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Mafia
in Calabria - Atti Commissione parlamentare di inchiesta
[indice generale]
CONCLUSIONI
E PROPOSTE
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CONCLUSIONI E PROPOSTE
In considerazione dell'importanza e della attualità delle fenomenologie e
delle tendenze evolutive delle organizzazioni mafiose della Calabria e dei loro
rapporti con una vasta rete di insediamenti sul territorio nazionale e
all'estero, si ritiene di avanzare le seguenti proposte:
La Commissione antimafia ha dedicato una specifica relazione a ciascuna delle
maggiori e più pericolose organizzazioni mafiose. A Cosa nostra 6.4.1993, e
alla Camorra 21.12.1993.
Ora che la conoscenza della 'ndrangheta ha registrato grandi e positivi sviluppi
e, contro vecchi e tuttavia resistenti stereotipi, ha rappresentato le ragioni
che ne hanno fatto, e non solo in Calabria, una organizzazione mafiosa non meno
forte né meno pericolosa di altre, si rende necessario, e anche possibile,
dedicare una relazione ai fatti che la hanno configurata e alle tendenze che la
identificano come diversa da Cosa nostra e dalla Camorra, come non riducibile né
ad una arcaica malavita locale né ad un indistinto nuovo gangsterismo, bensì
come una specifica mafia di prima grandezza, e potentissima, nel sistema
criminale e nei suoi movimenti economici.
La proposta che la Commissione antimafia produca una relazione sulla 'ndrangheta
risponde non solo ad una necessità politico-istituzionale, ma anche
all'esigenza di un complessivo elevamento della cultura, esigenza testimoniata
dal fatto che nella storiografia della mafia, al di là di poche eccezioni (174),
la 'ndrangheta continua a costituire un "buco nero".
Due fatti hanno cambiato e stanno mutando profondamente la collocazione della
Calabria e ne hanno superato e ne stanno bruciando la lontananza e la
perifericità.
Il primo è il porto di Gioia Tauro e la conquista di un suo primato nel
Mediterraneo.
L'occupazione mafiosa e il "fronte del porto" avrebbero potuto mettere
in discussione, e irreversibilmente in crisi, questo primato. Ma
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la capacità di contrasto messa in atto, la scoperta e la messa sotto
processo delle connessioni mafiose, sono ora diventate la base, e una condizione
di forza, per costruire la migliore difesa della centralità già conseguita
nelle rotte e delle prospettive nuove apertesi con il transhipment.
La fine della occupazione mafiosa del porto costituisce una condizione
necessaria, e tuttavia non sufficiente, affinché le famiglie della Piana, le 'ndrine
insediate e operanti in altre regioni o all'estero, e i capi della 'ndrangheta,
cessino di guardare al porto e all'intera area come ad un luogo di riferimento e
di attacco, non solo per il transito e lo smistamento di carichi in arrivo e in
partenza, ma per le occasioni di intervento e di investimenti nei diversi campi
dello sviluppo economico indotto dal porto e dalle movimentazioni di merci.
Il secondo fatto di cambiamento della collocazione della Calabria è costituito
dagli sviluppi della "questione adriatica" e del "patto di
stabilità dell'Europa del Sud-est", e dai risultati che le scelte per la
indispensabile, e tuttavia difficile e assai contrastata, ricostruzione dei
Balcani (175) riusciranno a sortire.
Questa dinamica è fortemente segnata dalle nuove tensioni anche militari di
prolungamento della guerra del Kosovo, dalle azioni dispiegate dalla criminalità
organizzata locale e dalle sue connessioni con le altre mafie, nel campo del
contrabbando, del traffico di stupefacenti e di armi, della tratta di esseri
umani.
Le coste joniche della Calabria (e della Sicilia) tendono assai rapidamente a
diventare una frontiera di prima linea, a causa sia di quanto è avvenuto e sta
avvenendo lungo l'altra riva dell'Adriatico (anche per effetto dell'iniziativa e
dei rapporti bilaterali e multilaterali dell'Italia con i paesi dell'area), sia
di quanto è avvenuto e sta avvenendo sulla nostra riva, in conseguenza
dell'escalation militare delle organizzazioni contrabbandiere e della risposta
delle forze dello Stato lungo la costa e nell'entroterra della Puglia.
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Questo spostamento verso sud della "via adriatica" e la prospettiva
Jonio trovano significative conferme nell'allarme emerso il 7 e 8 marzo scorso
durante la missione della Commissione a Crotone (176) nelle
presenze brindisine, napoletane e tarantine, registrate sulla costa jonica negli
ultimi tre anni, negli arresti di brindisini legati al contrabbando, negli
sbarchi di marzo del 2000 sulle coste della Calabria, e nel ruolo di nuova base
che pare si sia cominciato a ricercare a Corfù e in Grecia rispetto ai
precedenti, e ora troppo esposti e poco praticabili, punti di partenza dislocati
dal Montenegro alla Croazia all'Albania.
Con la recentissima operazione "Armonia" della DDA di Reggio Calabria
sono state accertate circostanze e sono state rilevate tendenze di raccordo tra
lo spostamento del punto focale dei traffici criminali sulla costa jonica e la
riorganizzazione mafiosa del controllo dell'entroterra e delle destinazioni e
degli sbocchi da garantire agli sbarchi (177). Non sono
solo le esperienze già fatte di storici e organici legami, come quello tra lo
Stato del Montenegro e la camorra del clan Mazzarella, o come l'estensione al
nostro territorio (178) della vicenda delle società
finanziarie che furono alla base della disperata rivolta contro il presidente
Berisha (che era ad esse collegato o che le aveva avallate), ma si aggiungono
gli avvenimenti più recenti a dimostrare l'urgenza di individuare e colpire i
referenti italiani delle mafie
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dell'altra sponda e di prevenire e impedire il doppio insediamento: delle
mafie balcaniche sul nostro territorio e della 'ndrangheta e delle mafie
italiane nell'oltreadriatico.
L'urgenza di una azione combinata, al di qua e al di là del mare, è volta a
prevenire e ad impedire che le coste joniche della Calabria diventino ciò che
sono già state Brindisi o Bari e che il "carico" dei porti tra il
Montenegro e l'Albania possa essere trasferito all'isola di Corfù e alle coste
greche e da qui arrivare sulle coste calabre.
L'impiego delle tecnologie e dei mezzi dispiegati per la sorveglianza e gli
interventi sulla costa adriatica dovrebbe essere al più presto esteso allo
Jonio, mentre, sull'entroterra delle coste calabresi, il dispiegamento di nuove
forze dovrebbe esser mirato, assai più che ad una rincorsa militare, alla
individuazione, intercettazione, prevenzione della rete di contatti e della
organizzazione logistica dei collegamenti.
3. Le risorse da salvare: prevenire e impedire la
intercettazione mafiosa dei grandi investimenti pubblici e dei nuovi strumenti
finanziari della politica di sviluppo.
La mutata collocazione geopolitica della Calabria tra Mediterraneo ed Europa
induce a guardare contemporaneamente a due scadenze: il 2006, l'anno in cui è
previsto si concluda il tipo di intervento europeo adottato per i territori del
cosiddetto "obiettivo 1", il 2010, l'anno in cui è previsto il
conseguimento dell'area mediterranea di libero scambio.
Si tratta di due scadenze che rendono questi anni decisivi come non mai per
l'emancipazione e il futuro della Calabria. E ancor più decisivi gli esiti
delle scelte che si fanno adesso e i risultati che si sapranno produrre
attraverso l'utilizzo e la effettiva destinazione delle risorse 2000-2006 e la
capacità di valorizzare in concreto le occasioni nuove e gli strumenti
finanziari e di programmazione offerti dal governo e dall'intesa tra il governo
e la Regione Calabria. La Calabria riuscirà a garantire la creazione di lavoro,
uno sviluppo non più dipendente, e un rapporto nuovo con lo Stato e con
l'Unione europea, se riuscirà ad impedire che la mafia intercetti da fuori e da
dentro le nuove chances e risorse.
