che l'adozione di un nuovo assetto strutturale ed
organico, sul modello di Cosa nostra siciliana, costituisse la risposta più
efficace sia alla ricerca di un nuovo equilibrio, sia alla necessità di
ridisegnare, come già detto, un'organizzazione all'altezza di gestire, con
mentalità manageriale, i nuovi orizzonti dei traffici illeciti". Ma
l'acquisizione, sicuramente più rilevante, sta nel fatto che da altre
intercettazioni ambientali emerge come si sia costituito un "autorevole
organismo", denominato la "Provincia", con funzioni di
coordinamento e di direzione delle attività criminali, e in grado di
intervenire anche nelle questioni interne dei singoli 'locali', come quello,
importante per gli assetti della 'ndrangheta, di Roghudi (86).
Anche se non sono noti tutti i nomi dei suoi componenti è interessante il fatto
che l'esistenza di questo organismo di vertice sia ripetutamente richiamata
nelle intercettazioni ambientali.
La 'pace' di Reggio Calabria ebbe altri effetti, altrettanto significativi: fu
presa la decisione di chiudere tutte le faide in corso che
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furono formalmente vietate. E faide pluridecennali ebbero così una rapida
conclusione. Fu deciso anche di porre fine ad un altro tipico delitto che pure
aveva caratterizzato l'attività della 'ndrangheta: i sequestri di persona (87).
Queste scelte corrispondevano alla superiore, comune esigenza di non trasferire
nei nuovi insediamenti al nord e all'estero una guerra che sarebbe stata
certamente autodistruttiva e avrebbe compromesso, se non addirittura eliminato,
le posizioni economiche lì conseguite.
L'insieme di questi mutamenti fu sicuramente rilevante all'interno e all'esterno
delle organizzazioni mafiose. L'idea di fondo che stava alla base di questo
"nuovo corso" era quella di ridurre l'attenzione e la pressione dello
Stato sulla città e sulla provincia di Reggio Calabria per poter continuare, in
tutta tranquillità, a gestire una serie di affari, dagli appalti pubblici e
privati al lucroso traffico di stupefacenti, senza dovere più pagare il grande
costo, e correre l'alto rischio, di una guerra che aveva decimato le famiglie di
entrambi gli schieramenti, colpendo non solo i picciotti, ma anche quadri
dirigenti di notevole spessore criminale. La 'ndrangheta, così, attraverso la
drastica diminuzione del numero dei morti ammazzati, ricompattò le famiglie
mafiose, fece in modo che si riducesse l'allarme sociale e si allentassero
l'assedio e i contrattacchi dello Stato.
La 'ndrangheta cercò di ritornare ad essere invisibile, imboccando di nuovo la
storica via che le aveva permesso di esercitare un pesante controllo del
territorio senza tuttavia che il suo potere fosse a tutti evidente. Questa
condizione di forza occulta contribuì ad alimentare ancora quella illusoria
convinzione nella convinzione - largamente e lungamente circolante in molti
ambienti, nazionali e locali, compresi quelli investigativi - che la 'ndrangheta
fosse un'organizzazione marginale, relegata in Aspromonte o in alcuni quartieri
di Reggio e in alcuni comuni della sua provincia; un'organizzazione meno
strutturata e pericolosa di Cosa nostra sul piano nazionale e internazionale.
Tale illusoria convinzione portava a ideologizzare e a feticizzare la
particolare struttura familiare, considerata, per il suo
"primitivismo", inadatta a fronteggiare inediti problemi di strategia
criminale posti anche dalle trasformazioni e dai nuovi sviluppi dell'economia e
dalle tendenze all'unificazione mondiale dei mercati.
Al contrario di quanto molti per lungo tempo hanno creduto, la famiglia di
sangue come fondamento della famiglia mafiosa, la struttura familiare
come fondamento dell'organizzazione mafiosa, si sono rivelate - nella realtà
della Calabria e in quella di territori anche molto
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lontani e diversi - uno straordinario strumento di salvaguardia e di
espansione della 'ndrangheta.lontani e diversi - uno straordinario strumento di
salvaguardia e di espansione della 'ndrangheta.
È proprio questa struttura "primitiva" che ha consentito alla
'ndrangheta di evitare la tempesta che si è abbattuta su Cosa nostra, sulla
camorra e sulla Sacra corona unita. Il numero dei collaboratori calabresi è
sicuramente più ridotto di tutti gli altri per diverse ragioni. La prima, e la
più forte, è che un mafioso calabrese che dovesse decidere di collaborare
dovrebbe per prima cosa chiamare in causa i propri familiari più diretti.
La struttura familiare si è rivelata inoltre la più adatta a moduli
organizzativi simili a quella autonomizzazione di ciascuno dei diversi reparti e
segmenti con cui Cosa nostra, riorganizzandosi, tenta di rendersi impenetrabile
sia alle indagini sia alle "voci di dentro".
Il vincolo familiare ha funzionato come uno scudo a protezione dei segreti e
della sicurezza, oltreché della riproduzione della propria identità sia nei
luoghi di origine sia in quelli di emigrazione.
Il numero ridotto dei collaboratori di giustizia si spiega anche con la
particolare 'politica' di riconquista dei collaboratori adottata dalla
'ndrangheta, la quale, diversamente da Cosa nostra, sta adottando, per usare le
parole del dottor Boemi, una strategia "molto più sottile" perché
"in Calabria non si uccidono i parenti dei pentiti e non si uccidono
neanche i pentiti... La 'ndrangheta ha la capacità sistematica di ricontattare
i pentiti, tutti quanti, uno per uno". I collaboratori vengono ricontattati
"nel tentativo di riconquistarli". Anche il dottor Rocco Lombardo,
procuratore della Repubblica di Locri, è convinto che "la 'ndrangheta
dispone di mezzi economici per pagare i pentiti di gran lunga superiori a quelli
dello Stato e può in questo modo agire per far ritrattare quanto dichiarato o
per impedire le confessioni".
La stessa enorme diffusione, che dura oramai da più decenni nel Nord Italia e
in molti paesi stranieri, è stata notevolmente favorita proprio dalla struttura
familiare. Pezzi di famiglie si sono volutamente e strategicamente impiantate
fuori della Calabria continuando a mantenere con la cosca d'origine legami
strettissimi.
L'organizzazione di mafia più diffusa al nord è sicuramente la 'ndrangheta,
soprattutto in Piemonte e in Lombardia, come è emerso da diverse audizioni, e
innanzitutto dai documenti portati e dalle cose dette dai magistrati della DDA
di Torino e di Milano.
Il dottor Maddalena ha descritto in questi termini la diffusione mafiosa in
Piemonte: "la presenza criminale è presenza essenzialmente della
'ndrangheta di origine calabrese", mentre "la presenza delle
associazioni siciliane, di stampo palermitano, stiddaro o catanese è, da quelle
che sono le risultanze processuali, man mano scomparsa o è rimasta ai margini
rispetto a una forte presenza di organizzazioni criminali calabresi... Abbiamo
in corso alcune inchieste che dimostrano l'incidenza di questa presenza sul
mercato, sull'attività lavorativa,
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nel quadro economico, ed evidenziano come in certi territori, luoghi e
settori questa presenza sia sempre di famiglie calabresi. In particolare a
Torino, ma in generale in Piemonte, già dagli anni 1983-1984 vi sono famiglie
assurte alla nostra attenzione. Mi riferisco alle famiglie di Ursini Mario, di
Pronestì e di Belfiore. Ricordo quest'ultima perché a Belfiore Domenico, che
era uno dei capi della famiglia, a quell'epoca in stretto rapporto con la
famiglia Ursini, si deve l'assassinio del procuratore della Repubblica di Torino
Bruno Caccia il 26 giugno 1983. È significativo che nel successivo grosso
procedimento, il procedimento Cartagine, che si sta concludendo in questi giorni
di fronte alla Corte d'assise di primo grado di Torino, l'imputato principale,
quello che dà il nome al processo, sia Belfiore Salvatore, fratello di Belfiore
Domenico, condannato all'ergastolo con sentenza passata in giudicato".
L'operazione Cartagine aveva individuato un cartello mafioso composto dai
Belfiore e dai Molè-Piromalli e da altre 'ndrine che sono tra le più potenti
della Calabria, cartello che si era consorziato con la nota famiglia mafiosa
siciliana dei Caruana per acquistare droga in Venezuela. Lo stupefacente
imbarcato in Brasile era fatto sbarcare a Genova dove proseguiva per Borgaro, un
comune in provincia di Torino. A Borgaro il 5 marzo 1994 vennero sequestrati in
una sola volta 5466 kg. di cocaina, un quantitativo enorme, il più elevato mai
sequestrato in Italia. Dalle indagini era emerso che nel giro di 4 anni erano
stati movimentati ben 11 quintali di cocaina. Il dottor Maddalena, a supporto
dell'analisi e delle indicazioni fornite nel corso della audizione, ha
consegnato i documenti della DDA relativi a questo procedimento ed ad altre
inchieste della magistratura torinese, che documentano tutti l'espansione della
'ndrangheta nel territorio torinese, una espansione tale da connotare questa
organizzazione come l'unica mafia in grado di agire in quell'area. I documenti
sono custoditi presso l'archivio della Commissione. Il processo Cartagine si è
concluso in primo grado ed ora è in fase di appello.
Nel corso del dibattimento è emersa la grande operatività di un'organizzazione
complessa, in grado di movimentare quantità assai rilevanti di cocaina, e
capace di organizzare "canali di corruttela" per superare gli
sbarramenti che normalmente sono attivati per le merci in transito dai paesi
dove partiva la droga - Brasile, Colombia, Venezuela - a quelli di arrivo. Per
il riciclaggio l'organizzazione di Belfiore si serviva delle banche svizzere di
Chiasso, Lugano e Mendrisio dove sono stati accertati movimenti per 32 miliardi
di lire, una cifra sicuramente parziale rispetto alla capacità economica della
cosca in questione (88).
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Il dottor Maddalena ha così proseguito: "È estremamente significativo
che, dopo questo processo, in quest'ultimo anno, abbiamo operato circa
trentasette arresti e catture per traffico internazionale di sostanze
stupefacenti, associazione diretta al traffico di stupefacenti, associazione di
stampo mafioso; fra gli arrestati figura anche Belfiore Giuseppe, terzo fratello
della famiglia Belfiore, attualmente detenuto in Spagna e per il quale speriamo
nell'estradizione. Questo per dire che c'è una vita delle famiglie che va al di
là del fatto che si riesca a colpire anche qualche grosso esponente in singoli
momenti".
Dunque, la presenza della 'ndrangheta non è solo dominante, ma appare in
posizione quasi monopolistica, essendo caduto il livello di penetrazione e di
incidenza prima detenuto dalla famiglie mafiose siciliane - palermitane e
catanesi - presenti e operanti tra gli anni sessanta e la prima metà degli anni
Ottanta. Questa caduta era in gran parte legata all'arresto di Angelo
Epaminonda, il famoso 'Tebano', che, con le sue dichiarazioni, consentì agli
inquirenti del tempo di colpire i mafiosi siciliani operanti a Torino e a
Milano. Da allora in poi la mafia siciliana non fu in grado di affermare una
apprezzabile presenza in Piemonte e a Torino.
Più complessa, invece, la realtà esistente a Milano e in Lombardia. I dati
forniti sono molto eloquenti. Il dottor Macrì ha detto che "su 37 grosse
operazioni della DDA di Milano condotte negli ultimi anni, ben 24 riguardano la
'ndrangheta a Milano. Posso farvene un elenco: operazione Fior di loto (cosca
Morabito); operazione Hoca Tuca (famiglie De Stefano, Sergi, Morabito);
operazione Green Ice (Piromalli insieme ai corleonesi); operazione Belgio 1
(Serraino, Condello, Imerti); operazione Wall Street (De Stefano, Coco Trovato,
Flachi, Schettini); operazione Nord-Sud (Papalia, Sergi, Morabito); operazione
Gelo (cosca Morabito); operazione Isola felice (Pesce, Bellocco, Piromalli);
operazione Costanza (famiglia Papalia); operazione Terra bruciata (Morabito,
Papalia, Coco Trovato); operazione Belgio 2 (Imerti, Serraino, Condello);
operazione Hinterland (Pepè Flachi e Coco Trovato); operazione Notte dei fiori
di San Vito (Mazzaferro e altri); operazione Mozart ('ndrangheta e collegamenti
internazionali relativi al traffico di droga); operazione Count Down (famiglia
De Stefano); operazione Fortaleza (Santo Pasquale Morabito); operazione Belgio 3
(Serraino, Condello); operazione Nord-Sud 2 (Papalia, Sergi); operazione
Calabria (famiglia Libri); operazione Storia infinita (famiglie di Petilia
Policastro); operazione Fortino (Coco Trovato, De Stefano); operazione Fiori di
San Vito 2 (Mazzaferro); operazione Europa (Paviglianiti, Latella); operazione
Rho (famiglia Di Giovine)".
Il dottor Spataro ha affermato che, dalla costituzione della DDA, il lavoro
antimafia a Milano si è notevolmente sviluppato, e ha portato ad una
conclusione ben precisa: "la 'ndrangheta è sicuramente, rispetto alle
altre organizzazioni mafiose, quella dominante in Lombardia. Credo si possa
escludere che ciò derivi da un patto esplicito con Cosa nostra, come qualcuno
ha sostenuto, non in sede giudiziaria, ma in sede di analisi sociologica.
Qualcuno infatti sostiene che quest'ultima organizzazione abbia abbandonato
volontariamente questi territori al dominio della 'ndrangheta, per avere in
cambio qualcos'altro. A noi non risulta... Possiamo soltanto dire che
l'immigrazione della 'ndrangheta
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nei territori del Nord, e della Lombardia in particolare, è stata
quantitativamente più apprezzabile e quindi ha prodotto un maggior dominio del
territorio di quanto non sia avvenuto per le cosche siciliane le quali pure
hanno attorno a Milano, nella zona di Trezzano soprattutto, consistenti colonie
operanti in modo illecito. Le famiglie della 'ndrangheta presenti sono tante;
tutte le famiglie calabresi dominanti e non dominanti sono rappresentate a
Milano e in Lombardia. C'è il gruppo Morabito-Palamara-Bruzzaniti, e poi ci
sono altri gruppi: Mazzaferro, Talia, Di Giovine. Infine, per venire a quelli
che almeno sul piano militare, sono dominanti, sono rappresentati i gruppi
Papalia, Trovato e Paviglianiti. Abbiamo una precisa riproduzione in Lombardia
degli schieramenti e delle famiglie calabresi. Per esempio, sono rappresentati
sicuramente in Lombardia i gruppi De Stefano, Libri, Tegano, Latella, le
famiglie di Isola Capo Rizzuto e della piana di Gioia Tauro, e ancora i gruppi
Molè, Piromalli, Mancuso, ed altri. Tutte le famiglie calabresi sono o
direttamente presenti o rappresentate attraverso alleanze con i gruppi predetti
nella zona di Milano".
Il dottor Spataro ha insistito su un aspetto che pare caratterizzare la
strategia della 'ndrangheta in territorio lombardo, ossia la costituzione di una
"federazione delle mafie, cioè l'alleanza esistente con i gruppi catanesi,
in particolare con il gruppo dei Cursoti, facenti capo a Luigi Miano e a
Salvatore Cappello, con le famiglie della camorra anticutoliana vincente, in
particolare quella del principale personaggio latitante fino a pochi mesi fa,
Mario Fabbrocino arrestato in Argentina, e con la collegata famiglia Ascione
della zona vesuviana di Napoli. Queste sono alleanze documentate, le quali si
sono realizzate oltre che per il comune traffico di stupefacenti anche per
omicidi. Abbiamo documentato in questo processo alleanze con gruppi pugliesi.
Quando si parla di mafia pugliese, si parla sempre di Sacra corona unita, ma
questa organizzazione agisce ed opera soprattutto nel Salento, quindi va
delimitata. Ci riferiamo invece a gruppi del Tarantino, della zona di Bari e di
Foggia (diversi dalla Sacra corona unita) con radicati collegamenti sia con la
'ndrangheta calabrese che con l'area milanese. Tutti i capi di queste
organizzazioni mafiose sono imputati in questi processi; di qui l'elevatissimo
numero di ergastoli e di anni di reclusione richiesti".
L'accordo fra le diverse organizzazioni mafiose era funzionale in modo
particolare alla gestione del traffico di stupefacenti che è stato di notevoli
proporzioni. Ciò naturalmente ha avuto delle precise conseguenze:
"Ovviamente, questo tipo di alleanza non si realizzava soltanto nella
guerra con la soppressione dei rivali, ma soprattutto nelle alleanze, nelle joint
ventures, per i traffici di stupefacenti. Abbiamo prove di importazioni
massicce di eroina e di cocaina per migliaia di chili. I quantitativi venivano
importati mediante finanziamento pro quota di ciascuno dei gruppi alleati
che poi ovviamente acquisiva la propria parte del carico e provvedeva a venderla
per conto proprio. Si trattava quindi di un'alleanza che comportava una vera e
propria divisione di competenze nei territori".
È importante notare come la struttura mafiosa calabrese si riproduca, identica
a sé stessa, in terra lombarda. Questa è una caratteristica tipica della
'ndrangheta che non si trova né in Cosa
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nostra né in altre organizzazioni mafiose. Si riproducono i 'locali' e tutte
le altre forme organizzative, come in Calabria. "Soprattutto per i gruppi
calabresi, meno per quelli siciliani, ancor meno in particolare per quelli
catanesi, la scelta è quella dell'individuazione di un'area territoriale non
solo dell'hinterland milanese, ma anche di altre province della Lombardia
(Varese, Como eccetera) sottoposte ciascuna al controllo e al dominio di una
famiglia. Certamente la caratteristica di orizzontalità della 'ndrangheta,
ormai nota ed esposta in tanti studi oltre che in atti giudiziari, si è
riprodotta nel Nord, per cui questi territori venivano sottoposti al controllo
di questa o di quella cosca, ma si può dire che al di fuori di un generico
riconoscimento della leadership di Antonio Papalia prima e di Franco
Trovato subito dopo, non è dato di individuare, se intendiamo utilizzare la
terminologia propria delle inchieste su Cosa nostra siciliana, una Cupola".
Inoltre, il dottor Spataro ha descritto il particolare rapporto esistente a
livello lombardo tra la mafia calabrese e quella siciliana: "Abbiamo
registrato anche importanti rapporti con Cosa nostra. Lo diciamo per evitare di
trascurare il riferimento alla più pericolosa organizzazione criminale, almeno
rispetto ai riflessi degli attentati contro le istituzioni. Sono documentati
numerosi rapporti che però provano ancora il controllo dei calabresi su, per
esempio, i canali di approvvigionamento. È provato che, quando La Barbera e Gioè
Antonino sono stati arrestati a Milano, si trovavano in quella città per
trattare l'acquisto di grossissime partite di cocaina con i calabresi, che a mio
avviso hanno quasi il monopolio dell'importazione della cocaina in Italia.
Abbiamo riscontrato la presenza a Milano, dove sono stati arrestati, dei
fratelli Graviano che, come sapete, ogni giorno che passa crescono nella
considerazione degli inquirenti siciliani come personaggi di assoluto vertice
dell'ultima fase di Cosa nostra; una presenza, questa dei fratelli Graviano, che
è ancora un po' avvolta dalla nebbia investigativa poiché vi sono indagini
tuttora in corso ad opera soprattutto delle autorità giudiziarie di Firenze e
di Palermo. Altri rapporti con i siciliani sono documentati non solo con le
famiglie Fidanzati e Ciulla, certamente in contatto con i calabresi, ma anche
con un siciliano notissimo, Biagio Crisafulli, tradizionalmente legato ai
calabresi; è un personaggio che offre spunti di riflessione per i collegamenti
a livello internazionale. Quindi, possiamo tranquillamente dire che le
organizzazioni 'ndranghetiste, oltre che presenti in modo dominante, hanno
alleanze nel Nord d'Italia con tutti i gruppi storici mafiosi ma anche con
quelli emergenti".
Alleanze, non guerre: perché questa è un'altra caratteristica della presenza
mafiosa al nord. La 'ndrangheta si è alleata con tutte le altre organizzazioni
criminali - italiane e, di recente, anche straniere, in particolare quelle di
origine albanese e kosovara - per gestire enormi traffici di stupefacenti
aprendo di continuo nuovi canali di importazione e cercando nuovi partner.
La dottoressa Laura Barbaini ha illustrato i risultati delle indagini della DDA
di Milano sulla cosca di Africo dei Morabito-Palamara-Bruzzaniti capeggiata da
Giuseppe Morabito detto Tiradritto, uno dei capi più prestigiosi e potenti
della 'ndrangheta che da molti anni è latitante: "Il gruppo
Morabito-Palamara-Bruzzaniti si atteggia a Milano
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in modo diverso rispetto a come si atteggia ad Africo e, a mio avviso,
nell'insediamento in Lombardia sta percorrendo una strada moderna che potrebbe
rappresentare un modello per altri gruppi. In recenti atti giudiziari abbiamo
sostenuto questa tesi che è stata accolta in due sentenze. La forza di
intimidazione del gruppo Morabito-Palamara-Bruzzaniti proveniente da Africo, che
noi riteniamo particolarmente forte da un punto di vista economico, a seguito
del trasferimento non già nell'hinterland milanese ma proprio nel centro
di Milano, si deve necessariamente atteggiare in modo diverso. Il potere di
intimidazione non si esprime con pratiche estorsive nei confronti del singolo
cittadino o dell'imprenditore - salvo casi isolati che pure si verificano - ma
si esprime principalmente nei confronti di altri gruppi criminali per azzerare i
contrasti attraverso un rafforzamento delle vecchie alleanze tradizionali e
l'avvio di nuove alleanze con i gruppi emergenti. Abbiamo riscontrato e
documentato in atti depositati recentemente questo metodo i cui obiettivi sono
l'acquisizione del controllo di un settore economico, il rafforzamento dei
legami col sistema bancario e il mantenimento di eventuali legami con settori
della pubblica amministrazione, in alcuni casi attraverso la forte connivenza
delle forze dell'ordine. È una strategia che tende ad evitare i contrasti
armati e non può essere finalizzata al controllo del territorio: nel centro di
Milano, nelle zone adiacenti il tribunale, il centro bancario e finanziario,
nell'area che noi chiamiamo il Sud-Est della città, ma che in realtà oggi è
parte integrante del centro, non sarebbe possibile, per evidenti motivi,
esercitare un controllo del territorio attraverso picchetti. La presenza è
dunque discreta e silenziosa, tesa ad evitare contrasti e controlli da parte
delle forze dell'ordine".
Anche questa 'ndrina ha rapporti con i siciliani di Cosa nostra - a conferma
della tendenza ad accordi sempre più stringenti tra le diverse organizzazioni
mafiose nel territorio lombardo - e con organizzazioni straniere di recente
formazione.
"La cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti ha mantenuto legami con i gruppi
palermitani Fidanzati e Ciulla contro i quali vi è stata un'azione giudiziaria
molto forte: la loro presenza fisica all'ortomercato era nota da un decennio ed
è documentata da recenti sentenze. Presso gli stand dell'ortomercato
lavorano gruppi palermitani e gruppi calabresi di Africo e abbiamo chiarito
recentemente l'esistenza di rapporti anche con la famiglia Dominante di
Vittoria. Gli ortomercarti di Catania, Ragusa e Vittoria rappresentano
l'interlocutore privilegiato dell'ortomercato di Milano. L'alleanza tra la
famiglia Dominante, Cosa nostra e il gruppo Morabito di Africo si perpetua da un
decennio".
Accanto a questi accordi, emergono rapporti con le nuove mafie straniere che si
sono stabilite negli ultimi anni nel territorio milanese. "Per quanto
riguarda le nuove alleanze possiamo dire che sono stati avviati contatti con
gruppi slavi. I vertici dei gruppi albanesi emergenti si recano in Calabria per
contattare i vertici del gruppo Morabito-Palamara-Bruzzaniti: il rapporto
instaurato è assolutamente paritario ed è finalizzato a garantire la continuità
di traffici precedentemente gestiti dai turchi che sono stati soppiantati da
nuovi gruppi emergenti".
L'aspetto più interessante del gruppo mafioso in questione è la sua accertata
capacità di muoversi sul terreno del riciclaggio e nei rapporti
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con esponenti del mondo bancario, finanziario ed istituzionale di Milano.
Questo appare, allo stato, l'aspetto più inquietante e più preoccupante anche
per i rischi di ulteriori sviluppi che questa o altre cosche possono realizzare.
La dottoressa Barbaini, a questo proposito, ha detto: "Disponiamo di una
documentazione che attesta il tentativo del gruppo Talia-Morabito di effettuare
un'operazione di salvataggio di un gruppo storico che si occupa di tessuti e di
vernici e che aveva particolari rapporti con la Banca San Paolo di Brescia,
banca su cui abbiamo lavorato in tema di riciclaggio. Una fiduciaria, della
quale la banca appena citata è socia, ha fatto da intermediaria tra il gruppo
Talia-Mollica-Morabito (la prima è un'altra famiglia ristretta appartenente
alla stessa cosca) e un gruppo in sofferenza presso la banca sopra citata. Il
subingresso del primo gruppo (che in quel caso non ha avuto luogo, anche perché,
abbiamo adottato dei provvedimenti) nel secondo sarebbe stato possibile dopo il
salvataggio di quest'ultimo con una cifra ammontante a 30 miliardi. Siamo a
conoscenza di transazioni anche con l'Argentina e con paesi europei sempre
nell'ordine di miliardi". La novità interessante è che "il capitale
esisteva e non si recava verso il Sud, ma rimaneva al Nord". Non si
finanziava, dunque, la cosca madre, ma se ne prolungava l'accumulazione e
l'investimento altrove, in modo più remunerativo e nella speranza di non essere
individuato.
C'è, inoltre, un'altra novità che apre scenari impensabili e interessanti. Si
individuano nuovi canali finanziari che vengono utilizzati da più soggetti
appartenenti non solo alla criminalità organizzata, ma anche alla criminalità
economica non mafiosa, e ai 'comitati di affari' legati alla corruzione della
pubblica amministrazione. A questo proposito la dottoressa Barbaini ha detto:
"Abbiamo verificato e documentato in modo completo che c'è stata
effettivamente una coincidenza, forse solo parziale, fra i canali di riciclaggio
del denaro proveniente dalle attività di questo gruppo mafioso e di gruppi ad
esso collegati e i canali già utilizzati (per ciò che sappiamo dalla prassi
giudiziaria e dalle sentenze) per riciclare denaro pagato per tangenti. In
breve, è stato documentato che il gruppo Morabito-Palamara-Bruzzaniti (ma non
solo questo, basti pensare al gruppo Commisso o al gruppo Gullace con riguardo a
indagini che avvengono in collegamento con altre procure) ha utilizzato nel 1997
(stiamo quindi parlando di fatti abbastanza recenti) un commercialista di
Milano, Enrico Cilio, cognato di Michele Sindona (quest'ultimo è un
cenno di colore, perché per noi non è poi così rilevante), per trasferire
all'estero il patrimonio rappresentato da 26 società che gestivano attività
quali alberghi, ristoranti, bar e garage, nel cuore di Milano, tutte
addirittura lungo il perimetro del tribunale. Riguardo a quei garage, aggiungo
che - anche questa è una nota di colore - DIA, ROS e squadra mobile avevano
indetto appalti per lasciarvi le loro macchine. Quando è stato richiesto dal
gruppo di trasferire all'estero il capitale di 26 società, Ciglio si è rivolto
ad un referente svizzero, il quale ha trovato immediatamente per l'operazione di
transazione una società, la Eurosuisse italiana, società partecipata dalla
Eurosuisse holding lussemburghese di Jean Paul Faber (socio di Cusani
nell'Istituto mobiliare finanziario S.p.A. negli anni 1992-93 e tuttora
rappresentante di questa
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società lussemburghese proprietaria della totalità delle azioni della
società italiana). Ciglio dunque si rivolse al referente svizzero il quale lo
mise in collegamento con la società lussemburghese di Faber, che cedette quella
italiana, realizzando così la transazione. Le quote di tale società, già
possedute da quella lussemburghese, furono trasferite ad una anonima svizzera
con una triangolazione Milano-Lussemburgo-Lugano nel giro di 15 giorni. Il
capitale ammontava a circa 50 miliardi, in quanto nel frattempo la società
italiana era divenuta cessionaria delle quote di partecipazione delle 26 società.
Questo meccanismo lo abbiamo esplorato in modo completo per quanto riguarda il
gruppo Morabito; nel prosieguo delle indagini ci siamo accorti che lo stesso
meccanismo stava per essere attuato anche per il gruppo Commisso e per il gruppo
Gullace, naturalmente con dimensioni diverse e variabili. Questo per dire che il
commercialista milanese operava ovviamente anche per altri gruppi criminali,
peraltro vicini ed alleati del gruppo Morabito".
Quello che la dottoressa Barbaini chiama "elementi di colore" paiono
configurare, da una parte, una zona opaca della finanza milanese, dove
determinate figure sembrano rappresentare il punto di incrocio di operazioni
illegali di varia natura, riferibili sia ad attività mafiose sia ad attività
criminali di altro genere, e, dall'altra parte, la capacità della cosca in
questione di penetrare in tutta tranquillità nel cuore finanziario di Milano.