Casi come quello delle movimentazioni mafiose del denaro dell'AIMA nelle banche
di Crotone, o come quello del contributo in conto capitale ex Legge 488 erogato
alla Babele Publiservice dal Ministero dell'Industria sulla base
dell'istruttoria bancaria effettuata da Efibanca, o come quello dei terreni del
demanio usati per piantagioni di droga, o come quello delle scelte di
assegnazione delle aree da parte del consorzio ASI di Gioia Tauro, ripropongono
la urgenza di una rigorosa e sistematica verifica di quali siano stati, e con
quali esiti, e di quali dovranno essere, l'uso, ed i destinatari effettivi, di
beni, interventi, investimenti, e incentivi, pubblici.
La storia recente e meno recente degli investimenti pubblici in Calabria ci dice
che essa è contraddistinta da una continua presenza mafiosa negli appalti,
grandi e piccoli, gestiti sia dai privati che dalla mano pubblica. La
pluridecennale vicenda di Gioia Tauro - dal quinto
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centro siderurgico fino al porto - è, da questo punto di vista, estremamente
emblematica.
Una siffatta verifica dovrebbe dare una misura della coerenza realizzata ovvero
contraddetta, e, in ogni caso, da assicurare, tra gli obiettivi che ci si è
proposti o ci si propone, gli strumenti che si è scelto o si scelgono per
realizzarli, le forze alle quali obiettivi e strumenti sono stati, o vengono,
affidati, e dovrebbe anche misurare il funzionamento di quei controlli che la
legge 203/1991 (articolo16, comma 3) affida alle sezioni giurisdizionali della
Corte dei Conti e l'uso che esse hanno fatto delle possibilità loro date dalla
legge di effettuare anche a mezzo della Guardia di finanza ispezioni e
accertamenti diretti presso le pubbliche amministrazioni e i terzi contraenti o
beneficiari di provvidenze finanziarie a destinazione vincolata.
Questa procedura di verifica appare la più utile per dare positiva risposta
alla esigenza di definire con la maggiore precisione e di mettere efficacemente
in atto i contenuti e le procedure di una politica razionale di prevenzione:
-la concreta organizzazione degli interventi capaci di prevenire e di impedire
la intercettazione mafiosa dei grandi investimenti pubblici e dei nuovi
strumenti finanziari della programmazione negoziata e della politica di
sviluppo;
-l'uso incrociato, o la combinazione, di controllo del territorio,
indagini patrimoniali, valutazione delle segnalazioni delle operazioni sospette,
e applicazione effettiva della legge Mancino e della informatizzazione e uso
delle relative rilevazioni sui movimenti economici;
-il concreto superamento di ogni contraddizione tra la assoluta esigenza di
rendere più semplici e più veloci le procedure di accesso delle imprese e la
indispensabile vigilanza sui requisiti delle imprese medesime e contro
infiltrazioni, taglieggiamenti o condizionamenti mafiosi.
Sia da parte dei Comitati provinciali per l'ordine e la sicurezza pubblica, sia
da parte dei 'protocolli di legalità' tra istituzioni associazioni degli
imprenditori e sindacati, non ci si può affatto limitare al pure indispensabile
(179) intervento sulle attività di cantiere.
Si tratta di risorse molto ingenti da tutelare: la 'ndrangheta deve essere messa
nelle condizioni di non poterle più sottrarre alle imprese,
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al lavoro, allo sviluppo, e di dirottarle verso le proprie imprese, verso il
suo governo del mercato del lavoro e del territorio, verso le proprie multiformi
iniziative di riciclaggio.
Si guardi ai due "contratti di area" di Crotone e di Gioia Tauro, e ai
"patti territoriali" di Vibo Valentia (patto di "prima
generazione"), dell'Alto Tirreno Cosentino, di Catanzaro, del Cosentino,
del Lametino, della Locride (patti di "seconda generazione").
Le risorse in arrivo per i prossimi anni sono sicuramente rilevanti. Esse,
prevedibilmente, richiameranno attenzioni non desiderate da parte della
'ndrangheta che, in questo preciso momento storico, sta adottando l'intelligente
strategia di operare al coperto, senza clamorose azioni di sangue, per evitare
l'interessamento degli inquirenti e per accreditare la tesi fallace di un
irrimediabile declino della mafia calabrese.
Per i contratti di area il quadro delle risorse, secondo i dati al 31/12/1999
del Dipartimento per le politiche di sviluppo e di coesione del Ministero del
Tesoro, può così sintetizzarsi: ad un totale di 400,3 miliardi stanziati dal
CIPE (e destinati tutti a Crotone dal "protocollo aggiuntivo") si
aggiungono i 196,4 miliardi delle altre agevolazioni (di cui 88,2 vanno a Gioia
Tauro, e gli altri - 35,9 originari e 72,3 del "protocollo
aggiuntivo"- a Crotone), e le erogazioni effettuate al dicembre 1999 (tutte
per Crotone) ammontavano a 80,6 miliardi. Per i patti territoriali l'onere dello
Stato è pari a 543,1 miliardi (Vibo Valentia 79,7, Alto Tirreno Cosentino 87,7,
Catanzaro 91,2, Cosentino 92,5, Lametino 92,3, Locride 99,7), e le erogazioni
effettuale al dicembre 1999 ammontavano a 55,2 miliardi (9,7 per il Cosentino,
20,9 per il Lametino, 15,3 per la Locride).
Si guardi poi al Programma Operativo Regionale fondi 2000-2006: le risorse di
parte comunitaria, senza cofinanziamento nazionale, sono in milioni di EURO così
distribuite (i dati al 31/12/1999 sono del Dipartimento per le politiche di
sviluppo e di coesione del Ministero del Tesoro):
asse 1 530,277
asse 2 130,243
asse 3 411,028
asse 4 604,701
asse 5 150,541
asse 6 158,153
asse tec. 9,303
Si considerino, ancora, gli importi in milioni di EURO fissati nei due
"Accordi" stabiliti secondo la "Intesa Istituzionale di
Programma" (i dati al 31/12/1999 sono del Dipartimento per le politiche di
sviluppo e di coesione del Ministero del Tesoro):
Accordo sulla forestazione-manutenzione del territorio
1999 136,345
2000 188,209
2001 145,597
2002 119,162
2003 20,269
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Accordo sul ciclointegrato dell'acqua
1999 37,701
2000 120,171
2001 2,582
Si ricordino, infine, le previsioni di impegno al 31 dicembre 1999 in milioni
di EURO (comunicate dai soggetti responsabili delle forme di intervento) del
Quadro Comunitario di Sostegno 1994-1999 (i dati al 31/12/1999 sono del
Dipartimento per le politiche di sviluppo e di coesione, Servizio per le
politiche dei fondi strutturali comunitari, del Ministero del Tesoro):
- per il POP Calabria (l'autorità responsabile è la Regione Calabria), su un
costo complessivo di Meuro 1287,111 (il contributo comunitario è di 582,130),
gli impegni sono di 1800,878 (pari al 139,9%)
- per il PO FEOGA Sviluppo rurale Calabria (l'autorità responsabile è
la Regione Calabria), su un costo complessivo di Meuro 508,167 (il contributo
comunitario è di 243,308), gli impegni raggiungono il 100%
- per la SG Area di crisi Crotone (l'autorità responsabile è
"Regione Calabria-Crotone sviluppo"), su un costo complessivo di Meuro
72,649 (il contributo comunitario è di 34,992), gli impegni raggiungono il 100%
- per la SG Area di crisi Gioia Tauro (l'autorità responsabile è
"Regione Calabria-Mediterranea sviluppo"), su un costo complessivo di
Meuro 40,000 (il contributo comunitario è di 20,000), gli impegni raggiungono
il 100%
Agli importi delle suddette previsioni di impegno relative alle forme di
intervento regionali vanno aggiunti quelli relativi alla quota - che tocca
direttamente o indirettamente la Calabria - delle forme di intervento
multiregionali, Sovvenzioni Globali e Programmi Operativi legati a specifiche
finalità in aree e settori diversi e Assistenza tecnica UE, e Programmi
Operativi Nazionali che impegnano parte dei fondi strutturali 2000-2006 in
settori strategici quali la Sicurezza, la scuola, la ricerca scientifica, i
trasporti, lo sviluppo locale.
La politica multilaterale di prevenzione che si rende indispensabile per
ciascuna di queste risorse da salvare, e attribuite a varii soggetti pubblici,
richiede il concorso organizzato di forze e istituzioni locali, regionali e
nazionali, il raccordo tra i diversi livelli di governo, la concertazione,
l'organizzazione della trasparenza e della pubblicità degli atti e delle
verifiche dei risultati. Il quadro di riferimento complessivo da assumere a tal
fine è costituito dalla "Intesa Istituzionale di Programma" stipulata
tra il Governo e la Giunta della Regione Calabria secondo lo schema approvato
con la deliberazione 29 settembre 1999 dal CIPE, in quanto è a tale Intesa che
vengono attribuite le risorse ordinarie e straordinarie, nazionali e
comunitarie, e che sono riferiti gli atti della programmazione negoziata e gli
"accordi di programma quadro" mediante i quali si provvede alla
attivazione di tutte queste risorse.
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La "Intesa Istituzionale di Programma" ha già individuato nella
"sicurezza e legalità organizzata" il primo dei "settori
prioritari" nei quali "focalizzare e valorizzare il partenariato
istituzionale" tra la Regione Calabria e le Amministrazioni centrali (gli
altri "settori prioritari" sono: "reti e sistemi interregionali
di trasporto", "scuola", "ricerca e innovazione", ai
quali si aggiungono "due ambiti strettamente regionali che rappresentano
altrettante emergenze da affrontare con il supporto del governo centrale":
"manutenzione del territorio e forestazione" e "ciclo integrato
delle acque"). E alla "sicurezza e legalità organizzata" sarà
specificamente finalizzato, così come a ciascuno dei citati "settori
prioritari", un "accordo di programma quadro".
Ma questo accordo non potrà essere una mera proiezione del "Programma
Operativo Nazionale " sulla "Sicurezza" e della presenza in esso
della Calabria (tutte e cinque le province vi sono classificate "a forte
condizionamento criminoso o a grave rischio"). La Commissione ritiene
si renda necessario che il lavoro di istruzione e di definizione progettuale
relativo all'"accordo di programma quadro" per la "sicurezza e
legalità organizzata" risponda ad una duplice esigenza:
1) dare centralità agli obiettivi e agli strumenti specifici più adatti a
"blindare" le risorse sopra elencate, e a prevenirne e ad impedirne - prima
durante e dopo la loro erogazione, e in ogni passaggio - la
intercettazione mafiosa, e, perciò stesso,
2) evitare i limiti e i pericoli di una visione, e di una politica, settoriale
e separata di "sicurezza e legalità organizzata" (una delle
lezioni che vengono da Gioia Tauro non è forse quella che proprio mentre il
porto veniva giustamente assunto come luogo primario e prototipo del
"progetto sicurezza" e il governo vi destinava un particolare impegno
rimase aperto il varco alle connessioni mafiose cui è dedicato un capitolo di
questa relazione?).
Di conseguenza, dentro ciascuno degli altri settori o ambiti
"prioritari" fatti oggetto di uno specifico "accordo di programma
quadro" (forestazione, acque, reti e trasporti, scuola, ricerca e
innovazione) dovrebbe essere immessa la "sicurezza e legalità
organizzata" e dovrebbe prevedersene la specifica strumentazione. A tal
fine lo stesso "accordo di programma quadro" sulla "sicurezza e
legalità organizzata" dovrebbe stabilire come connettere in rete i diversi
"accordi di programma quadro" e quali coordinamenti stabilire tra
loro.
L'insieme di queste esigenze e le proposte prima indicate per il programma
sicurezza e per il collegamento stretto "prevenzione" - "accordi
di programma quadro" sono rappresentate qui come proiezione, e traduzione
in prassi, di alcuni punti contenuti nella "Intesa Istituzionale di
programma":
- l'allarme sul "carattere pervasivo" della attività della
'ndrangheta "capace di infiltrarsi in ogni settore dell'economia",
- la analisi di queste infiltrazioni (180).
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- il giudizio sulla elevata mortalità e natalità di imprese: "in
considerazione della debolezza strutturale del locale sistema economico, appare
come un probabile sintomo del tentativo di penetrazione nell'economia legale da
parte della criminalità organizzata"
- la valutazione della sicurezza non quale "costo" ma quale
"esplicito fattore di sviluppo", quale "risorsa" ("una
risorsa la cui sussistenza è, di volta in volta, da accertare e non da
considerarsi implicito componente del sistema e che, pertanto, come qualsiasi
altro fattore produttivo, va considerato nella comparazione
costi-benefici"),
- la proposta di "una decisa azione di risanamento" come
"propedeutica allo sviluppo economico".
È la "Intesa Istituzionale di Programma" a individuare "un
terreno eccezionale di intervento, ancora pochissimo arato in Calabria"
nelle "politiche civili, dal controllo del territorio a fini di sicurezza,
alla certezza dei diritti, alla qualità delle strutture pubbliche, in primo
luogo di quelle formative e scolastiche, di sostegno alle fasce deboli.
Costruire istituzioni pubbliche trasparenti e autorevoli, portare a
standard minimi di efficienza e di efficacia le strutture burocratiche
regionali, produrre e manutenere i beni pubblici sono imperativi per lo sviluppo
regionale".
Il collegamento stretto prevenzione-accordi di programma quadro riteniamo debba
costituire un "banco di prova" della innovazione strategica
prospettata dalla "Intesa Istituzionale di programma" per una
"discontinuità di metodo e di finalità della spesa pubblica (181),
per la fuoriuscita della Calabria dall'insostenibile "modello di dipendenza
assistita del passato" (182), per una
"transizione dalla dipendenza all'autonomia", a uno sviluppo
"endogeno" e non "chiuso e autarchico", a un
"riconnettersi con il resto del Paese, con nodi e circuiti centrali,
europei e mediterranei", all'entrata "in reti interregionali di
cooperazione e complementarità produttiva", alla incentivazione di
"patti, gemellaggi, partnership, accordi tra imprese esterne e imprese
calabresi, tra territori e distretti industriali extraregionali e aree e
distretti in formazione calabresi".
Il persistente divario tra verità nelle strutture militari e verità nelle
imprese economiche acquisite per le organizzazioni mafiose operanti in Calabria,
e per le proiezioni nazionali e internazionali della 'ndrangheta, evidenzia la
portata dell'impegno che si rende necessario
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per determinare un grande salto di qualità nell'organizzazione della
conoscenza, e, quindi, della capacità di prevenire e colpire l'accumulazione e
il movimento del capitale dei capibastone.
Superare questo divario è il primo e il più urgente obiettivo di una nuova
stagione antimafia che deve vedere impegnati, ognuno nell'ambito delle
rispettive competenze, l'apparato repressivo dello Stato e le organizzazioni
della società civile.
L'urgenza di questo salto di qualità, e, prima ancora, della consapevolezza
delle ragioni che lo rendono ormai indispensabile, trova conferma nei dati che
qui si è scelto di rappresentare. sui movimenti del denaro e nei casi
emblematici dei limiti del contrasto che si è ritenuto di dover segnalare. Il
problema di organizzazione è nazionale e internazionale, e non solo regionale e
locale, e la sua soluzione richiede scelte politico amministrative e non solo
aggiustamenti e innovazioni nella normativa.
A proporre come primario l'obiettivo conoscenza, non è sufficiente, anche se
appare in molti casi e in tante situazioni necessario, invocare la obbligatorietà
di indagine sul patrimonio e le attività economiche. Non basta il richiamo, pur
doveroso, al cuore della "legge La Torre" e alla necessità di
applicarla e di farne valere tutte le potenzialità.