E infatti, la cosca Morabito-Bruzzaniti-Palamara ha cercato di
"impossessarsi di esercizi pubblici in una zona significativa per il
dominio economico che essa tentava di riaffermare". Ha potuto fare ciò
grazie "alla sistematica omissione di controlli da parte degli
amministratori pubblici". In sostanza, sono mancate le "verifiche
della sussistenza dei requisiti previsti dalla legge n. 55 del 1990". Sono
stati consentiti "i subingressi di licenze in particolare per le vie
centrali, vicine al Duomo, come via Dante, Corso Vittorio Emanuele, via
Montenapoleone, e in particolare la Galleria Vittorio Emanuele, in cui vecchi
nomi, come 'La voce del padrone' e 'Ricordi', si allontanano e il subingresso
avviene anche (dico 'anche' perché non escludo che vi siano società, come la
Levi's, interlocutrice della cosca in questione) attraverso società che noi
abbiamo dimostrato essere fittizie" oppure attraverso vari prestanome. Nel
fascicolo presso le banche abbiamo trovato tutto il carteggio con il Comune,
carteggio che veniva portato in banca per giustificare gli affidamenti... Quindi
i pubblici amministratori hanno omesso di controllare questo continuo
subingresso di licenze, senza esperire i necessari controlli previsti dalla
legislazione; hanno consentito, ad esempio, che si perpetuasse la situazione di
morosità nel pagamento degli affitti e poi, attraverso il meccanismo
dell'affittanza o della cessione dell'azienda (ma spesso dell'affittanza) a
persone che erano tutte prestanome della cosca, hanno consentito che nuove
società subentrassero negli appalti (come quelli per le forniture delle mense)
senza controllare i requisiti antimafia e altro".
Sottovalutazioni, corruzione, disinteresse per il bene pubblico, cattiva
amministrazione hanno determinato un insieme di comportamenti nell'apparato
politico-burocratico del Comune di Milano che ha favorito la penetrazione delle
cosche nel centro storico.
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La dottoressa Barbaini ha illustrato tre diverse tipologie di riciclaggio, a
loro volta espressione di diverse tipologie di comportamento dei funzionari
operanti negli istituti di credito: "Una prima tipologia (che forse sarebbe
meglio definire fenomenologia) di funzionario infedele caratterizza tutta una
serie di operazioni di riciclaggio che si realizzano con capitali assolutamente
reali, costituiti da fiumi di miliardi, che rappresentano prevalentemente i
proventi del traffico di stupefacenti e dei successivi reinvestimenti; si
tratta, quindi, di capitali reali, puliti, che circolano. In questo caso, il
funzionario vuole ricavarne il budget, che anzi mira ad alzare per il
premio, e la banca e l'ispettorato vogliono guadagnare da quell'operazione, da
quel denaro reale, che - ripeto - arriva pulito. Ciò ha caratterizzato (non so
se sia utile dirlo, ma lo faccio per concretezza) l'operato della Banca San
Paolo di Brescia, alla quale siamo arrivati da San Marino, dove si riversava il
denaro del gruppo Ciulla-Orio; dalla banca di Brescia, attraverso gli assegni
circolari siamo arrivati alla Cassa di Risparmio di Torino, alla Deutsche Bank e
alla Banca agricola mantovana: in tutte queste banche vi erano dei funzionari
referenti, consapevoli della provenienza illecita del denaro, in diretto
contatto per realizzare l'operazione di riciclaggio. Le operazioni di
riciclaggio di questa prima tipologia sono quelle tradizionali e classiche:
vengono versati due o tre miliardi di lire in contanti e si accende il libretto
di risparmio ad un nominativo inesistente oppure si acquistano certificati di
deposito o pronti contro termine, all'estinzione dei quali si procede al rinnovo
oppure all'emissione di assegni circolari, oppure ancora questi vengono
rinnovati in parte e viene ritirato, ad esempio, un miliardo in assegni
circolari i quali poi vengono diffusi e polverizzati sulle tre banche in cui vi
sono funzionari amici di altri rappresentanti del gruppo. Uno di questi era
quello che negoziava gli assegni della MAA. Questo è il metodo più
'scolastico'. Abbiamo trovato, poi, soprattutto con i calabresi, un'altra
fenomenologia di funzionari infedeli che, pur di favorire il gruppo mafioso,
causano perdite alla banca; in tal caso vi è una collusione diretta con il
direttore (e questo lo abbiamo verificato in piccole banche, in 'banchette' come
vengono definite dall'Ufficio italiano dei cambi, come le Casse rurali della
zona ricca di Milano). Tutto ciò è stato documentato, come nel caso della
Cassa rurale della zona del Lodigiano che ha favorito un imprenditore locale,
proprietario di numerosissimi garage, che trovatosi in difficoltà ha venduto
tutto al gruppo mafioso; la banca, quindi, avendo subìto delle perdite
derivanti da un affidamento eccessivo, ha poi tentato il rientro - affermo ciò
anche perché è stato documentato dall'Ufficio italiano dei cambi - che è
stato possibile attraverso l'immissione di titoli di fiduciari. Andando avanti
nelle indagini abbiamo verificato che il salvataggio della banca, dopo che il
funzionario ha messo in pericolo la bontà della sua stessa attività pur di
favorire il gruppo mafioso, è avvenuto ancora con denaro mafioso, in quanto per
la ristrutturazione del credito sono tornati i titoli di fiduciari del gruppo
stesso".
Siffatta descrizione appare quanto mai inquietante, nonché indicativa delle
enormi capacità di soggetti mafiosi di determinare attraverso il coinvolgimento
di funzionari infedeli la vita di istituti bancari ancorché piccoli.
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"La terza risultanza delle indagini investigativo-processuali sul tipo di
riciclaggio o meglio sulle modalità di investimento di questa cosca è, a mio
avviso, quella più interessante. Essa riguarda le modalità di investimento e
di finanziamento degli investimenti effettuati dalla cosca Morabito e proprio
con riguardo a quelle società operanti nel centro di Milano. Abbiamo assistito
ad operazioni bancarie in un istituto di credito centralissimo di Milano (la
Banca mercantile) che hanno svelato affidamenti (assolutamente privi di ogni
logica di esercizio corretto del credito) ad alcune società, di cui si avvaleva
il gruppo, che non apparivano meritorie di riceverli. L'affidamento, cioè, una
volta verificato, risultava tecnicamente 'in rosso', cioè scoperto. Ad un certo
punto, ci siamo fermati perché abbiamo rilevato che le principali società di
Mollica, di Morabito e di altri erano affidate per centinaia di milioni di lire,
e a volte per un miliardo, per l'acquisto di licenze o di gallerie, ma gli
affidamenti erano scoperti; in un primo tempo ci siamo fermati perché non
abbiamo capito cosa significasse". Con la collaborazione dell'Ufficio
italiano cambi "stiamo scoprendo un metodo che, a mio avviso, potrebbe non
riguardare soltanto le banche di Milano, ma potrebbe essere stato utilizzato
anche da banche siciliane: vi è un affidamento apparentemente scoperto, con la
garanzia però che la banca possa cercare altrove, cioè presso un altro
istituto di credito o altri depositi, di cui è a conoscenza e da cui è
garantita. L'affidamento alla società è, quindi, in rosso solo apparentemente
per la forza investigativa o per l'ispezione del servizio antiriciclaggio;
stiamo verificando che, invece, contestualmente la banca si garantisce presso
altri istituti di credito, ad essa collegati o no, ad esempio attraverso
rilevantissimi depositi di titoli oppure - ma in misura minore - con grandi
investimenti immobiliari effettuati anche altrove. Tutto questo, però, avviene
in modo occulto. Rilevo subito che questa terza tipologia - che adesso possiamo
esporre in modo chiaro - non è più frutto dell'azione di riciclaggio basata
sull'accordo tra il singolo direttore o funzionario (può essere anche un
settorista) e l'esponente del gruppo, ma è fra organo dirigente della banca e
gruppo mafioso. Questa è la vera connivenza, il vero appoggio che noi stiamo
svelando ora in modo documentale".
Siamo, con tutta evidenza, ad un passaggio di fase, ad un notevole salto di
qualità nel rapporto tra la 'ndrangheta e sistema bancario che sembra poggiare
non già su un semplice rapporto di collusione o di corruzione di qualche
funzionario, ma semmai su una vera e propria reciproca cointeressenza tra gruppo
mafioso e gruppo dirigente della banca. Questi nuovi scenari che ci offre la
realtà milanese dimostrano, semmai ce ne fosse ancora bisogno, come sia
necessario togliere ai mafiosi i loro enormi capitali al fine di salvaguardare
l'economia pulita del nostro paese.
Questa modalità di comportamento degli istituti bancari "trova un forte
riscontro in qualcosa che emerge dalle controversie civilistiche. La sezione
VIII di Milano, che ha trattato in diverse cause il problema della fideiussione omnibus,
ci segnalava che in molte cause emerge uno strano modo di gestire il credito:
una sorta di abdicazione da parte dell'istituto bancario al corretto esercizio
del credito. L'istituto bancario non dovrebbe favorire una società sguarnita di
ogni garanzia, ma
Pag. 112
dovrebbe operare per sorreggere un'attività economica, fatte salve le
necessarie, giuste garanzie. Ora abbiamo anche sentenze della Cassazione che
spiegano un fenomeno diverso, quello appunto di istituti che abdicano al
corretto esercizio della propria funzione per diventare addirittura istituti
immobiliari quando magari si rifanno su grossi centri immobiliari. Questo dato,
che emerge dall'analisi fatta dai civilisti, si spiega perfettamente con quella
che riteniamo essere una precisa connivenza riscontrata a Milano tra un gruppo
dirigente della banca e gruppi mafiosi per l'affidamento di crediti
apparentemente senza garanzia. In realtà l'istituto di credito non rinuncia
affatto alla garanzia, ma gestisce il credito favorendo gruppi mafiosi e
garantendosi in modo diverso. Questo l'abbiamo visto nelle analisi oggettive e
documentali. Questi riscontri, come vi ho detto più volte, sono stati possibili
anche grazie all'apporto dell'Ufficio italiano dei cambi".
Come si vede, è descritto in termini espliciti la trasformazione della
'ndrangheta e la sua rinnovata pericolosità non solo sul terreno militare, ma
soprattutto su quello - del tutto nuovo e moderno - delle operazioni economiche
e finanziarie.
La 'ndrangheta nel corso degli ultimi decenni ha accentuato la sua presenza non
solo nelle regioni del nord Italia, ma anche a livello internazionale fino a
diventare l'organizzazione mafiosa che ha la maggiore articolazione di 'locali'
in svariati paesi stranieri. Questa 'colonizzazione' è funzionale a un duplice
obiettivo, da un lato quello di assicurare un migliore e più rapido flusso di
sostanze stupefacenti verso l'Italia, dall'altro quello di riciclare, anche
all'estero, capitali sporchi. Rimandando alla relazione complessiva sulla
'ndrangheta, una più approfondita e organica ricognizione delle proiezioni
internazionali e dei flussi da e verso l'Italia e la Calabria, è utile
riportare quanto su questo argomento è emerso dall'audizione del dottor Macrì
e del dottor Ledonne.
Il dottor Macrì ha ricordato che "i processi della DDA di Reggio Calabria
in questo momento si stanno occupando di presenze di esponenti della 'ndrangheta
in Spagna, in Portogallo, in Argentina, in Brasile, in Canada, in Francia e in
altri paesi, quindi vi sono tuttora indagini su queste presenze diffuse su tutto
il territorio nazionale e a livello internazionale". Inoltre, "nel
corso di un'altra indagine, che puntava invece su un personaggio prettamente
mafioso, Filippone Salvatore, si è scoperto che anche costui è un uomo che
lavora per varie cosche calabresi, sia quelle del versante ionico sia quelle del
versante tirrenico, e che opera sui mercati internazionali di riciclaggio. Tra
l'altro, egli aveva in mente di acquistare addirittura una banca a San
Pietroburgo e quindi lavorava in maniera molto attiva sui mercati dell'Est.
Sappiamo inoltre che altri personaggi calabresi si sono trasferiti stabilmente a
Mosca, a Praga o altrove, ed hanno effettuato investimenti in queste realtà.
Quindi, c'è sicuramente un circuito di riciclaggio, ma è molto difficile
accertare questo tipo di reato perché le attività - ripeto - si svolgono
prevalentemente all'estero e non sempre c'è la possibilità di disporre di
tutte le notizie".
Il dottor Ledonne, per parte sua, si è soffermato sulla situazione esistente in
alcuni paesi europei: "Territori come la Germania sono diventati i forzieri
della 'ndrangheta. Le nostre organizzazioni criminali
Pag. 113
operano, per quanto riguarda l'investimento e il reinvestimento dei profitti
illeciti, all'estero. Vi darò un dato che fa veramente riflettere. Da una
comunicazione che abbiamo ricevuto dagli organi di polizia, in Belgio le autorità
di polizia locali hanno presentato alle nostre autorità una lista di 25.665
cittadini italiani con precedenti in Belgio. Dal preliminare esame effettuato
sui nominativi sono emersi i seguenti dati numerici: 464 di questi risultano
ricercati in campo nazionale e internazionale; 541 hanno precedenti per
associazione a delinquere; 133 hanno precedenti per associazione di stampo
mafioso. I calabresi della 'ndrangheta operano prevalentemente a Münster, a
Stoccarda, nella zona del Baden-Württemberg, a Krefeld; e in altre zone sono
state rilevate organizzazioni mafiose di origine calabrese. Mi riferisco -
faccio nomi e cognomi - ai Grande Aracri, il cui capo, Grande Aracri Nicolino (89),
ha stabilito nel territorio tedesco una vera e propria succursale che si occupa
soprattutto di acquisti di ristoranti, pizzerie e esercizi commerciali.
Nell'operazione Galassia sei nostri concittadini calabresi costituivano in
Germania il terminale dei proventi che giungevano da Catanzaro, dalla zona della
Sibaritide, da Castrovillari e da Rossano, trasferiti in Germania per essere
reinvestiti".
Ma queste dei due magistrati sono solo delle semplici indicazioni riassuntive di
una presenza della 'ndrangheta a livello internazionale molto più diffusa e più
radicata.
La recente e controversa vicenda della scarcerazione dalla casa circondariale di
Ascoli Piceno, e, immediatamente dopo, della cattura, della nuova scarcerazione
e della nuova cattura, di Giovanni Rocco Ottinà, ha riproposto alla attenzione
pubblica due atti giudiziari (90) su una rete criminale
associativa di elevate dimensioni dalla Calabria al Nord Italia finalizzata alla
rete capillare di spaccio di un grande traffico di eroina e cocaina, forte di un
"braccio armato" (i Bellocco, D'Agostino e Chindamo) e organizzato con
i fornitori turchi KocaKaya Murat (che "regala" trenta fucili
kalashnikov al mafioso Spinella poi ucciso a Turate nel 1003) e Agakan Hazer , e
con i corrieri Mncl Pietr, Shanilova Dana, Doscar Vladimir. Si tratta di una
fonte importante, della ricostruzione non solo degli insediamenti esportati
dalla Calabria, e della rete (91) che essi riescono a
tessere tra la fine degli anni 80' e la prima metà degli anni Novanta, ma anche
dei rapporti stabiliti continuativamente con la Calabria, e non solo di
"accompagnamenti"
Pag. 114
degli affiliati in Calabria, o di "ospitalità" a Milano, o di
organizzazione logistica (per i depositi di droga, di denaro, di armi, di
refurtiva), o per i summit. Sono, questi collegamenti, volti anche a finanziare
l'attività di cosca, come a Seminara. O a mandarvi armi, munizioni, macchine. O
per investirvi, e per riciclare il denaro in acquisto di immobili (come il
terreno o l'appartamento a doppia elevazione degli Ottinà a Seminara, o, a
Palmi, i due appartamenti di De Caria), o per effettuarvi movimentazioni
bancarie (come i titoli, i certificati di deposito, i conti correnti, i libretti
di deposito sequestrati a De Caria presso la Carical di Seminara). Ma il
rapporto con la Calabria serve anche a perpetrarvi omicidi o per finanziare (ma
la circostanza è controversa nella riforma della sentenza della Corte di Assise
di Palmi da parte della Corte di Assise d'appello di Reggio Calabria) la guerra
di mafia preparata dalla cosca Santaiti contro la cosca dei Gioffrè a Seminara
e prevenuta, dopo l'assassinio di Luigi Surace, dagli arresti della Operazione
Ponente.
Parte integrante della mappa criminale della Calabria e particolare snodo dei
rapporti tra la Calabria e gli insediamenti di 'ndrangheta in altre zone del
Paese è da considerare Messina. Alla giusta analisi che ne è stata tracciata
dalla relazione del presidente Del Turco va aggiunto, ai fini specifici di
questa relazione, quanto di ancor più grave è emerso successivamente,
soprattutto da alcuni fatti, più lontani e più recenti, contenuti nelle
ordinanze di custodia cautelare emessi a carico del professor Longo, la prima da
parte del GIP di Messina, la seconda da parte del GIP di Milano. Il Policlinico
di Messina, l'Istituto del professor Longo, vi emerge come il "Ponte"
su cui corrono il traffico degli stupefacenti tra Milano e Africo e la potente
cosca che vi presiede, la cosca di Giuseppe Morabito il "Tiradritto",
la medesima cosca del professor Longo.
"Topo" è il nome di cosca del professor Longo. E "Topo", o
affettuosamente, "Topacchione", il suo nome di Policlinico e di
Università, il nome con cui viene chiamato, ed egli stesso si fa chiamare, dai
colleghi e dai vertici dell'Ateneo. L'affettuoso "Topacchione"
diventa, dopo l'omicidio Bottari, "Topacchione assassino".
"Topo", lo stesso nome ad Africo e a Messina. Questo si ascolta in
presa diretta dalle conversazioni registrate al telefono o attraverso le
numerose intercettazioni ambientali effettuate a seguito del delitto Bottari e
trascritte dal GIP di Messina nell'ordinanza di custodia cautelare del 23 giugno
1998. E l'identificazione del professor Longo come il "Topo" della
cosca di Africo e del Policlinico di Messina si trova nuovamente nella seconda
ordinanza di custodia cautelare del 2 ottobre 1998 che raggiunge il professor
Longo in carcere su iniziativa del GIP di Milano, ma risale ad altre, autonome,
indagini della DDA di Milano sulla "associazione avente la sua base
operativa e centro direzionale in Milano, Sesto San Giovanni e Africo, luoghi di
incontro e luoghi nei quali affluiva l'eroina proveniente dai paesi
dell'Est", associazione operante almeno dal 1994 e fino al gennaio 1998
nella quale il gastroenterologo del Policlinico di Messina si trovava ad operare
"in qualità di addetto a coordinare l'attività tra la «casa madre» e i
fornitori esteri, ed in particolare con il compito di tenere i contatti diretti
tra l'importatore (Enver Abazi) dello stupefacente e il «vertice del gruppo»,
Giuseppe Morabito, rivestendo, all'interno dell'organizzazione
Pag. 115
di appartenenza, il ruolo di persona di fiducia del capo della struttura
criminale, e di portavoce delle direttive di Giuseppe Morabito nelle trattative
preliminari delle nuove forniture di stupefacenti". Alla identificazione
del professor Longo avevano dato il contributo decisivo gli interrogatorii di
due membri di questa associazione: Gabriele Sacchi, e lo studente del
Policlinico di Messina Annunziato Zavettieri, coprotagonista degli spostamenti
dalla Calabria a Milano (che sarà oggetto anche della operazione
"Armonia" quale esponente di rilievo della cosca di Giuseppe Morabito
e detentore del grado di "Trequartino"). Il non consueto soprannome di
"Topo", di continuo usato da altri membri di questa associazione quali
p.es. Leo Iofrida e Leone Bruzzaniti, viene fornito molto prima dell'ordinanza
del GIP di Messina. Il vasto materiale probatorio contenuto in questa ordinanza,
e costituito in grandissima parte dalle intercettazioni ambientali effettuate
nel Rettorato, indica il grande potere e la forza armata detenuti dal professor
Longo, e riconosciutigli dai colleghi, in tutte le "condotte agevolatrici,
quale medico specialista di gastroenterologia presso il Policlinico
universitario di Messina, fornendo un contributo efficace al mantenimento della
struttura associativa ed al perseguimento degli scopi di essa all'interno
dell'Università di Messina per acquisire in modo diretto od indiretto la
gestione o comunque il controllo di attività economiche, di appalti e servizi
pubblici, e per realizzare profitti o vantaggi ingiusti avvalendosi della forza
di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e
di omertà che ne deriva, nella qualità di componente di organi deliberativi e
programmatici esercitati dal 1995 al 1997, e di garante dell'indirizzo
politico-amministrativo dell'Università, e dei futuri assetti dei vertici
istituzionali di esso, tra cui la rielezione del professor Diego Cuzzocrea a
rettore dell'Università di Messina". Nell'ordinanza del GIP di Messina
sono raccolti numerosi elementi documentari del giudizio di fondo: "Longo
era portatore di una fama di contiguità criminale, concretamente percepita nel
suo ambiente professionale, della quale si è ampiamente avvalso, dosandola
sapientemente e alternandola al ricatto politico e alla intimidazione esplicita,
per conseguire i suoi scopi e per sostenere nel contempo quello stesso gruppo di
potere del quale faceva parte e dal quale era stato temporaneamente allontanato
per le oscure ragioni non compiutamente emerse nell'attuale fase
dell'indagine".
Al "Topo", che con il rettore Diego Cuzzocrea fa "parte di uno
stesso gruppo di potere" (anche per la documentata comune appartenenza alla
medesima loggia massonica "Sicilia Normanna" (92)
evidenziata dal GIP ), e che "ricopre, tra le altre cariche, quelle di
componente del CdA dell'Università, del Consiglio di Presidenza della facoltà
di Medicina, e, in forza della prima carica, di membro di diritto del Comitato
di indirizzo e programmazione (CIP)", l'ordinanza del GIP di Messina
contesta gli "atti idonei e diretti in modo non equivoco rispettivamente,
con missiva anonima inviata o fatta inviare al professor Giacomo Ferraù, del
seguente tenore : «giovedi 15/01/1998 Bottari - adesso tocca a te», e
danneggiando, o facendo danneggiare,
Pag. 116
l'autovettura Renault Clio di proprietà del dott. Eugenio Capodicasa, contro
la quale faceva sparare sei colpi di arma da fuoco, a costringere i suddetti a
trasmettere al professor Cuzzocrea il perentorio invito a non presentarsi come
candidato alla imminente tornata elettorale del 4/5/1998 per la nomina del
rettore". Il grande potere e la forza armata del prof. Longo segnano tutti
gli avvenimenti che vanno dalla rottura con il rettore Cuzzocrea alla
ricomposizione dello scontro fino alla decisiva assunzione "in prima
persona del ruolo di regista della campagna elettorale di Cuzzocrea" ,
dalla missiva minatoria che il Rettore riceve il 5 febbraio 1998 "il
prossimo Bottari sarai tu" al nuovo patto che segna la conferma a rettore,
"...io sono sempre l'amico di Peppe (il "Tiradritto" NdR), vi sto
seguendo a tutti...", " ...io ci metto una bella croce di
sopra...tanto....«visto che ne ho uno sopra la coscienza», a questo
punto...", "...io voglio sapere le garanzie, a me chi mi garantisce
che questo stronzo, finendo la festa...(inc.)...gli viene un'altra volta la
megalomania...", "o dopo il 5 maggio si mette a fare il rettore come
vogliamo noi, o lo mandiamo a fare in culo". Il linguaggio, forse poco
accademico, altrimenti eloquente e certamente chiaro, non appartiene al
professor Longo soltanto. È comune agli altri protagonisti della vicenda,
innanzitutto al neo-rettore, che, non appena viene costretto all'incontro
urgente fattogli perentoriamente chiedere dal professor Longo ("perché se
non vado in Calabria, qua, da mercoledì TU-TUN -TUN-TUN..."), da una parte
obietta a Capodicasa che gli spiega le ragioni dell'incontro "ebbè e che
c'entra tutto questo «CU SPARARI» ?" e dall'altra parte, come osserva il
GIP, "dimostra tutta la sua preoccupazione" : "piglia due
studenti e «CI FA SPARARI A QUATTRU MACHINI», cosa che ha già fatto".
Dagli atti giudiziari la appartenenza e l'operosità mafiosa del professor Longo
appare non legata a questi fatti più recenti ma segnata da esperienze molto più
lunghe, ultradecennali (nell'ordinanza del GIP di Messina si racconta anche di
Longo che nel 1987/88 si recava a curare Giacomo Lauro -poiché
"collaborante"- "durante un periodo di latitanza trascorso in una
casa di Scilla insieme a Nino Saraceno").
Non si può affatto ritenere che l'insediamento 'ndranghetistico nel Policlinico
e nell'Università di Messina sia circoscritto al ruolo del professor Longo, e
che con il suo arresto sia stato dissolto. La DDA di Reggio Calabria ha dedicato
un capitolo della recente operazione "Armonia" alle connessioni
mafiose che la cosca di Africo e Giuseppe Morabito continuano ad avere (93),
al sistema della compravendita di esami, e al ruolo di altri due clinici.
Pag. 117
Alla fine degli anni Settanta iniziano ad essere segnalate, da parte di
settori minoritari della magistratura, ipotesi di collegamenti occulti tra
criminalità organizzata calabrese e massoneria, quali segnali preoccupanti di
una nuova forma di inserimento nei circuiti di potere. Ma al di là di scarni e
rari riscontri processuali, bisognerà attendere la stagione dei collaboratori
per avere delle conferme attendibili. Solo a partire dal 1992, e in particolare
negli atti della Operazione cosiddetta 'Olimpia' della DDA di Reggio Calabria,
giungerà una ricostruzione organica di tali rapporti anche alla luce dei
mutamenti che proprio alla fine degli anni Settanta si erano registrati
all'interno della 'ndrangheta, mutamenti che risulteranno, alla luce delle
odierne conoscenze, funzionali proprio alla formazione di quei rapporti e di
quei collegamenti con una parte della massoneria. Non si vuole in questa sede
operare alcuna riduttiva semplificazione della storia della massoneria italiana,
né criminalizzare le migliaia di persone che hanno aderito e aderiscono alle
varie organizzazioni massoniche operanti nel nostro paese, ma si intende più
semplicemente registrare i dati emersi nel corso di vari procedimenti penali, al
fine di rappresentare la complessità e le diverse forme dei rapporti tra
strutture criminali, poteri occulti e istituzioni, e rendere evidente la
profonda penetrazione di dette strutture nella società civile calabrese e nelle
sue varie articolazioni.
È convinzione della Commissione che la massoneria calabrese, che vanta un
antico e solido insediamento e risale agli albori del moto risorgimentale
italiano, non sia nel suo complesso una massoneria deviata. Certo, al suo
interno, come è noto, si sono manifestate ampie zone di comportamenti che gli
stessi organismi massonici hanno ritenuto irregolari, illegali o illegittimi
perché violavano le regole fondamentali, costitutive della libera muratoria.
Proprio questi organismi hanno evidenziato quanto fosse nell'interesse della
stessa massoneria calabrese portare definitivamente alla luce tutte le zone
oscure - passate ed eventualmente anche presenti - e recidere con nettezza ogni
eventuale rapporto tra uomini della 'ndrangheta e strutture 'coperte' o
'riservate' che dovessero richiamarsi alla massoneria.
Nella seconda metà degli anni Settanta la 'ndrangheta si trova di fronte a un
bivio: o continuare ad essere una organizzazione criminale dedita ad estorsioni
e sequestri di persona, oppure fare un salto di qualità e inserirsi nei
circuiti del potere per trasformarsi in 'mafia imprenditrice', in soggetto
economico e politico autonomo, capace di interloquire con i rappresentanti delle
istituzioni, delle amministrazioni pubbliche, dei partiti, e offrire i propri
'servizi' nel settore degli appalti, nella raccolta dei consensi elettorali, e
così via.
Per fare questo la 'ndrangheta si trovò nella necessità di creare una
struttura nuova, elitaria, una nuova dirigenza, estranea alle tradizionali
gerarchie dei "locali", in grado di muoversi in maniera spregiudicata,
senza i limiti della vecchia onorata società e della sua subcultura, e
soprattutto senza i tradizionali divieti, fissati dal codice della 'ndrangheta,
di avere contatti di alcun genere con i cosiddetti "contrasti", cioè
con tutti gli estranei alla vecchia onorata società.
Pag. 118
Nuove regole sostituivano quelle tradizionali, che non scomparivano del
tutto, ma che restavano in vigore solo per la base della 'ndrangheta, mentre
nasceva un nuovo livello organizzativo, appannaggio dei personaggi di vertice
che acquisivano la possibilità di muoversi liberamente tra apparati dello
Stato, servizi segreti, gruppi eversivi. Nasce così la "Santa", e
"santisti" sono denominati i suoi appartenenti, che costituiscono
quella che si può definire la "direzione strategica" della nuova
'ndrangheta, che la caratterizzerà per circa un ventennio, almeno sino alle
ultime modificazioni organizzative della fine degli anni Novanta. Già nella
formula del giuramento della "Santa" si possono notare delle
interessanti novità. Il "santista" deve giurare di "rinnegare la
società di sgarro", vale a dire la tradizionale struttura della onorata
società, mentre le figure di riferimento a cui la Santa si richiamava erano
Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini, Giuseppe La Marmora (due dei quali, in
quanto generali dell'esercito italiano, erano per definizione
"infami"), tutti accomunati dalla appartenenza alla massoneria (94).
"Si tratta di un mutamento radicale nella 'cultura' e nella 'politica'
della 'ndrangheta, mutamento che passa da un atteggiamento di contrapposizione,
o almeno di totale distacco, e, in ogni caso, di "isola" rispetto alla
società civile, ad un atteggiamento di integrazione, alla ricerca di una nuova
legittimazione, funzionale ai disegni egemonici non limitati all'interno delle
organizzazioni criminali, ma estesi alla politica, all'economia, alle
istituzioni. L'ingresso nelle logge massoniche esistenti, o in quelle costituite
allo scopo, doveva dunque costituire il tramite per quel collegamento con ruoli
e funzioni appartenenti a figure sociali per tradizione aderenti alla
massoneria, vale a dire professionisti (medici, avvocati, notai), imprenditori,
funzionari della pubblica Amministrazione uomini politici, rappresentanti delle
istituzioni, tra cui magistrati e dirigenti delle Forze dell'ordine. Attraverso
tale collegamento la 'ndrangheta riusciva a trovare non soltanto nuove occasioni
per i propri investimenti economici, e per le proprie movimentazioni finanziarie
e bancarie ma sbocchi prima impensati e impensabili, nella politica e
nell'Amministrazione, e, soprattutto, quella copertura, realizzata in vario modo
e a vari livelli (depistaggi, vuoti di indagine, attacchi di ogni tipo ai
magistrati non arrendevoli, aggiustamenti di processi, etc.) cui è conseguita
per molti anni non solo una sostanziale impunità, della 'ndrangheta, ma anche
una sua capacità di rendersi invisibile alle istituzioni (solo da qualche anno
essa è balzata all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale e degli organi
investigativi più qualificati). Naturalmente l'inserimento nella massoneria,
che per quanto inquinata, restava pur sempre un'organizzazione molto riservata
ed esclusiva, doveva essere limitato ad esponenti di vertice della 'ndrangheta.