La conoscenza è imposta dalle trasformazioni che hanno investito la
"economia mafiosa", e, soprattutto, dal divario che appare crescente
tra le stime che si hanno delle ricchezze criminali e il numero e i valori dei
beni mafiosi effettivamente individuati, che, a loro volta, risultano essere di
gran lunga più alti rispetto, man mano, a quelli proposti per le misure
patrimoniali, a quelli messi sotto sequestro, ed a quelli fatti oggetto di
confisca.
I limiti ancora strutturali posti alla conoscenza e le insufficienze
quantitative e qualitative delle indagini patrimoniali sono confermati dalla
grandissima diffusione, quasi generalizzazione, che ha assunto il sistematico
ricorso delle organizzazioni mafiose alla pratica dei prestanome ai quali
affidare, o tra i quali frazionare, la titolarità di quote del capitale
criminale, e alla pratica della dissimulazione nei movimenti del denaro
finalizzata ad occultarne prima di tutto le origini, ma poi anche le provenienze
e le destinazioni effettive. A rafforzare queste conferme si aggiungono i dati
relativi al prevalere - rispetto al totale (pur non elevato, e insufficiente a
rappresentare il movimento reale) - delle operazioni sospette segnalate dagli
intermediari creditizi a carico di soggetti che non appaiono in possesso dei
requisiti economici adeguati al numero e ai valori dei depositi e o dei conti
movimentati, nonché delle operazioni segnalate come carenti di giustificazioni
plausibili rispetto a come si presentano i loro autori o ai procedimenti
giudiziari pendenti a loro carico.
Si rende indispensabile superare una separazione e una gerarchia tra misure di
prevenzione personali e misure di prevenzione patrimoniali, e quella prassi che
sembra considerare queste ultime solo come una sorta di appendice delle prime.
Dovrebbe istituirsi una reciprocità: come la misura patrimoniale è
inconcepibile e impraticabile senza quella personale, così dovrebbe ridursi
ogni misura personale che prescinda dal patrimonio, e dovrebbe pertanto essere ab
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initio scongiurato il pericolo che la scissione tra misura personale e
misura patrimoniale si risolva di fatto in una tutela della ricchezza mafiosa e
del suo movimento, e, per questa via, in una possibilità di "riproduzione
allargata" della famiglia e dell'organizzazione mafiosa stessa, quella
possibilità che il mafioso precostituisce ai propri delitti e organizza con
cura tanto maggiore quanto più alto si presenta (e viene da sé medesimo messo
in conto) il rischio di pagare il delitto con il carcere, per tanti anni e
perfino a vita.
È necessario che all'elevamento della capacità di indagine e di controllo del
territorio da parte delle forze dell'ordine si facciano corrispondere le
condizioni tecnico materiali e professionali per l'aumento quantitativo e
qualitativo della capacità di proposta di misure di prevenzione patrimoniale (a
partire dalla riorganizzazione degli uffici delle Questure deputati alle
proposte di misure di prevenzione e alla qualificazione professionale del
personale addetto). Il conseguimento di questo obiettivo, e di quello del
potenziamento, quantitativo e qualitativo delle DDA, dovrebbe sinergicamente
combinarsi con un più forte e sistematico ruolo della DNA, che pur essendo tra
i titolari della azione di prevenzione personale, si trova nella paradossale
condizione di non potere direttamente e immediatamente tradurre in azione il
proprio grande patrimonio di conoscenza internazionale, nazionale e locale
aggiornato di continuo. Proprio al soggetto dotato di più input e di
maggiori conoscenze e informazioni per ricostruire a unità la mappa quanto mai
frastagliata, articolata e mimetizzata del patrimonio di un mafioso, non è
ancora formalmente attribuito il potere dell'iniziativa delle misure di
prevenzione patrimoniale, e, precisamente, il potere di proposta al Tribunale
competente, il medesimo potere di proposta che il Questore e il Pubblico
Ministero hanno esercitato e devono continuare ad esercitare.
Le proiezioni nazionali e internazionali della 'ndrangheta, il rapporto tra il
reticolo dei suoi insediamenti e i campi dei suoi movimenti economici,
dovrebbero indurre a valutare la grande portata di una politica delle misure di
prevenzione patrimoniali affidata al concorso dell'iniziativa di Questure
DDA e Direzione nazionale antimafia. Questo concorso (non sostituzione, né
sovrapposizione di competenze, né gerarchia) appare il solo strumento utile non
solo per valorizzare pienamente, in ogni circostanza e in ogni luogo, le
informazioni e i collegamenti della DNA derivanti dalla sue esperienze di
coordinamento delle DDA e di rapporto con magistratura e polizia di altri paesi,
ma anche per razionalizzare il lavoro di ciascuno e di tutti, assicurando ad
esso una visione più ampia ed unitaria, e liberandolo dai pericoli di vuoti e o
di sprechi cui la singola DDA o la singola Questura sono di fatto esposte anche
quando il campo della propria indagine si estenda ad altri territori o a tutto
il Paese.
La sinergia e il concorso non devono fermarsi alla fase della individuazione dei
beni mafiosi e della proposta delle misure patrimoniali. Tutti i provvedimenti
di sequestro, di confisca eccetera, dovrebbero entrare nella rete delle banche
delle forze di polizia e degli organi inquirenti, e poter trovare nel
coordinamento e nella promozione della analisi e della elaborazione della DNA
una occasione di verifica e di conseguimento di standard di qualità della
prevenzione
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patrimoniale, e, infine, la possibilità di individuare ulteriori campi e di
indagine e di prevenzione.
Per quanto attiene, infine, alla gestione delle misure di prevenzione, e, in
particolare, all'affidamento dei beni, alla amministrazione giudiziaria dei
patrimoni sequestrati, e alla destinazione dei beni confiscati, il salto di
qualità che si rende necessario deve essere indirizzato a due obiettivi:
contrastare la artificiosa delimitazione o diminuzione dei beni fatti oggetto
della misura di prevenzione, impedire che i mafiosi possano surrettiziamente e
con altri mezzi riconquistare i beni perduti.
Il caso Musolino appare paradigmatico a dimostrazione dell'urgenza di una
revisione e di un rilancio del sistema delle misure di prevenzione patrimoniali.
Più in generale, per ciascuna zona dove operano i nuovi strumenti finanziari
delle politiche europee e nazionali di sviluppo, e sulle "risorse da
salvare" analizzate al punto precedente, si rendono necessarie specifiche e
stabili forme di coordinamento delle conoscenze e delle strategie investigative
di DNA, DDA e Procure territoriali.
Numerosi e vari sono stati nella relazione i riferimenti a fatti, denunce,
documenti, operazioni giudiziarie interne ed esterne alla Calabria, comprovanti
la forza e il pericolo della immissione dei capitali criminali nella economia
legale. Non altrettanti possono essere i riferimenti a colpi inferti alla
economia 'ndranghetista. La contraddizione è nella realtà, ed è tale da
imporre che l'antiriciclaggio sia assunto e fatto concretamente assurgere a
grande priorità della azione antimafia : si tratta di una priorità dimostrata
dalle medesime ragioni che nel paragrafo precedente venivano addotte per
proporre l'urgenza di imprimere alle indagini e alle misure di prevenzione di
natura patrimoniale un salto di qualità.
Le grandi potenzialità offerte per tutti questi anni dalla legge Mancino non
risulta che siano state effettivamente riconosciute, valorizzate e messe in
atto. Se le iniziative della magistratura e delle forze dell'ordine che pure
sono riuscite a determinare successi rilevanti, e prima impensabili, contro la
'ndrangheta, si fossero combinate, e tuttora si combinassero, con la
applicazione diffusa della legge Mancino, ne avrebbero certamente attinto, e
potrebbero tuttora ricavarne, non solo ulteriori riscontri, ma l'indicazione dei
campi e delle connessioni assai più vaste delle azioni criminali e delle cosche
individuate e colpite dai processi. Lo stesso controllo del territorio da parte
delle forze dell'ordine e delle istituzioni avrebbe potuto, e potrebbe, scoprire
chiavi sconosciute, e trovare nuovi e più efficaci presidii nella mappa dei
movimenti della proprietà e dell'economia che la legge Mancino consente di
costruire e di aggiornare in tempo reale.
Anche la segnalazione delle operazioni sospette dovrebbe poter offrire
opportunità e strumenti grandi di conoscenza e di azione,
Pag. 200
soprattutto se i suoi dati venissero trattati attraverso una lettura
incrociata con altri indicatori. Si tratta, tuttavia, di una necessità e di una
possibilità tuttora contraddette da una larga disapplicazione della legge.
Ricostruire una misura quantitativa e qualitativa delle omissioni di
segnalazione delle operazioni sospette è certo difficile. Ma altrettanto certi
sono i diversi segnali del fenomeno, che vanno ben al di là di singoli episodi,
quale per esempio quello già analizzato delle operazioni in yen giapponesi
nella Banca popolare di Crotone, e ben al di là di singole circostanze, come
quella (apprezzabile per il collegamento tra attività usuraria, abusivismo
finanziario e riciclaggio) del contrasto tra l'allarme sulla diffusione
dell'usura venuto il 7 marzo a Crotone dal Comitato provinciale per l'ordine e
la sicurezza pubblica e lo zero statistico che contraddistingue questa provincia
per denunce di usura e relativi procedimenti. Significativi sono infatti da
ritenere dati come quello del numero elevato di istituti di credito dai quali
non è stata mai effettuata finora una sola segnalazione (183),
o come quello
Pag. 201
del numero del tutto trascurabile degli altri intermediari finanziari che non
hanno segnalato e non segnalano, quali per esempio le società finanziarie, le
imprese di assicurazione, e, non l'ultimo ma il primo, il più diffuso sul
territorio, l'Ente Poste, o come quello del numero irrisorio di informazioni
richieste dall'Autorità Giudiziaria, o, infine, come quello della incidenza
percentuale della Calabria sul totale delle segnalazioni dal 1o
settembre 1997 al 29 febbraio del 2000 (1,07% secondo l'ultima rilevazione
semestrale dell'UIC, settembre 1999-febbraio
Pag. 202
2000) da considerare unitamente a quello del rapporto tra il numero delle
segnalazioni date dalle banche e il numero degli sportelli bancari presenti
nella regione (la Calabria è all'undicesimo posto della graduatoria delle
Regioni italiane con lo 0,176 di segnalazioni per sportello: 465 sportelli su
26826 - pari all'1,73% -, 82 segnalazioni su 7187 - questi dell'UIC appaiono
tanto più significativi se li si rapportano a quelli che l'UIC medesimo
registra per altre regioni, e innanzitutto, per la Campania, dove si registra lo
0,429% di segnalazioni per sportello su 1393 sportelli bancari).
Alla costruzione di stime o di ipotesi della vasta zona di omissione delle
segnalazioni possono valere alcuni dati che emergono dalla lettura (comparata
tra regioni e condotta in rapporto alle cifre della dinamica nazionale) delle
segnalazioni effettuate: la forte incidenza dei versamenti di denaro in
contante, i bonifici da/verso l'estero e il resto del Paese (e in particolare
verso aree, anche europee, di bassa tassazione o a regime fiscale e a segreto
bancario privilegiato), la mancanza, o difficoltà, di giustificazione
dell'operazione, il rapporto negativo tra valore e numero delle operazioni
eseguite, da un lato, e status del soggetto segnalato e sue garanzie
patrimoniali ed economiche, dall'altro lato, il ricorso diffuso alle operazioni
frazionate o intestate a soggetti che possano apparire prestanome o
intermediari.
Gli indizi molteplici di omissioni assai diffusi mettono in luce la necessità
di un intervento capace di incidere sulla cultura degli intermediari e sulla
verifica della loro effettiva affidabilità, e capace al tempo stesso di
costruire - così come sta facendo efficacemente il servizio antiriciclaggio
dell'UIC - modelli di monitoraggio permanente dei movimenti finanziari, in grado
di rilevare le anomalie indipendentemente dalla segnalazione del singolo
sportello e dal "pericolo" di esposizione del singolo operatore
bancario o finanziario, e, infine, capace di istituire all'interno del sistema
di intermediazione finanziaria nuovi meccanismi di presidio antiriciclaggio.
Appare indispensabile, a tal fine, eliminare effettivamente e definitivamente
ogni residua burocratica sottovalutazione dell'aspetto finanziario nella
conoscenza e nell'azione-prevenzione antiriciclaggio. Occorre che il sistema e
l'organizzazione pratica della promozione-ricezione-analisi delle segnalazioni
superi le rigidità di separazione e le gerarchie tra i momenti e gli strumenti investigativi
e i momenti e gli strumenti finanziari, individui nell'UIC il motore
della nuova sinergia necessaria e possibile, e, di conseguenza, potenzi e adegui
dotazioni e strutture del Servizio antiriciclaggio dell'UIC rispetto al suo
ruolo istituzionale che, per come è stato da esso effettivamente esercitato e
per come gli è stato da pubblici apprezzamenti riconosciuto, si è già
rivelato determinante nel successo di importantissime operazioni antiriciclaggio
(peraltro legate proprio al contrasto della criminalità organizzata della
Calabria) come quelle effettuate dalla DDA di Milano.
Si rende opportuno che in ciascuna area investita dagli interventi pubblici
descritti nel precedente paragrafo su "le risorse da salvare", si
adotti uno speciale programma di monitoraggio sul credito e sulla
intermediazione finanziaria, affidato alla sinergia della vigilanza della
Pag. 203
Banca d'Italia, del Servizio antiriciclaggio dell'Ufficio italiano dei cambi,
della Polizia valutaria della Guardia di finanza, e della DIA.
È necessario, infine, considerare che la previsione di una sanzione
amministrativa per chi vìola l'obbligo delle segnalazioni, così come previsto
dall'articolo 5, comma 5 del decreto legislativo 143 del 1991 convertito nella
legge n. 197 del 1991, non costituisce certamente un deterrente per gli
intermediari tenuti all'obbligo della segnalazione. Occorrerebbe, quindi,
prevedere, per la violazione dell'obbligo, sanzioni più efficaci sia di natura
disciplinare, quale la possibile sospensione dal servizio del funzionario
infedele, sia eventualmente di natura penale.
La prevenzione e l'intervento antimafia sugli appalti, e la organizzazione
stessa di specifici "osservatori" (184) sugli
appalti in rete nazionale e regionale tra loro, richiedono che gli atti
specifici su bandi, procedure e aggiudicazioni di gara, contratti e convenzioni,
sui rapporti tra concedenti e concessionari, sui cantieri, non siano ritenuti
autosufficienti e non vengano separati dagli atti relativi ai vari campi della
intercettazione mafiosa del denaro pubblico, già messi in evidenza nei punti
precedenti.
A dimostrare il "nesso obbligato" da stabilire tra gli uni e gli altri
concorre la manifestazione di una documentata consapevolezza da parte del
comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica di Reggio Calabria
(seduta del 19 novembre 1999): la consapevolezza del fatto che la criminalità
organizzata "in considerazione del notevole afflusso di denaro per opere
pubbliche da realizzare nel capoluogo ha acquisito imprese 'pulite' che vengono
gestite da persone incensurate con il fine di eludere la normativa antimafia ed
entrare così a pieno titolo nell'economia legale". Su questa circostanza,
segnali convergenti si trovano nelle dichiarazioni rese ancor prima dai sindaci
di Polistena, Rosarno e Siderno alla Commissione. Il problema è quello posto
dal sindaco di Rosarno: se è vero, come è vero, che "vi possono essere
delle imprese con tutte le certificazioni in regola, ma che in realtà
nascondono forze criminali", noi non vogliamo "fare da palo agli
interessi mafiosi". Il problema è confermato dalle opere e dai lavori
pubblici del c.d. "decreto Reggio", finanziati con la legge 246/1989,
sui quali la DDA di Reggio Calabria ha aperto una inchiesta che investe anche il
Comune: si tratta di una vicenda dove, nonostante un sindaco che ha
Pag. 204
combattuto contro la mafia e che ne è stato combattuto, e al quale la
Commissione antimafia è andata a esprimere unanime la propria solidarietà in
piazza dopo l'attentato, qualche impresa mafiosa è riuscita ad entrare negli
appalti. Il problema e la contraddizione risaltano con ancor più forte evidenza
nella ricca documentazione che il Sindaco di Reggio Calabria ha inviato alla
Commissione antimafia (185).