Persino l'attività di confidente, un tempo simbolo dell'infamia, era adesso
tollerata e praticata, se serviva a stabilire relazioni, o "scambi",
utili con rappresentanti dello Stato, o se serviva a depistare l'attività
investigativa verso obiettivi minori" (95).
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A proposito della "Santa", molte sono le dichiarazioni di
collaboratori di giustizia. Esse delineano in modo chiaro la nuova struttura e i
personaggi che ne farebbero parte. È bene avvertire che non è agevole trovare
prove certe, soprattutto in relazione alle persone chiamate in causa, circa la
loro appartenenza a logge massoniche "coperte". E ciò perché si
tratta non solo di due organizzazioni che sono entrambe soggetto e oggetto di
segreto e di riservatezza, ma anche perché molti calabresi hanno scelto di
iscriversi a logge massoniche aventi sede in altre parti d'Italia. Ciò,
evidentemente, aumenta il grado di impenetrabilità. Altre volte, l'appartenenza
alla massoneria, o l'ingresso in una loggia, avvengono saltando i rituali
simbolici e sono comunicati direttamente all'orecchio del Gran maestro. Si deve
doverosamente osservare che non è facile trovare prove certe, in relazione alle
persone chiamate in causa, circa la loro appartenenza a logge massoniche
"regolari", "irregolari" o "coperte". L'argomento
è complesso e coinvolge aspetti che prescindono da quelle che potrebbero a
prima vista apparire le uniche cause di tale difficoltà nel reperimento di
riscontri documentali oggettivi: la riservatezza che contraddistingue le
associazioni massoniche, la perdurante diffusione nel nostro Paese di
organizzazioni massoniche coperte e delle cosiddette affiliazioni coperte
("alla memoria" o all' "orecchio del Gran Maestro"), vale a
dire le affiliazioni di persone la cui appartenenza alla "famiglia" è
conosciuta soltanto dal vertice dell'organizzazione massonica e da una ristretta
cerchia di confratelli (96).
Uno dei dichiaranti è Gaetano Costa, che detta a verbale: "Con nuova
riorganizzazione si sono cementati i collegamenti con Cosa nostra siciliana e
con la nuova Camorra tant'è che è stata programmata una nuova strategia per il
futuro. Tale strategia, sinteticamente, riguarda: un'azione comune per la
salvaguardia dei processi in corso e per quelli già celebrati; assicurare le
ricchezze accumulate; gestire di comune accordo i rapporti con massoneria,
politica, ed istituzioni
Pag. 120
deviate" (97). E ancora: "Contestualmente al
conferimento della 'dote' il nominativo del nuovo affiliato viene comunicato
agli altri esponenti della stessa segreta organizzazione, sicché conformemente
al normale funzionamento delle logge massoniche coperte, il nuovo adepto non sa
chi sono gli altri appartenenti alla struttura i quali invece ne hanno,
singolarmente, cognizione" (98).
Ancora più analitiche appaiono le dichiarazioni rese dallo stesso Costa ai
magistrati della DDA di Palermo, nelle quali vengono ricostruite le vicende che
portarono alla creazione della nuova struttura organizzativa della 'ndrangheta e
la funzionalità della stessa ai rapporti con le logge massoniche disposte a
ricevere tale insolita categoria di aderenti (99).
Anche Giacomo Lauro non manca di riferire sull'argomento notizie e circostanze
di straordinaria rilevanza: "Tengo a precisare e ad aggiungere che tutti i
più importanti capi della 'ndrangheta reggina sono stati aderenti alla
massoneria: primo tra tutti don Antonio Macrì, defunto boss di Siderno e della
'ndrangheta reggina tutta; don Antonio Nirta, che gli subentrò, quanto meno
come erede morale; i suoi fratelli Giuseppe e Francesco; il defunto boss
Girolamo Piromalli; Luigi Ursino di Gioiosa Jonica; Vincenzo Mazzaferro e tutti
i suoi fratelli; quanto alla 'ndrangheta di Africo mi basta dire che aderiva
alla massoneria il sacerdote Giovanni Stilo; Paolo De Stefano,
Pag. 121
Giorgio De Stefano l'avvocato, l'avvocato Paolo Romeo, Peppe Antonio
Italiano, Carmelo Bellocco detto 'l'avvocaticchio', Giuseppe Piromalli del 1921
condannato all'ergastolo, Pasquale Condello classe '50 per il tramite di
Pasquale Modafferi e Nino Mammoliti, Francesco Serraino per il tramite di Rocco
D'Agostino, e Paolo Crocè, Emilio Foti gioielliere di Melito P.S., Gaetano
Parrello inteso 'lupo di notte' e Santo Araniti" (100).
Lauro ha detto in un altro interrogatorio: "So per certo che il maggior
numero di favori il Marrapodi (101), peraltro, li ha fatti
ottenere alla famiglia De Stefano, tuttavia non posso dire nulla di preciso e
certo perché Paolo De Stefano teneva sempre la bocca chiusa sullo specifico
punto. Se io gli avessi chiesto i particolari me li avrebbe pure detti, ma io
non volevo chiedergli nulla, sia per riservatezza sia per rispettare una regola
della 'ndrangheta secondo la quale si ascoltano solo le cose che il 'compare'
afferma spontaneamente, ma non bisogna mai fare domande. Altra ragione in forza
della quale il notaio Marrapodi era in condizioni di dare un contributo
importante agli interessi della 'ndrangheta era la sua appartenenza alla
massoneria. Facendo riferimento alla massoneria so di affrontare una questione
molto delicata che coinvolge interessi importantissimi
Pag. 122
e mette a rischio ancor più di quanto lo sia oggi, la mia incolumità e
quella dei miei familiari, per cui sono alquanto restio a parlarne".
Superando queste comprensibili resistenze, ha poi aggiunto: "Faccio
presente che ho vissuto le vicende di Reggio Calabria sin dagli anni 1960,
avendo un osservatorio privilegiato derivante dalla mia appartenenza alla cosca
ionica rappresentata da Don Antonio Macrì, ucciso negli anni 1974/75, e da
Antonio Nirta di San Luca. In questo contesto si è sviluppata la mia attività
'ndranghetista, nelle cui gerarchie ho raggiunto il livello di saggio. La storia
politica-affaristica-criminale della provincia reggina si articola in due
periodi in cui diversamente si atteggia il rapporto tra 'ndrangheta, massoneria,
istituzioni. Sino alla prima guerra di mafia la massoneria e la 'ndrangheta
erano vicine, ma la 'ndrangheta era subalterna alla massoneria, che fungeva da
tramite con le istituzioni. Già sin da allora la massoneria ricavava un utile
diretto percentualizzato, in riferimento agli affari che per conto nostro
mediava. Invero vi era una presenza massonica massiccia nelle istituzioni tra i
politici, imprenditori, magistrati, appartenenti alle forze dell'ordine e
bancari, e pertanto vi era un nostro interesse diretto a mantenere un rapporto
con la massoneria. È evidente che in questo modo eravamo costretti a delegare
la gestione dei nostri interessi, con minori guadagni e con un necessario
affidamento con personaggi molto spesso inaffidabili. A questo punto capimmo
benissimo che se fossimo entrati a far parte della famiglia massonica avremmo
potuto interloquire direttamente ed essere rappresentati nelle istituzioni. Fu
così che De Stefano Paolo, Santo Araniti, Antonio, Giuseppe e Francesco Nirta,
Antonio Mammoliti, Natale Iamonte, ed altri entrarono a far parte della
massoneria... Per quanto detto è evidente che le famiglie 'ndranghetiste
avevano una rappresentanza diretta in seno alle istituzioni ed avvalendosi del
ruolo massonico gestivano con forza la cosa pubblica. La magistratura per il
tramite di alcuni suoi rappresentanti, assumeva un ruolo di garanzia nella
gestione degli interessi prima descritti. Mi risulta personalmente che anche
alcuni magistrati avevano aderito alla massoneria e per garantirli, la loro
adesione era all'orecchio e i loro nominativi venivano tramandati oralmente da
maestro in maestro e che altri magistrati erano rappresentati da fratelli
regolarmente iscritti alle logge di Reggio Calabria di Gioiosa Jonica e Roccella
Jonica. Per completezza del sistema era anche necessario avere la disponibilità
di imprese che potessero per conto nostro eseguire lavori pubblici che
riuscivamo ad accaparrarci" (102).
Non minore è il rilievo del contributo collaborativo offerto sul punto dal
collaboratore di giustizia Filippo Barreca, il quale, nel corso del 1979, ebbe
l'incarico di ospitare nella sua abitazione di Pellaro, frazione di Reggio
Calabria, il latitante Franco FREDA, all'epoca imputato per la strage di Piazza
Fontana (103): "Intendo ribadire che
Pag. 123
l'omicidio dell'onorevole Ligato fu grave colpo per l'organizzazione De
Stefano-Tegano-Libri dal momento che la vittima rappresentava l'anello di
congiunzione tra il potere politico-massonico-mafioso, chiaramente nella
direzione favorevole ai De Stefano-Tegano-Libri. Il riferimento alla massoneria
scaturisce dalla considerazione che era notorio l'inserimento del Ligato in
logge massoniche, così come lo è per gli avvocati Giovanni e Marco Palamara,
per l'onorevole Paolo Romeo e l'Avvocato Giorgio De Stefano. Il legame tra mafia
siciliana e mafia calabrese era anche in funzione di un più ampio discorso
politico di tipo separatistico. Su queste circostanze intendo soffermarmi in
seguito in maniera più dettagliata, con dati di fatto" (104).
Ulteriori dichiarazioni rese da Giacomo Lauro e Filippo Barreca rivelano nuovi
aspetti circa il quadro sintetico che si è qui andato delineando. Barreca ha
fornito elementi circa la loggia massonica 'supersegreta' che si sarebbe
costituita nel 1979, in concomitanza con la presenza di Freda nella sua
abitazione, facendo anche il nome di alcuni dei suoi componenti, tra i quali
noti imprenditori, rappresentanti delle istituzioni, uomini politici. Lauro, dal
canto suo, riferisce di un elenco di massoni "coperti" da lui
rinvenuto all'interno di una delle cassette di sicurezza da lui svaligiate nel
corso della rapina cosiddetta "della lancia termica" realizzata presso
la Cassa di Risparmio di Reggio Calabria. Ha anche riferito circa l'importanza
strategica assunta dai collegamenti con la massoneria nel corso della guerra di
mafia.
Riferisce ancora Barreca: "Ho partecipato ad alcuni degli incontri avvenuti
a casa mia tra Freda, Paolo Romeo e Giorgio De Stefano. Tali discorsi
riguardavano la costituzione di una loggia super segreta, nella quale dovevano
confluire personaggi di 'ndrangheta e della destra eversiva e precisamente lo
stesso Freda, l'avvocato Paolo Romeo, l'avvocato Giorgio De Stefano, Paolo De
Stefano, Peppe Piromalli, Antonio Nirta, Fefè Zerbi. Altra loggia dalle stesse
caratteristiche era stata costituita nello stesso periodo a Catania. La super
loggia di cui ho parlato doveva avere sede a Reggio e veniva ad inserirsi in una
loggia massonica ufficiale, e precisamente quella di cui faceva parte il preside
Zaccone, personaggio notoriamente legato al gruppo De Stefano. Queste logge
avevano come obiettivo un progetto eversivo di carattere nazionale che doveva
essere la prosecuzione di quello iniziato negli anni Settanta con i 'Moti di
Reggio'. Anche quello prendeva le mosse da Reggio e doveva investire tutto il
territorio nazionale. Ricordo benissimo, come ho già detto in altre occasioni,
che Freda ebbe a dirmi che se fosse stato condannato avrebbe fatto rivelazioni
che potevano far saltare l'Italia, intendendo riferirsi ai suoi collegamenti con
i servizi di sicurezza ed il Ministero dell'interno" (105).
Pag. 124
Un elemento che sembra dare ulteriore conferma a tutto il discorso fin qui fatto
si può rinvenire negli atti di un importante processo di mafia istruito e
celebrato a Reggio Calabria, il cosiddetto processo "Droga 2", a
carico di Morena Giuseppe + 43, nel quale affiorarono personaggi e vicende di
sicuro rilievo massonico. Si fa qui riferimento ad uno degli imputati, Mario
Crepas, faccendiere romano, amico di magistrati, ma implicato in varie vicende
processuali, risultato aderente alla loggia P2 e collegato con personaggi quali
Francesco Pazienza, Alvaro Giardili, ed ancor più al collegamento, di natura
non ben precisata, che emerse con il capo della loggia piduista Licio Gelli. In
occasione del processo "Droga 2" ricorre il nome di Gelli. Nel corso
delle indagini fu intercettata una telefonata nella quale si faceva riferimento
a un viaggio che uno dei due fratelli Morena doveva effettuare in Svizzera per
affari connessi al traffico di droga. Il viaggio non fu effettuato perché sui
giornali (del 15.9.1982), fu pubblicata la notizia dell'arresto del
"venerabile" Licio Gelli (106).
Di interesse ancora maggiore risultano, sull'argomento, le dichiarazioni di
altro recente collaboratore, che confermano, arricchendole di ulteriori
particolari, il quadro sinora tracciato. Si tratta di Michele Jerardo,
appartenente a clan di Barreca Filippo, vicino alla cosca Iamonte, molto attivo
nel traffico internazionale di sostanze stupefacenti, che così dichiara ai
magistrati della DDA di Reggio Calabria: "Fui nominato "santista"
all'interno dell'infermeria del carcere di Messina ed avevo 26 anni... Con
questo grado si acquisisce nella 'ndrangheta una qualifica di élite,
che, se mi è consentito un paragone militare, è equiparabile ad un Generale di
corpo d'Armata... Se avessi saputo che volevano farmi santista mi sarei opposto
fermamente perché il santista si può dire che esce dalla 'ndrangheta per
entrare a far parte di una struttura mista che di certo non possiede le regole
dell'onorata società. Infatti, bisogna prestare un giuramento in forza del
quale il novello
Pag. 125
santista è obbligato a tradire anche i familiari pur di salvaguardare la
"santa"... Con la Santa finiscono giustizia e regole e l'unico fine è
l'autoconservazione a qualunque costo... Con la "Santa" la 'ndrangheta
si apre al compromesso con i poteri deviati delle istituzioni. Sino allo
'sgarro' vi è il divieto assoluto di far parte di qualunque tipo di struttura
pubblica, di avere parenti nelle forze dell'ordine e persino di avere tessere di
amministrazioni pubbliche; i santisti, invece, possono e forse debbono intessere
rapporti con politici, pubblici funzionari, professionisti, massoni. Anzi uno
dei compiti principali dei santisti è quello di impadronirsi o infiltrarsi in
enti pubblici avvalendosi del consenso elettorale... È evidente come con la
Santa si siano stravolte le regole della mafia tradizionale che pur continua ad
esistere come presupposto fondamentale per l'esistenza ed il proficuo operare
della Santa... Come sopra detto io non volevo tale qualifica perché non
condivido questo sistema piegato al compromesso; ho dovuto subirla perché come
è noto è impossibile rifiutare simili gradi. Tuttavia nel lungo periodo
durante il quale ho ricoperto questo grado mi sono reso conto di quante porte
improvvisamente mi si aprivano. Se avessi voluto sarei tranquillamente entrato a
far parte della massoneria" (107).