La preoccupazione è ancora più marcata se solo si pensa al ruolo svolto dal
sindaco Falcomatà nel tentativo di far rinascere la città di
Pag. 205
Reggio dalla situazione precedente, quando anche sulla città dello Stretto,
si era abbattuta la locale Tangentopoli che aveva portato all'arresto del
Sindaco dell'epoca, Agatino Licandro, che successivamente raccontò, da
protagonista, le vicende del malaffare reggino.
Dalla circostanza che imprese mafiose siano penetrate negli appalti pur in una
situazione politicamente mutata, si possono far discendere alcune considerazioni
che hanno un valore più generale.
È necessario verificare e rimuovere le condizioni per le quali :
- le prefetture non dispongono delle informazioni necessarie e possibili sui
soggetti che partecipano alle gare e non sono pienamente in grado di rispondere
alle "riservate" dei sindaci.
- questi soggetti possono avvalersi dell'attestato e delle credenziali di una
prefettura dopo che altra prefettura l'ha loro negato (cfr. la circostanza
emersa nell'incontro con il comitato dell'ordine e della sicurezza pubblica a
Catania).
- si rende perfino possibile il caso di un nulla osta antimafia rilasciato dalla
Camera di Commercio ad una impresa dopo che i suoi titolari sono stati arrestati
per associazione mafiosa.
È necessario eliminare le disfunzioni del CED e superarne la inadeguatezza dei
flussi informativi.
Se è rilevante la innovazione che si è introdotta con il prescrivere alle
imprese partecipanti a gara l'attestato di una società di certificazione, deve
tuttavia essere rimarcato come essa non sia affatto sufficiente a far vedere a
chi davvero appartenga il capitale dei medesimi partecipanti a gara, e come
dovrebbe essere comunque soddisfatta l'esigenza di conoscere proprio questo, p.
es. con il dare alla società di certificazione l'accesso e la partecipazione
alla vita dell'impresa o con l'indurre o incentivare l'impresa medesima a
sottoporsi a un esame interno. A questo rilievo si ritiene necessario aggiungere
una indicazione su come organizzare il monitoraggio generale che la legge
Merloni prescrive sulla struttura delle imprese e la certificazione di qualità:
in essi dovrebbero essere citate tutte le partecipazioni avute dall'impresa ad
associazioni temporanee di imprese, e le imprese alle quali sono stati affidati
subappalti. Ciò al fine di conoscere quanti e quali casi si siano verificati di
associazione con ditte (e o di affidamento di subappalti ad aziende) che
risultino essere state della mafia o inquinate dalla criminalità organizzata, e
di derivarne determinazioni coerenti nella attribuzione del punteggio e nella
valutazione della stessa praticabilità di ulteriori affidamenti di lavori
pubblici.
L'insieme di queste misure si può rivelare assai utile alla tutela della libertà
e della autonomia delle imprese e della loro capacità di resistere ad ogni
pressione o condizionamento della mafia : ad evitare il riprodursi delle
difficoltà e dei danni gravi subiti dall'imprenditore
Pag. 206
onesto ed efficiente per il rapporto istituito in "associazione
temporanea di imprese" con società mafiose o inquinate dalla mafia (senza
che questi lo sappia o essendo vittima di "costrizione" da parte
loro), perché non verificare l'opportunità di estendere gli
"accessi", di prevedere per i "consorzi" di imprese ora
previsti dalla legge Merloni che la singola impresa abbia il diritto-dovere di
accesso alle informazioni che i sindaci o altre stazioni appaltanti chiedono
anche in via riservata alla prefettura e il dovere per la prefettura di
rispondere a tale istanza, nei limiti, ovviamente, legati all'imperativo di non
rivelare contenuti e circostanze di indagini ancora in corso?
Ulteriori considerazioni si rendono necessarie contro il difetto di trasparenza
e la carenza dei controlli.
La prefettura, attraverso l'organizzazione della apposita unità preposta,
dovrebbe effettuare i controlli - innanzitutto quelli preventivi, ma senza
fermarsi ad essi - oggetto della specifica delega (DM 23 dicembre 1992) già in
capo all'Alto commissario antimafia.
È poi indispensabile elevare al massimo il tasso di trasparenza degli atti
amministrativi e dei dati contabili al fine di assicurare la massima e più
veloce possibilità di verifica di tutte le operazioni economiche e finanziarie
connesse alla realizzazione dell'opera pubblica. Dovrà in tal modo esser reso
possibile ripercorrere contabilmente i flussi finanziari, il che evidenzia
l'opportunità di rendere obbligatoria l'utilizzazione di forme di pagamento
attraverso banche.
Il sistema della trasparenza documentale dovrà in ogni caso integrarsi con una
metodologia di intervento e di controlli all'interno dei cantieri da parte non
delle sole stazioni appaltanti bensì delle diverse istituzioni pubbliche
interessate alla verifica anche di singoli elementi e circostanze. E ciò non
solo in forza degli eventuali ed auspicabili "protocolli di legalità"
e attraverso l'azione di quanti ne siano stati i soggetti contraenti, ma prima
di tutto nell'ambito del coordinamento che la normativa vigente vorrebbe
affidato ai prefetti e in particolare a quel Comitato provinciale della pubblica
amministrazione (articolo 17 legge 12 luglio 1991, n.203) che non risulta essere
funzionante. Un ruolo convergente deve essere esercitato dalle sezioni
giurisdizionali della Corte dei Conti che si rende necessario utilizzino le
possibilità loro date dalla legge di effettuare anche a mezzo della Guardia di
finanza mediante ispezioni e accertamenti diretti presso le pubbliche
amministrazioni e i terzi contraenti o beneficiari di provvidenze finanziarie a
destinazione vincolata (l. 203/1991, articolo 16, comma 3).
Si rende, infine, opportuno che tra le istituzioni preposte alla applicazione
della legge Merloni, la Direzione nazionale antimafia e le Direzioni
distrettuali antimafia, la DIA, i Comitati provinciali per l'ordine e la
sicurezza pubblica, i comandi delle tre forze preposte alle attività di
indagine e di prevenzione antimafia, il servizio antiriciclaggio dell'Ufficio
italiano dei cambi, si elabori un programma comune e coordinato sulla attuazione
della legge Merloni, adeguato alle particolari condizioni della Calabria, alle
specifiche caratteristiche della aggressione e infiltrazione 'ndranghetista
rispetto agli appalti e delle collusioni e disfunzioni registrate all'interno
della pubblica amministrazione, alla necessità di rimuovere le condizioni che
in tutti questi anni si sono opposte (e ancora si oppongono) ai tentativi di
risanamento e di rinnovamento del settore quali per esempio l'Osservatorio
regionale deliberato dall'allora presidente della Regione Donato Veraldi.
Pag. 207
Dalle audizioni dei magistrati delle Direzioni distrettuali antimafia di
Torino e di Milano, nonché dalla relazione trasmessa dalla Direzione nazionale
antimafia, è emerso come le organizzazioni criminali calabresi facenti capo
alla 'ndrangheta abbiano iniziato, almeno a partire dal 1996, ad utilizzare
sapientemente una legge dello Stato a fini di autofinanziamento.