Il quadro che si presenta a questo punto risulta abbastanza completo. La
"Santa" entra in contatto con la massoneria, o meglio entra nella
massoneria, tramite logge compiacenti e personaggi quali Zaccone, Modafferi,
Marrapodi, tutti massoni, tutti in qualche modo coinvolti negli affari, negli
interessi, negli organigrammi della 'ndrangheta. In seguito anche le fila della
"santa" subirono una spinta inflattiva. L'esigenza di allargare le
fila del gruppo dirigente portò alla cooptazione di un gran numero di soggetti,
con conseguente necessità di creare un superiore livello di vertice, e poi
ancora un altro, in un susseguirsi frenetico di nuovi gradi, dalla terminologia
pittoresca. Esigenze razionalizzatrici dunque che in qualche modo anticipavano e
preparavano quei nuovi assetti della 'ndrangheta che si completeranno negli anni
Novanta, a seguito della conclusione della guerra di mafia, ma che rispondevano
anche alla necessità di "segretazione" dei livelli più elevati del
potere mafioso, al fine di sottrarli alla curiosità degli apparati
investigativi ed alle confidenze dei livelli bassi dell'organizzazione. Tra i
personaggi che hanno avuto il ruolo di elementi cerniera tra la 'ndrangheta, la
massoneria e le istituzioni si può citare il caso di Cortese Carmelo.
Nella sentenza di condanna emessa dal Tribunale di Locri, in data 11.7.1986, poi
modificata in Appello e annullata infine in Cassazione (procedimento nr. 321/85
R.G.T) nel processo a carico di don Giovanni Stilo, si legge: "Altra
utenza telefonica annotata dallo Stilo sulle agende sequestrategli è quella di
Cortese Carmelo. Costui, così come il Cafari (108), è
risultato iscritto nella famigerata loggia massonica P2 di Licio Gelli, ed è
stato condannato per il delitto di associazione per
Pag. 126
delinquere dal Tribunale di Reggio Calabria nel noto procedimento penale a
carico di De Stefano Paolo e altri 59 imputati. Inoltre, è ritenuto elemento di
spicco della mafia in genere, avendo frequentato mafiosi di grosso calibro, tra
i quali La Barbera Angelo, Macrì Antonio, Piromalli Girolamo e Giuseppe, De
Stefano Giorgio e Paolo, Nirta Francesco, Rimi Filippo, Barbaro Giuseppe,
Avignone Giuseppe, Mammoliti Saverio e il predetto Cafari Enzo. Ma tanto per
avere un quadro più completo di quanto sia inquietante e allarmante la
personalità di Stilo Giovanni, ed anche per avere ragione del suo singolare
comportamento processuale, occorre accennare al fatto che il medesimo, oltre che
legato agli ambienti della delinquenza organizzata nazionale ed internazionale,
ha avuto rapporti con taluni componenti di un mondo oscuro e con certi ambienti
non certamente salutari per la ordinata vita democratica dello Stato, almeno
secondo quanto è emerso dalla vicenda che ha avuto come protagonista la nota
loggia massonica P.2.. Si è già detto che a tale loggia erano iscritti anche i
pregiudicati Cafari Enzo e Cortese Carmelo, conosciuti da don Stilo, ma questi
non ha omesso di riceversi la professione di fede massonica e il 'testamento
spirituale' del preside prof. Cosimo Zaccone trasmessogli con lettera in data 1
maggio 1985".
In occasione del processo cosiddetto "dei 60", a carico di De Stefano
Paolo ed altri, tra cui Carmelo Cortese indicato nell'ordinanza di rinvio a
giudizio del G.I. del Tribunale di Reggio Calabria come aderente ad una loggia
massonica di Catanzaro, viene rilevato per la prima volta il coinvolgimento di
rappresentanti di logge massoniche calabresi in fatti di mafia.
Nella sentenza infatti è detto: "I suoi rapporti (del Cortese) col Caccamo
e col Cafari sono quanto mai intensi ed equivoci, essendo futile giustificazione
l'aver addotto, quanto al secondo (residente e domiciliato a Roma) che era
l'assicuratore proprio (il Cortese è residente e domiciliato a Roma), e della
propria ditta (avente sede a Catanzaro): specie quando, ove si volga lo sguardo
al Caccamo ed al Cafari (109), essi compaiono ora con il
Piromalli, ora col Barbaro, ora con Avignone, ora con altri emblematici
personaggi del processo. Né va sottaciuto che, durante una perquisizione,
risultò che il Cortese era associato ad una loggia massonica, circostanza
ricollegata dagli inquirenti a Cosimo Zaccone, indicato dalla stampa come
appartenente ad una loggia di questa città, e che (oltre ad aver partecipato ai
funerali di Giuseppe Zoccali), alloggiò alcune volte a Roma nello stesso
albergo contemporaneamente a Paolo De Stefano, per il quale si sarebbe
interessato per il disbrigo di affari presso pubblici uffici" (110).
Un ulteriore e convincente dato a riprova di tale risultanza emerge da una
perquisizione domiciliare, disposta dalla A.G. di Firenze nell'ambito delle
indagini per l'omicidio Occorsio, nel corso della quale si recuperò una lettera
di affiliazione ad una loggia massonica all'epoca
Pag. 127
sconosciuta, la Propaganda 2 di Licio Gelli, nei cui elenchi il Cortese
risulterà poi iscritto, e per tale motivo poi oggetto d'interesse anche della
Commissione d'inchiesta sulla P2.
Sarebbe grave errore ritenere tuttavia che tali riferimenti esauriscano i
collegamenti tra la 'ndrangheta e la massoneria, più o meno deviata, quasi che
essi fossero databili a qualche decennio addietro. Al contrario, le più recenti
indagini del ROS Carabinieri sulle infiltrazioni mafiose sul Porto di Gioia
Tauro (cosiddetta operazione 'Corinto'), parzialmente depositate nell'ambito del
processo in corso di svolgimento davanti al Tribunale di Palmi, hanno consentito
di accertare che alcuni degli imputati, quali Sorridente, erano in contatti
proprio con il Gelli, che cercava di avvicinarlo per la cessione di appalti e
per altre iniziative comuni, lasciandosi denotare in ciò una ricerca affannosa
di "acchiappare" l'uomo e il mondo da lui rappresentato, sia sotto il
profilo criminale che economico. Si comprende cioè che il variegato mondo
affaristico facente capo alla massoneria deviata dimostra tutto il proprio,
attuale, interesse, ad entrare nella spartizione della ricca torta rappresentata
dall"affare' Gioia Tauro e a stabilire, a tale fine, contatti con
personaggi legati alle cosche ovvero appartenenti ai ceti
politico-amministrativi calabresi in grado di orientare investimenti ed appalti.
Non si deve neppure pensare che i rapporti con la massoneria siano stati
appannaggio esclusivo della 'ndrangheta calabrese. Quei collegamenti ai quali si
è fatto sinora riferimento vanno riferiti anche a Cosa nostra, come ebbe a
dichiarare alla Commissione parlamentare antimafia in data 4 dicembre 1992 il
collaboratore di giustizia Leonardo Messina (111).
Valgono, al riguardo, le risultanze del procedimento penale a carico di
Mandalari Giuseppe + 1 e specificatamente nella misura cautelare emessa in data
12.12.1994 dal GIP di Palermo laddove, tra l'altro, si legge: "Un'imponente
mole di acquisizioni evidenzia come l'associazione massonica abbia
obiettivamente rappresentato e rappresenti tuttora (grazie a comportamenti di
devianza e distorsione rispetto ai canoni tradizionali di corretta e legittima
solidarietà) un possibile momento di incontro e di interazione tra la
criminalità mafiosa e quel tessuto forte, costituito dai cosiddetti
'insospettabili', che alla mafia ha consentito in questi anni di svilupparsi e
di prosperare in campi così diversi da quelli della delinquenza nazionale.
È questo il contesto in cui può meglio attuarsi la saldatura di certi
interessi con le organizzazioni criminali e, quindi, con Cosa nostra: logge
'irregolari' e 'coperte', ma anche aggregazioni di massoni (o sedicenti tali,
atteso il disprezzo dimostrato per le regole autentiche della massoneria)
appartenenti a logge regolari, i quali, riservatamente
Pag. 128
e con carattere di continuità, si riuniscono in più ristretti gruppi, dando
vita a segreti 'comitati d'affari'" (112).
Né bisogna trascurare il dato che proprio attraverso la simultanea
realizzazione dei collegamenti con le logge massoniche deviate, Cosa nostra e
'ndrangheta realizzarono ulteriori punti di contatto reciproci e avviarono quel
processo di omologazione che prosegue ancora nella direzione di nuovi modelli
organizzativi sempre più unitari: "Ritornando alla richiesta delle SS.LL.
sull'esistenza o meno di una loggia segreta a Reggio Calabria intendo dichiarare
quanto segue. Quando parlo di "santisti" massoni, intendo riferirmi a
personaggi che costituiscono logge coperte; nella specie in Calabria esisteva,
sin dagli anni '79, una loggia massonica coperta a cui appartenevano
professionisti, rappresentanti delle istituzioni, politici e, come detto,
'ndranghetisti. Questa loggia aveva legami strettissimi con la mafia di Palermo,
a cui doveva render conto. Cosa nostra era rappresentata nella loggia da Stefano
Bontade; questo collegamento con i palermitani era necessario perché il
progetto massonico non avrebbe avuto modo di svilupparsi in pieno in assenza
della 'fratellanza' con i vertici della mafia siciliana, ciò conformemente alle
regole della massoneria, che tende ad accorpare in sé tutti i centri di potere,
di qualunque matrice. Posso affermare con convinzione che a seguito di questo
progetto, in Calabria la 'ndrangheta e la massoneria divennero una 'cosa
sola'" (113).
In conclusione, si può affermare che il patto massoneria-mafia è servito a
creare una struttura di potere, sul modello di setta segreta, con funzione di
comitato di affari (non solo economici), all'interno del quale ciascuno dei due
poteri occulti trovava il proprio interesse. I massoni potevano usufruire del
potere militare e intimidatorio delle cosche, mentre i mafiosi usufruivano della
copertura e degli appoggi che i massoni potevano fornire a livello politico,
amministrativo, imprenditoriale e giudiziario (114). Ma
mentre per Cosa nostra il patto non rappresentò mai un condizionamento al
proprio potere, per la 'ndrangheta l'alleanza andò al di là di un mero
rapporto utilitaristico, per divenire un'alleanza strategica, attraverso la
quale essa conseguì quella invisibilità ed impunità che ne rappresentano a
ben guardare le caratteristiche essenziali mediante le quali ha ottenuto
l'attuale posizione di supremazia e di diffusione.
In Sicilia pertanto non si venne a realizzare lo stesso intreccio di interessi
tra le varie componenti sociali descritte per la Calabria perché
Pag. 129
i Corleonesi non volevano che questo sistema potesse sfuggire al loro
controllo, diventando un permanente comitato d'affari, con posizioni paritarie
tra le varie componenti, col risultato che a Cosa nostra sarebbe toccata
soltanto una piccola fetta degli ingenti profitti in gioco. Invece di realizzare
un vero e proprio comitato d'affari paritetico, come in Calabria, predilessero
quindi questo diverso metodo che consentisse soltanto a loro di comandare.
Ad integrazione dell'analisi sin qui svolta è utile riportare l'opinione del
dottor Boemi espressa in occasione della missione del 18 marzo 1998:
"Vi posso raccontare la mia esperienza di giovane magistrato di 27 anni.
Mi invitavano sempre ad entrare a far parte dei Lyons; dopo due cene volevano da
me sapere cosa accadeva nei miei processi. Mi chiedevano sempre cose delle quali
avrei preferito parlare in tribunale e per questo "mi sono giocato" i
Lyons. Ero poi un patito del calcio (non potevo la domenica vivere lontano da un
campo di calcio) e pertanto volli dare la mia esperienza alla società sportiva
palmese. Un sabato pomeriggio, durante una riunione tenutasi per trattare
dell'acquisto di una mezzala di punta, un uomo politico reggino mi chiese
notizie di un processo, che avrei dovuto trattare il mercoledì successivo,
riguardante un tale Macrì Francesco, già denominato in tempi non sospetti
(negli anni Ottanta) "Mazzetta". Lei quindi, signor Presidente, può
capire di che cosa si trattava. L'uomo politico, che non aveva niente a che fare
con la società palmese, voleva sapere se avevo letto bene le carte. La frase
"leggere bene le carte" detta ad un magistrato ha una sola ed univoca
finalità, dal momento che tutti noi magistrati siamo tenuti a leggere le carte;
se poi le leggiamo bene o male, lo decidiamo con sentenza. Il leggere bene le
carte mi impose di lasciare anche quel processo. Allora, ho perso la vita di
relazione, anche perché avevo una moglie più giovane di me, e lo sport. Cosa
mi poteva restare? Passare qualche domenica con i miei amici di Messina ed anche
questo mi è stato vietato, perché immancabilmente non tutti gli amici si sono
dimostrati tali, sempre a causa delle domande che mi rivolgevano, che vertevano
sugli stessi argomenti: mafia, imprenditoria, uomini politici e magistrati. La
mia è un'esperienza negativa e non discuto che altri possano vivere
serenamente, facendo quella che una volta in questa città l'onorevole Violante
definì "la cosiddetta carriera domiciliare". Poiché non posso vivere
lontano dalla mia terra, mi sono chiuso in casa, dove sento della buona musica e
vedo i film e tutte le partite di calcio. Credetemi: mi è stato impossibile
vivere in mezzo alla gente. Tuttavia, prendo atto del fatto che altri magistrati
hanno una casa al mare, una in montagna, una in città ed una barca; non so come
tutto questo sia possibile. Per quanto riguarda la massoneria, posso dire che è
un connotato, un aspetto essenziale di queste nostre realtà meridionali che
vivono di associazionismo. Ma quale massoneria? Quella del notaio Marrapodi?
Questa era un mezzo per migliorarsi. Credo a quello che mi ha raccontato questo
notaio: è entrato in massoneria per essere più intelligente e più aperto.