Si fa riferimento alla legge 30 luglio 1990, n. 217, che istituisce il
patrocinio gratuito ai non abbienti, al fine, certamente condivisibile, di
assicurare in concreto il diritto di difesa ai cittadini che, in relazione alle
proprie comprovate condizioni economiche disagiate, non siano in grado di
sostenere le spese, ormai divenute ingenti, relative alla propria difesa nel
processo penale.
La legge ha innovato la precedente disciplina in materia, abrogando le
commissioni che avevano il compito di valutare le richieste di ammissione al
gratuito patrocinio ed ha introdotto una disciplina assai più agevole per chi
intende accedere ai benefici economici previsti.
In sostanza, è ormai competente a decidere il giudice procedente, sino alla
Corte di Cassazione, e la decisione è vincolata (il giudice ammette...),
una volta che risultino presentate le certificazioni e le dichiarazioni di cui
agli artt. 3 e 5 della predetta legge. Il giudice non ha alcun potere di
svolgere indagini o accertamenti sulle effettive condizioni economiche
dell'interessato, né di richiedere informazioni ad organi di polizia, ad uffici
tributari o ad altri enti (camere di commercio, conservatorie, ecc.).
La legge prevede inoltre che solo dopo l'emissione del provvedimento ammissivo,
il giudice trasmette il proprio provvedimento e la documentazione allegata
all'Intendente di Finanza del luogo (oggi Direzione Regionale delle Entrate), il
quale ha il compito di verificare l'esattezza delle dichiarazioni e della
documentazione esibita, con facoltà di richiedere alla Guardia di finanza la
verifica della posizione fiscale dell'istante, del coniuge e dei familiari
conviventi. Nel caso di comprovata falsità dei dati dichiarati l'Intendente di
Finanza potrà richiedere la revoca o la modifica del provvedimento, ma non
oltre cinque anni dalla data di definizione del procedimento nel corso del quale
è stato concesso il gratuito patrocinio (artt. 7 e 10).
Sarebbe interessante accertare in quali e quanti casi l'Intendente di Finanza ha
richiesto la revoca e che tipo di accertamenti ha operato, ma è da ritenere che
non si sia in presenza di dati statisticamente apprezzabili. Il fatto è che le
Direzioni regionali delle entrate e i Nuclei di polizia tributaria delegati a
svolgere gli accertamenti, interpretano, a loro volta, in maniera restrittiva e
formale, la normativa vigente (articolo 6, comma 3), sicché il controllo
effettuato da tali organi rischia di ridursi anch'esso ad una verifica meramente
cartolare della posizione fiscale e patrimoniale del soggetto (consultazione
dell'anagrafe tributaria, visure catastali, ecc.) senza procedere invece a
controlli sui redditi di fatto posseduti, compresi quelli di provenienza
illecita o comunque non dichiarata.
Da tutta la procedura resta esclusa la figura del P.M., cui non deve essere
richiesto alcun parere sulle richieste e cui non è concesso alcun potere di
impugnativa dei provvedimenti in questione (in sostanza il
Pag. 208
potere di impugnativa è concesso solo al richiedente in caso di rigetto
dell'istanza o di revoca, totale o parziale, del provvedimento).
Resta esclusa inoltre la possibilità di utilizzare i precedenti giudiziari e
processuali, i dati eventualmente rilevabili dalle misure di prevenzione
applicate, o da procedimenti pendenti e così via.
I tentativi compiuti da qualche organo giudiziario di procedere ad un minimo di
attività istruttoria sono stati ritenuti illegittimi e la Corte Costituzionale
ha ribadito la legittimità dell'attuale impianto normativo che esclude ogni
ambito di discrezionalità da parte del giudice chiamato a decidere
sull'ammissione al beneficio (186) .
Le conseguenze della concessione del gratuito patrocinio sono notevoli, in
quanto non si limitano al pagamento (a titolo di anticipazione) delle spese
legali, ma comprendono le spese relative al rilascio di copie degli atti
processuali, il pagamento di consulenze tecniche di parte e di ufficio, le
imposte di bollo e così via (articolo 4).
L'articolo 18 della legge prevede infine che, a partire dal secondo anno di
applicazione della legge, il ministro della giustizia presenti al parlamento,
ogni due anni, una relazione circa lo stato di applicazione della legge, anche
al fine di consentire la verifica degli effetti prodotti e della necessità di
tempestive modifiche.
Dimostrando grande duttilità e lungimiranza numerosi boss della 'ndrangheta
hanno chiesto (ed ottenuto) di essere ammessi al gratuito patrocinio, producendo
l'autocertificazione di cui sopra e, al più, una copia della dichiarazione dei
redditi (nella quale non sono di regola dichiarati i proventi delle attività
illecite), con la conseguenza che lo Stato destina attualmente centinaia di
milioni per ciascuno dei processi nei quali sono coinvolti i boss destinatari
del suddetto beneficio. Ed è stupefacente rilevare come l'utilizzazione del
beneficio sia avvenuta, quasi simultaneamente, in varie sedi giudiziarie e
precisamente a Torino, a Milano, a Reggio Calabria (ma analogo fenomeno è stato
segnalato con riferimento ai processi pendenti a Palermo a carico dei boss di
Cosa nostra), quasi che si sia in presenza di una strategia coordinata. Accade
così, come rileva efficacemente il responsabile della DDA di Torino, che tale
meccanismo rischia "di sommergere lo Stato di spese e di ridicolo", e
che "nel processo Cartagine, a coloro ai quali sono state applicate misure
di prevenzione e sui quali pendono imputazioni di traffico internazionale e
importazione di cocaina dalla
Pag. 209
Colombia, si stanno pagando ogni mese, alcune centinaia di milioni" (187).
Analoga peraltro la situazione segnalata dal P.M. Spataro della DDA di Milano,
secondo il quale "la legge sul gratuito patrocinio sta diventando un
meccanismo con il quale lo Stato finisce per pagare gli avvocati alla mafia. È
bene che questo si sappia...Sta diventando - ed in progressione geometrica - l'escamotage
con cui in tutta Italia - ne ho parlato anche con altri colleghi - gli
imputati per delitti di mafia si fanno pagare gli avvocato dallo Stato. Non so
se si possa escludere l'applicabilità del gratuito patrocinio ai processi di
mafia; non abbiamo pensato a quali rimedi attuare, ma di sicuro la legge
costituisce la strada con la quale i mafiosi si assicurano la difesa a spese
dello Stato" (188).
Nel distretto di Reggio Calabria, è stato segnalato dalla DNA che hanno
beneficiato del gratuito patrocinio personaggi come Libri Domenico, Imerti
Antonino, Rosmini Bruno, Belfiore Salvatore, Gallico Domenico, Gullaci
Salvatore. Si tratta di personaggi di rilevo della 'ndrangheta reggina, capi
delle omonime cosche o con ruoli di rilievo nel settore del traffico degli
stupefacenti e delle estorsioni.
Si impone dunque, a parere della Commissione, una revisione normativa che,
almeno con riferimento ai processi di criminalità organizzata, preveda la
possibilità di interventi e di controlli più stringenti idonei ad evitare
l'uso, o meglio l'abuso, di un istituto a fini del tutto opposti a quelli per i
quali era stato introdotto.
A questo proposito possono assumersi come ipotesi di lavoro le proposte
formulate dalla DNA e trasmesse anche a questa Commissione, sempre con
riferimento ai reati di cui all'articolo 51, comma 2 bis, c.p.p.:
A - Previsione dell'intervento del P.M. nel procedimento di ammissione al
gratuito patrocinio, mediante parere motivato. Per la formulazione del parere il
P.M. potrà richiedere agli organi di polizia dettagliate informazioni circa la
situazione economica "effettiva" del richiedente, anche alla luce del
tenore di vita, del possesso di beni mobili, come auto, telefoni mobili,
gioielli, ecc, e di ogni altro segnalatore di ricchezza.
B - Previsione che anche il giudice, al quale è presentata la richiesta di
ammissione, possa, di ufficio, richiedere informazioni con la previsione di un
termine per il compimento dell'attività istruttoria e per il deposito del
parere del P.M. e di un termine massimo (ad esempio trenta giorni) per la
decisione.