Tuttavia, qui c'è un'altra massoneria: quella che fa solo affari. Se in questa
città trovo una scrittura privata sottoscritta da un imprenditore, da un
notaio, da un uomo politico e da un medico che decidono di gestirsi tutti gli
affari delle strutture giudiziarie reggine e il medico è il
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fratello del presidente della Corte d'appello, mi cadono le braccia e dico
che c'è un'altra massoneria. Quindi stiamo attenti, perché anche quella
massoneria deviata che fa affari può essere un problema per questa nostra
società. Per quale motivo? Perché non è vero che i processi si aggiustano
portando le mazzette ai magistrati, che non ne hanno bisogno avendo la
possibilità di comprare case e ville in modo molto più diluito nel tempo. La
massoneria è un centro di relazioni che consente agli avvocati di giocare a
carte con i magistrati e a questi ultimi di trovarsi allo stesso tavolo degli
imprenditori e in questo modo i processi probabilmente si aggiustano e sempre
per leggere meglio le carte! Quindi, molti processi non sono arrivati a
definizione a causa di questo coacervo di relazioni che non si ha con il
netturbino, ma tra avvocati, magistrati e uomini delle istituzioni di questa
città. Tutto questo è tipico dell'Italia meridionale e non è solo una realtà
messinese o reggina. A tal proposito ci sono anche i processi e allora dobbiamo
prendere atto della grande regola interna a quel tipo di massoneria riferitaci
dal Marrapodi prima di suicidarsi (speriamo che si sia suicidato), il quale ci
disse: "Signori, dopo la P2 non potete pretendere di trovare avvocati,
imprenditori, professionisti, uomini delle istituzioni e magistrati in
massoneria. Sa come hanno fatto? Inserendo i fratelli" (i parenti, in senso
proprio etimologico). Questa regola, che mi è stata consegnata da un massone
pentito, ve la consegno per farvi capire qual è la pericolosità. Se facciamo
un'indagine sulle logge riservate e dall'accertamento sul singolo uomo delle
istituzioni che non fa parte di nessuna loggia si passa ai suoi parenti, ci
cascano le braccia. È accaduto poi che Salvatore Boemi trova in un cassetto
nascosto - dopo aver chiuso tutti i processi, perché non ho lasciato alcun
processo in Corte d'assise a Reggio Calabria - il processo riguardante
l'omicidio di De Stefano Giorgio in Aspromonte, il più importante omicidio di
mafia avvenuto in Calabria; era dimenticato in un cassetto, era sospeso. Abbiamo
scoperto che probabilmente la massoneria ha avuto una parte in quel processo.
Con questo voglio dire che è tragico come le forze del male in questa realtà
riescano ad utilizzare per fini distorti anche quel tipo di associazione che ha
fini obiettivamente leciti. La nostra difficoltà è quella di farvi andare con
i piedi di piombo. Non bisogna fare come la procura di Palmi che voleva fare di
tutta la massoneria italiana un bel fascio e poi metterci un cerino sotto. Anche
Messina e Reggio sono al centro di queste materie".
Condividiamo in pieno lo spirito e la sostanza delle parole espresse dal dottor
Boemi laddove giustamente sottolinea la necessità, quando si parla di
massoneria, di non incorrere in superficiali generalizzazioni, di non confondere
la massoneria deviata o "irregolare" ed illegittima, con quella che si
riferisce, nel nostro paese, ad una illustre tradizione risorgimentale,
democratica ed antifascista, vale a dire la massoneria autentica, quella che non
ha mai tradito nel tempo i suoi nobili ideali di libertà e fratellanza.
Sarebbe ingiusto, inoltre, non ricordare quante voci e quante denunce si siano
levate, nel passato come nel presente, dall'interno delle stesse Obbedienze
massoniche, per additare all'opinione pubblica, al mondo politico ed alla
magistratura inquirente, deviazioni, episodi di corruzione e di collusione con
la criminalità organizzata e con elementi della destra eversiva.
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Per il rapporto mafia-massoneria in Calabria si ritiene necessario considerare
parte integrante la realtà di Messina. La Commissione ne ha avuto l'ultima
conferma durante il sopralluogo del 9 febbraio 2000 nel corso dell'audizione dei
magistrati della Procura, e, in particolare, nella risposta ricevuta ad una
domanda loro rivolta relativamente al "peso" e al "ruolo"
della massoneria "sulla impenetrabilità dell'economia mafiosa, sulla
difficoltà ad indagare o sull'omertà". La risposta non si è limitata
alla constatazione "è indubbio che Messina sia una città massonica. Non
lo possiamo negare. È un fatto palese, scritto su tutti i libri". Si è
voluto evidenziare alla Commissione come di questo non solo non si faccia
mistero, ma lo si metta "addirittura sul piatto della bilancia".
L'esempio che è stato scelto trae anche spunto da notizie giornalistiche
relative ad un episodio verificatosi in occasione dell'inaugurazione dell'anno
giudiziario, vale a dire la scomposta reazione del Presidente del Consiglio
dell'ordine degli avvocati al Presidente della Corte di Appello che aveva dato
la parola prima al rappresentante del CSM e solo dopo a lui: "alzatosi in
pubblica udienza davanti a tutte le autorità ha avuto la tracotanza di
protestare, di non pronunciare il suo intervento e di abbandonare l'aula".
Si è richiamata l'attenzione sulla circostanza che costui fosse "uno dei
più importanti massoni di Messina", e che avesse voluto compiere non solo
un "gesto dimostrativo", ma soprattutto un "atto di forza",
e, precisamente un atto mirato a "mettere sul piatto della bilancia",
davanti ai giudici e alle altre autorità istituzionali, la "forza"
della propria appartenenza alla massoneria.
(74) Regola tuttavia non priva di eccezioni: la
'ndrangheta arrivava a spogliare il «locale» di Sant'Eufemia
d'Aspromonte perché non aveva impedito il lutto cittadino in onore del
comandante di Quella stazione dei Carabinieri, ucciso in un conflitto a fuoco, e
perché alcuni suoi esponenti avevano partecipato ai funerali del militare.
(75) TRIBUNALE DI LOCRI (Pres. G. Marino), Sentenza nel
procedimento penale a carico di Zappia Giuseppe + 71, 1970.
(76) Le dichiarazioni di Lauro si trovano in OPERAZIONE
OLIMPIA, cit., pp. 4765-67 e p. 4857.
(77) Queste dichiarazioni si trovano in PROCURA DI REGGIO
CALABRIA, (PM S. Boemi e G. Verzera), Richiesta di rinvio a giudizio a carico
di Matacena Amedeo Gennaro, n. 42/97 RGNR in data 21.4.1998.
(78) Su questo si veda TRIBUNALE DI MILANO (GIP A. Pisapia), Ordinanza
di custodia cautelare in carcere nei confronti di Abys Adriano + 377, n.
8317/92 NGRN e 2155/93 R GIP in data 6.6.1994.
(79) Su questi aspetti cfr. S. Gambino, La mafia in
Calabria, Edizioni parallelo 38, Reggio Calabria 1975 e L. Malafarina, La
'ndrangheta. Il codice segreto, la storia, i miti, i riti e i personaggi,
prefazione di Saverio Mannino, Casa del libro, Reggio Calabria 1986.
(80) Tribunale di Palmi (PM R. P. Di Palma e E. Costa),
Richiesta per l'applicazione di misura cautelari nei confronti di Ferraro
Giuseppe + 28, n. 311/98 in data 7.7.1998.
(81) La strage di Strongoli conferma le ragioni della
denuncia fatta dalla "testimone di giustizia" signora Rossella
Castiglione, raccolta dalla Commissione parlamentare antimafia, e puntualmente
analizzata nella "Relazione sui testimoni di giustizia" dell'onorevole
Mantovano approvata il 30 giugno 1998. Alla signora Castiglione era stato
revocato il programma di protezione nell'erroneo presupposto del cessato
pericolo a Strongoli.
(82) Sul ruolo di Paolo Romeo si veda Camera dei Deputati, Domanda
di autorizzazione a procedere in giudizio nei confronti del deputato Romeo,
richiesta del sostituto procuratore nazionale antimafia Vincenzo Macrì, doc.
IV, n. 465, 3 luglio 1993.
(83) I dati fino al 1993 si trovano in Senato della
Repubblica Camera dei Deputati, Commissione parlamentare d'inchiesta sul
fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali similari, Relazione
annuale, relatore Del Turco, XIII leg., doc. XXIII, n. 10, 7 luglio 1998.
(84) Su questi aspetti si veda E. Ciconte, Processo alla
'ndrangheta, Laterza, 1996.
(85) Appaiono fondate le preoccupazioni e gli allarmi che
sono stati argomentati nell'incontro della Commissione parlamentare antimafia
con il Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica a Crotone il 7
marzo 2000. Dalla relazione del prefetto di Crotone emerge che le scarcerazioni
avrebbero rotto o reso instabili quegli equilibri di cosca realizzatisi per
l'assenza prolungata dei numerosi boss arrestati con le operazioni
"Eclissi" e "Galassia". Il giudizio finale del Prefetto è
drastico. Esprime il "convincimento che questo territorio si sia avviato
verso una nuova sequela di delitti di mafia". Anche il Prefetto di Cosenza
in una relazione datata 6 luglio 2000 esprime una analoga opinione sottolineando
in particolare due elementi : da un lato, la riorganizzazione delle cosche in
seguito alla scarcerazione dei boss, e, dall'altro lato, la 'pulizia interna'
svolta a Cosenza città dall'unico clan operante nel territorio, in vista degli
appalti relativi all'intervento sulla autostrada Salerno- Reggio Calabria. Ecco
il contesto in cui il numero delle vittime nella sola città di Cosenza è
salito nei primi anni del 2000 a 16.
(86) Tribunale di Reggio Calabria (GIP Giampaolo Boninsegna),
Ordinanza n. 14/1999 RGIPDDA e 14/2000 Rocc. DDA di custodia cautelare in
carcere nei confronti di Morabito Giuseppe + altri, 2.3.2000.
(87) La Commissione antimafia in questa legislatura si è
occupata dei sequestri di persona creando un apposito gruppo di lavoro e
approvando una relazione aggiornata sul fenomeno. (Commissione parlamentare
d'inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali
similari, Relazione sui sequestri di persona a scopo di estorsione, Relatore
sen. Pardini, 7 ottobre 1998, doc. XXIII, n. 14). La Commissione ha anche
discusso dei sequestri di persona con i magistrati di Milano Manlio Minale e
Alberto Nobili in data 11 settembre 1998. Sui sequestri di persona vedi la
ricostruzione fatta in Tribunale di Locri, (Pres. S. Grasso), Sentenza a carico
di Barbaro Francesco + 49, in data 4.11.1995.
(88) Su questo vedi Corte di Assise di Torino (Pres. R.
Pettenati, est. P. Perrone), Sentenza nella causa contro Agostino Giuseppe + 68,
n. 9/95 + 5/96, + 7/96, +8/96, + 9/96 RG n. 3/98 R. Sent., in data 3.4.1998. Il
processo ha ricostruito l'attività di un gruppo criminale dapprima unitario
sotto il comando di Salvatore Belfiore e di Saverio Saffioti e in seguito - a
partire dall'estate 1989 - sdoppiato in due tronconi. A prevalere - grazie ad
una selezionata serie di omicidi contro quelli che un tempo erano degli amici e
degli alleati - sarà il gruppo Belfiore che, oltre al traffico di droga,
controllava altre attività illecite, come l'usura, le estorsioni, le bische. La
Corte di Assise ha escluso la responsabilità dei Caruana nel traffico di droga.
(89) Uno dei successi recenti più significativi nella lotta
contro la 'ndrangheta è la sua cattura ordinata dal GIP di Crotone il 4 marzo
2000. All'ordinanza del GIP che riguarda altri 51 imputati è dedicato più
avanti il capitolo relativo ad un significativo esempio di "layering"
e di coinvolgimento del sistema bancario nel riciclaggio.
(90) La sentenza della Corte di assise d'appello di Reggio
Calabria del 16/7/99, contro Cosimo Alvaro + 64 (diversi sono del nord e la loro
estrazione non è dalla mafia calabrese). In essa, dichiarandosi incompetenza
per materia e territorio, e indicandosi quale giudice competente il Tribunale di
Milano, viene annullata la sentenza della Corte di Assise di Palmi del 17 luglio
1998; la ordinanza del GIP di Milano del 17 febbraio 2000 per la cattura dei
fratelli Ottinà, di Seminara, di Giuseppe Mancuso, di Limbadi, e dei latitanti
Annunziato Tripepi, di Seminara, Gregorio Bellocco, di Rosarno, di Giuseppe
D'Agostino, di Laureana Borrello, Angelo Filippini, di Como.
(91) Genova, Torino, Milano, Novara, Bregnano, Buccinasco,
Busto Arsizio, Cantù, Cermenate, Cesate, Chivasso, Corsico, Cucciago,Fino
Mornasco, Gerenzano,Lurago Marinone, Mirabello di Cantù, Moncalieri, Olgiate
Olona, Orbassano, Origgio ,Rovellasca, Saronno, Turate, Vertemate.
(92) L'appartenenza ha anche un riscontro in una
registrazione telefonica dove un ignoto interlocutore ricorda al
"Topo" : "dovremmo vederci invece...come Loggia, l'altro venerdi
che dovremmo iniziare il fratello di Carmelo Coglitore, Nando".
(93) Questa persistenza da un lato e l'iniziativa della DDA
di Reggio Calabria dall'altro, mettono in luce l'urgenza di prevenire, e
impedire, la reazione, e la organizzazione di una controffensiva, delle forze e
degli interessi che, dentro e fuori l'Ateneo, sono stati colpiti dalle scelte
finora operate dal nuovo Rettore prof. Silvestri: la denuncia che ha rotto
l'omertà e l'impunità dominanti sulle degenerazioni e sulle irregolarità
della casa dello studente, e le richieste di intervento delle forze dell'ordine,
che hanno portato a scoprirvi financo armi e droga; gli interventi di tutela dei
docenti minacciati in occasione degli esami, il contrasto della manipolazione e
dei verbali d'esame e dei libretti universitari, che ha determinato l'apertura
di indagini e provvedimenti di ordine amministrativo e penale; la sospensione di
un docente responsabile di concussione; il monitoraggio degli appalti,
l'esclusione dei docenti dalle commissioni di gara, la segnalazione di procedure
sospette e di irregolarità, che hanno contribuito a evidenziare e a colpire
tentativi di infiltrazione mafiosa; il regolamento sulla trasparenza e sul
procedimento amministrativo e le istruzioni date a tutte le strutture
universitarie al fine di organizzare la sistematica e immediata segnalazione di
ogni anomalia riscontrabile nella vita quotidiana dell'Ateneo; l'avvio
dell'indagine e l'apertura del procedimento disciplinare sui docenti del
policlinico coinvolti dall'operazione "Armonia".
(94) Si fa riferimento al rituale della "Santa"
sequestrato nel covo del latitante Giuseppe Chilà a Pellaro (RC) al momento
della sua cattura.
(95) Dalla requisitoria dei P.M. nel processo n. 46/93 DDA RC
(Operazione "Olimpia"), vol. 18-19.
(96) Nel corso della sua audizione alla Commissione
parlamentare antimafia XI legislatura, il dottor Cordova, all'epoca Procuratore
della Repubblica di Napoli, nel ricordare alcuni inquietanti dati emersi
nell'ambito della nota inchiesta della Procura della Repubblica di Palmi sulle
deviazioni della massoneria, ha ricordato l'appurata esistenza in Italia di ben
29 Comunioni massoniche ed il perdurare e proliferare di estesi fenomeni di
copertura non dissimili da quelli a suo tempo già evidenziati dalla Commissione
parlamentare d'inchiesta sulla loggia P2. Aggiungiamo che la quasi totalità di
queste organizzazioni massoniche (basti pensare, ad esempio, alle logge
trapanesi che operavano sotto la copertura del "Circolo culturale
Scontrino" o alla "Accademia di alta cultura" di Mandalari o al
"Centro attività massoniche esoteriche accettate - CAMEA" coinvolto
nell'inchiesta sul finto sequestro di Michele Sindona) sono
"irregolari" proprio sotto il profilo massonico, sia per la mancata
adozione ed osservanza di Costituzioni e Regolamenti, sia per l'assenza di
riconoscimenti internazionali, quest'ultima ovviamente dovuta alla loro palese
illegittimità. Le associazioni massoniche, del resto, così come ogni altra
associazione non riconosciuta, non sono notoriamente soggette ad alcun obbligo
di pubblicità (articoli 36-38 del codice civile) e non sono suscettibili di
controlli sull'attività svolta. La legge n. 17 del 1982 sulle associazioni
segrete, attuativa dell'articolo 18 della Costituzione, ha inoltre abolito ogni
eventuale possibilità di controllo ex post, abrogando l'articolo 209 del testo
unico delle leggi di pubblica sicurezza del 1931. (Art. 209: "Le
associazioni, gli enti, e gli istituti costituiti ed operanti nel regno e nelle
colonie sono obbligati a comunicare all'autorità di pubblica sicurezza l'atto
costitutivo, lo statuto e i regolamenti interni, l'elenco nominativo delle
cariche sociali e dei soci, ed ogni altra notizia intorno alla loro
organizzazione ed attività, tutte le volte che ne vengano richiesti
dall'autorità predetta per ragioni di ordine pubblico o di sicurezza pubblica
... (omissis) ... ).
(97) Verbale del 26.2.1994 - dr Verzera - Atti proc. n. 46/93
DDA RC (Operazione "Olimpia").
(98) Verbale del - dr. Verzera e Boemi - Atti proc. n. 46/93
DDA RC (Operazione "Olimpia").
(99) "Pur non conoscendo ufficialmente alcun personaggio
iscritto alla massoneria posso affermare come esistessero rapporti strettissimi
tra tale organizzazione e la 'ndrangheta calabrese. Addirittura esisteva una
regola secondo cui chi raggiungeva il grado di santista poteva entrare a far
parte della massoneria. Prima di specificare meglio tale argomento, devo fare
una breve premessa di carattere storico sul grado di santista. Come è ormai
noto la 'ndrangheta è organizzata per società, una sovrapposta all'altra, e si
parte dalle società minori dei picciotti e camorristi fino a quelle maggiori di
sgarro, santa, vangelo e trequartino. Quest'ultima in certe zone della Puglia
viene definita medaglione e, in taluni posti della Calabria, organizzato. Fino
alla metà degli anni Settanta, nel reggino la carica di santista o santa non
veniva riconosciuta e il grado massimo all'epoca raggiungibile era quello di
sgarrista. Fu Mommo Piromalli che, attesi gli enormi interessi che all'epoca
sussistevano nella zona di Reggio Calabria (il troncone ferroviario, la centrale
siderurgica e il porto di Gioia Tauro, etc.), al fine di imporre una sua
maggiore autorità, e quindi di gestire direttamente la realizzazione delle
opere pubbliche, si fregiò del grado di santista che, a suo dire, gli era stato
conferito direttamente a Toronto, dove esisteva una importantissima 'ndrina. Il
grado di santa poteva essere conferito solo a 33 persone e si poteva attribuire
a nuovi soggetti solo in caso di morte di un altro santista. 'Ntoni Macrì da
Siderno, che era uno sgarrista puro e un capo 'ndrina, insieme a Mico Tripodo,
poi ucciso al carcere di Napoli, non volle riconoscere l'esistenza della società
di santa, che definiva bastarda, anche perché tra le regole di questa nuova
società era prevista quella che consentiva di tradire ed effettuare delazioni
pur di tutelare un santista. Ciò portò a dei contrasti anche sanguinosi che si
conclusero con l'affermazione del Piromalli e del suo strettissimo alleato,
Paolo De Stefano che fu, peraltro tra i primi, unitamente a Santo Araniti, a
raggiungere il grado di santista. Poiché Mommo Piromalli era notoriamente
massone o, comunque, vicinissimo ad ambiente della massoneria, per qualificare e
differenziare ulteriormente la società di santa da quelle minori, lo stesso
introdusse, o comunque fece conoscere, la regola secondo cui ogni componente la
società di santa poteva entrare a fa parte della massoneria. Quest'ultima
circostanza mi venne narrata da Peppino Piromalli, nel 1989, al carcere di
Palmi. Peppino Piromalli, persona cui ero molto legato a che aveva una grande
stima di me ( e di cui anche adesso che ho deciso di collaborare con la
giustizia, mi dispiace parlare). (Verbale del 16.9.1994, ore 14.30 - dr Natoli e
dr Sabella - DDA Palermo).
(100) Verbale del 30.3.1994 - Dr Boemi, Dr. Pennisi, Dr.
Verzera. Atti del proc. 46/93 DDA RC (Operazione "Olimpia").
(101) Il notaio Pietro Marrapodi è stato indagato
nell'ambito del procedimento Olimpia per partecipazione ad associazione di tipo
mafioso e venne anche raggiunto da ordinanza di misura cautelare. Dopo la sua
scarcerazione, si suicidò all'interno della sua abitazione, tramite
impiccagione poco prima che iniziasse la fase dibattimentale. Il Procuratore
aggiunto dottor Boemi, ha espresso dubbi sulla vera natura della morte del
notaio. Dichiaratamente massone, Marrapodi collaborò con l'allora Procuratore
di Palmi, dottor Agostino Cordova, nell'indagine sulla massoneria deviata, e
successivamente con le DDA di Reggio Calabria e Messina. Nel corso della
requisitoria finale, nel dibattimento di primo grado, davanti la Corte d'Assise
di Reggio Calabria, il dott. Boemi ebbe a dire: "Accanto a Lauro ha
confessato, a mio avviso, un collaboratore strano, che voi non avete visto, non
avete avuto, io dico, la possibilità di vedere in quest'aula, ma che, con le
dichiarazioni di Lauro, costituisce uno degli strumenti importanti che la
Pubblica accusa vi offre in questo processo e in chi vi parla c'è l'amarezza di
non averlo potuto portare vivo in questo processo. Mi riferisco a Marrapodi.
Pietro Marrapodi, notaio in Reggio, che ha subito da vivo e da morto situazioni
analoghe a quelle di Lauro. Guarda caso erano i due personaggi che con più
chiarezza hanno tracciato la perfida alleanza tra il mondo massonico deviato
presente in questa città dall'inizio del dopo guerra e le organizzazioni
mafiose. Guardate caso, quelli che avevano fatto nomi e cognomi dei potenti che,
se avessero un minimo di ritegno, dovrebbero abbandonare questa città!...Il
confronto carcerario all'interno della struttura impietosa di Catanzaro tra
Giacomo Ubaldo Lauro e Pietro Marrapodi di professione notaio, è una delle
pietre miliari della prova in questo processo. Leggete questo importante atto
giudiziario e comprenderete quello che io sto per dire: anche Marrapodi ha
pagato amaramente con l'isolamento le accuse che aveva proposto ai mafiosi e
alla parte bene di questa città, esibendo in questa procedura un documento di
una costituenda società che doveva spartire con traffici illeciti, tutti i
proventi dell'edilizia giudiziaria che dal 1990 al 2000 dovevano verificarsi in
questa città. Un documento che si è cercato di provare falso ma che è invece
del tutto veritiero e credibile. Non c'è imputazione per gli imputati. Non ci
sono imputati di associazione massonica segreta, sono fuoriusciti da questo
processo con una rispettabile decisione del GUP, io non ne parlo, ma dico che
nel suicidio di Marrapodi c'è uno dei segreti sui quali la Procura distrettuale
di questa città non si potrà acquietare fino ad una conclusione degna e
profonda della vicenda stessa. Anche perché il notaio mi venne a trovare per
ribadirmi che attendeva questo processo per confermare quanto già detto ed
aggiungere qualcosa, venne a trovarmi pochi giorni prima del suo strano, non
dico altro, suicidio, per dirmi che intendeva presenziare in questo processo
dove era imputato, per confermare tutto quello che aveva detto nella fase
istruttoria".
(102) (Verbale del 21.6.1994, ore 11,50 - dr Vaccara e dr
Giorgianni della DDA Messina) in Atti Operazione Olimpia.
(103) Risulta accertato nel corso dell'indagine del processo
Olimpia che il Freda fu ospite di tre distinte famiglie mafiose, durante la sua
lunga permanenza in Reggio Calabria, prima di essere avviato a Ventimiglia, da
dove, utilizzando un passaporto falso intestato a tale Vernaci, procuratogli da
Lauro Giacomo, raggiunse prima la Francia e poi il Costarica, dove venne
rintracciato dall'Interpol grazie proprio alle confidenze di Barreca alla
Polizia.
(104) (Verbale del 5.5.1993 - dr Macrì e dr Pennisi) in
Atti Operazione "Olimpia".
(105) (Verbale del 8.11.1994, ore 15.00 - dr Macrì) in Atti
Operazione "Olimpia". Le potenzialità eversive di questo come di
altri sodalizi massonico-mafiosi, con particolare riferimento a quello che in
quegli stessi anni si era costituito in Sicilia, sono emerse nell'ambito di più
inchieste giudiziarie e parlamentari: da quella del giudice Salvini di Milano
sulla strage di Piazza Fontana a quella sul finto sequestro di Michele Sindona;
da quella della magistratura bolognese sulla strage di 2 agosto alle inchieste
parlamentari delle Commissioni P2, Stragi e terrorismo ed Antimafia. Logge
massoniche deviate sono state determinanti nel favorire, in occasione di noti
tentativi golpistici e separatisti (1970, 1973, 1984 e 1979), il nefasto
incontro tra organizzazioni criminali mafiose, organizzazioni della destra
eversiva ed apparati deviati dello Stato. Una holding micidiale per la
nostra democrazia, nella quale ciascun soggetto sarebbe entrato perseguendo
obiettivi autonomi, ma con una identica progettualità politica.
(106) Così si legge nella sentenza del Tribunale di Reggio
Calabria (n. 549/86 Proc. 715/85 del 19.7.1986 Proc. Pen. a carico di Morena
Giuseppe + 43): "Non è dato sapere in che rapporti fosse il Morena e la
sua organizzazione con Gelli, o, piuttosto, con l'organizzazione di questo (non
sembrando Morena a livello tale da essere in rapporti diretti col primo). È
certo, tuttavia, che Morena era partito, con altri, per un certo affare, e che
dovette ritornarsene per "il fatto della Svizzera" senza aver potuto
condurre a termine l'intento suo, ma ripromettendosi di farlo dopo che si
fossero calmate le acque. Per quel che si è già rilevato, non può dubitarsi
che i due si riferissero all'arresto di Gelli ("Non ha letto i giornali?
Non ha letto i giornali ieri? Il fatto della Svizzera..."): così come non
può dubitarsi che tale fatto era collegato ad un affare di cui era opportuno
non parlare ("Non parlare....ho capito tutto"). Né può ipotizzarsi
che l'imprevisto ostacolo fosse solo occasionalmente collegato con la vicenda di
Gelli, nel senso che essa avesse creato una situazione generale ostativa alla
realizzazione degli affari di Morena, come, ad esempio, rigorosi controlli o
difficoltà di ingresso nella Confederazione Elvetica: infatti, Gelli era stato
arrestato, e non era fuggito. Resta, pertanto, il fatto che l'organizzazione di
Morena era collegata a quella di Gelli, anche se, per il motivo indicato, il
Tribunale non è stato posto in condizione di sapere altro. Come si è rilevato,
Morena non è certamente persona da essere stato in 'affari' diretti con Gelli,
ma le rispettive organizzazioni certamente sì: e Morena non è certo al vertice
della sua organizzazione, della quale le intercettazioni e le indagini hanno
lasciato vedere i luogotenenti ed i gregari, ma non hanno fatto intravedere i
capi. Peraltro, E.P. Charlier riferì al maresciallo S. Donato che Crepas era
massone, a che conosceva molto bene Gelli".
(107) (Verbale del 9.1.1995-P.M. dr. Verzera) in Atti
Operazione "Olimpia".
(108) Il suo nominativo, in realtà, non figura negli
elenchi degli iscritti alla loggia P2 rinvenuti a Castiglion Fibocchi nel marzo
1981, e non si conosce sulla base di quali elementi, in questo caso inediti, sia
stato indicato nella succitata sentenza del Tribunale di Locri, tra i suoi
aderenti.
(109) Vincenzo Cafari, già segretario dell'onorevole Nello
Vincelli (al tempo senatore DC e Sottosegretario ai trasporti),
pluripregiudicato per reati contro il patrimonio, appare come un altro
personaggio con la "doppia tessera", essendo ritenuto affiliato
contestualmente alla massoneria e ai clan mafiosi della provincia di Reggio
Calabria.
(110) Sentenza Tribunale Reggio Calabria del 4.1.1979 (De
Stefano+59).
(111) "Molti degli uomini d'onore, cioè quelli che
riescono a diventare dei capi, appartengono alla massoneria. Questo non deve
sfuggire alla Commissione, perché è nella massoneria che si possono avere i
contatti totali con gli imprenditori, con le istituzioni, con gli uomini che
amministrano il potere diverso da quello punitivo che ha Cosa nostra".
(112) Altrettanto intenso è il quadro dei rapporti tra
mafia e massoneria delineato da Antonino Calderone. Secondo la narrazione di
quest'ultimo, nel settembre del 1977, nel corso di una riunione della
commissione regionale di Cosa nostra, si era parlato del progetto di far entrare
in una loggia segreta della massoneria due rappresentanti di Cosa nostra per
provincia. In Processo Olimpia, Requisitoria del PM, vol. 24.
(113) Interrogatorio di Filippo Barreca del 24.1.1995 in
Processo Olimpia, Requisitoria del PM, vol. 24.
(114) È proprio attraverso la massoneria cosiddetta deviata
che la mafia cerca di instaurare rapporti con interlocutori
"istituzionali". In tale contesto, uno dei principali obiettivi
perseguiti da Cosa nostra tramite i rapporti con la massoneria è certamente
quello di poter interferire, per questa via, sull'esercizio della giurisdizione.
"Quando avevo bisogno di qualche favore - ha dichiarato Calderone - presso
il Tribunale, mi rivolgevo a tutti e quindi anche ai massoni perché sapevo che
ve ne erano molti all'interno della magistratura".
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