C - Previsione per il P.M. della facoltà di proporre ricorso (o reclamo)
avverso il provvedimento di ammissione, analogamente a quanto previsto
dall'articolo 6, comma 4 L. 217/90, per il richiedente in caso di rigetto.
D - Previsione della facoltà di richiedere la revoca o la modifica del
provvedimento di ammissione di cui all'articolo 10, comma 2, L. 217/90, tuttora
riservata al solo Intendente di Finanza (oggi direttore
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della Direzione regionale delle entrate) anche al P.M., allorché vengano
meno o, comunque, si modifichino, le condizioni che avevano consentito
l'ammissione al beneficio, ovvero in tutti gli altri casi in cui risulti
accertata una situazione incompatibile con il beneficio accordato.
E - Previsione tra le condizioni di ammissibilità al beneficio della
circostanza di non avere mai avuto misure di prevenzione di carattere
patrimoniale, di non avere mai nominato un secondo difensore, di non avere mai
goduto di periodi di latitanza, di non avere mai posseduto auto blindate, di non
avere mai avuto ricoveri in cliniche private (o almeno in un periodo antecedente
un quinquennio alla richiesta).
Va infine rilevato che, proprio alla luce della giurisprudenza costituzionale
richiamata e della normativa vigente, sarebbe possibile che gli Uffici
finanziari e la Guardia di finanza dispongano, in sede di accertamento
successivo al beneficio, controlli più incisivi , ai fini dei quali
"assumono rilievo anche i redditi che provengono da attività illecite,
poiché anche con riferimento a questi l'intendente di finanza può proporre al
giudice la revoca o la modifica del beneficio e provocare gli effetti di
recupero stabiliti dall'articolo 11 in favore dello Stato e l'applicazione delle
sanzioni penali previste dall'articolo 5 comma 7 a carico dell'indebito
beneficiario" (189).
Gravi e ravvicinati devono ritenersi i pericoli di inquinamento
'ndranghetistico, mafioso e camorristico delle opere di raddoppio e
ammodernamento dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria e di quelle relative
all'impianto delle strutture e delle tecnologie previste per applicarvi quelle
speciali condizioni di osservazione, controllo, e sicurezza che il programma
sicurezza per il mezzogiorno predisposto dal governo prevede.
Questo allarme non deve limitarsi a una mera proiezione della esperienza
storica, peraltro assai istruttiva, della costruzione della Salerno-Reggio
Calabria, di cui è sufficiente qui richiamare l'autorevole sintesi che da tutti
i suoi documenti è stata tratta : "L'autostrada che doveva servire a
rompere un antico isolamento della regione fu utilizzata dai mafiosi calabresi
per arricchirsi e per accrescere il loro potere. Contribuì a ciò il singolare
comportamento delle imprese del nord le quali, prima ancora di iniziare i
lavori, avvicinarono i capibastone e trattarono direttamente con loro le
mazzette da pagare in cambio di protezione, la guardiania sui cantieri, eccetera
(190).
L'allarme va tratto soprattutto dai diffusi esempi più recenti di tentativi di
infiltrazione nelle opere pubbliche messi in atto dalla criminalità organizzata
e deve essere riferito sia alle migliaia di miliardi programmati sia alla
specifica natura dei lavori previsti. Infatti il campo dove è stata già
diffusamente segnalata e comprovata
Pag. 211
la insistenza di imprese legate ad organizzazioni criminali direttamente o
indirettamente - attraverso intermediari e prestanome- , e in varie forme -
anche, all'apparenza, ineccepibili sotto il profilo della legalità e del
rispetto di ogni regola del procedimento di gara -, è proprio quello degli
sbancamenti e del movimento terra, del trasporto e dell'impiego di inerti, del
commercio e del trattamento dei prodotti cantieristici e innanzitutto del
cemento. A questi elementi un altro se ne aggiunge ad accrescere l'allarme per
il prevedibile attacco mafioso: il controllo 'ndranghetistico e camorristico del
territorio in cui vanno, e andranno, a dislocarsi i cantieri costituisce un
contesto particolarmente adatto ad organizzare l'intimidazione, l'atto
estortivo, il caporalato, l'imposizione (ovvero la messa in pericolo) di mezzi
meccanici e di lavoratori, il lavoro nero, il sottosalario, la negazione delle
norme che tutelano la vita , la salute, e i diritti nei luoghi di lavoro.
In considerazione tanto della grande rilevanza dell'opera quanto della
estensione e della storia del territorio investito, si propone:
1) una verifica delle misure programmate dalla stazione appaltante per la
prevenzione e, almeno per la loro fase iniziale, già oggetto dell'esame
compiuto due anni fa dalla Commissione parlamentare antimafia con i vertici
dell'ANAS in occasione del sopralluogo a Salerno.
2) la costituzione di una task force che guardi alla gara, alla
aggiudicazione, alla esecuzione delle opere. Una task force formata da
personale qualificato da particolari professionalità o specializzazioni, dotata
di supporti tecnologici ed informatici adeguati, attrezzata al monitoraggio
continuo dell'insieme dei lavori (e di ogni loro fase), e a quel particolare
monitoraggio mirato previsto dal decreto del Presidente della Repubblica
252/1998 sulle "situazioni a rischio". Una task force preposta
sia alla analisi di alta qualità dei dati relativi ad ogni impresa a qualsiasi
titolo interessata ad essi o a parte di essi, sia alla individuazione dei
pericoli e della prevenzione di presenze, interventi o condizionamenti mafiosi,
sia all'organizzazione dell'intervento diretto nei cantieri. Non una speciale
autorità o un alto commissariato, né altra entità amministrativa che richieda
una normativa nuova. Soltanto, e semplicemente, un organismo riferito a due
strutture già collaudate ed operanti, quali le prefetture territorialmente
competenti e la DIA, e, più precisamente, un gruppo interforze,
multidisciplinare, e di alta professionalità, operante nell'ambito della DIA (o
del suo Reparto Investigazione Preventiva) e alle dipendenze del suo direttore:
- delegato dai prefetti ad esercitare non solo i loro ordinari poteri di
verifica antimafia ma soprattutto quei penetranti poteri di accesso già
dell'Alto commissario, loro delegati dal ministro dell'interno con il DM del 23
dicembre 1992
- collegato con le articolazioni territoriali della DIA, con le prefetture e i
comitati provinciali per l'ordine e la sicurezza pubblica
- dotato delle informazioni e collaborazioni che dovranno ad esso assicurare gli
uffici periferici dell'amministrazione finanziaria, l'anagrafe tributaria e il
suo sistema informatico, le diverse strutture territoriali di tutte le forze di
polizia, e, in particolare, le questure, con particolare riferimento alla
conoscenza da queste acquisita, e man mano aggiornata, delle risultanze sia
dell'applicazione della legge
Pag. 212
Mancino sia del lavoro svolto dalle Sezioni misure di prevenzione personali e
patrimoniali
- aperto alle forme di collaborazione che si riveli via via più opportuno o
necessario avere con magistrati della Corte dei Conti o dare alla Direzione
distrettuale antimafia (o alla DNA per l'eventuale coordinamento delle DDA
quando intelligence e prevenzione dovessero determinare indagini di
polizia giudiziaria).
Le opere e i lavori relativi alla realizzazione o all'ammodernamento dei
collegamenti dell'interno e della costa con la Salerno-Reggio Calabria si
propone vengano ricompresi nel campo della intelligence e della
prevenzione che si è fin qui indicato di affidare alla task force.
L'operazione "Armonia" ha messo in luce gli straordinari risultati
di conoscenza, di prevenzione e di repressione, che possono essere conseguiti, e
il ruolo sempre più determinante dell'impiego di più alte e appropriate
professionalità e tecnologie. Ciò rende ancora più urgente la necessità di
superare le gravi carenze opportunamente denunciate dal dott. Ledonne che,
nell'incontro con la Commissione antimafia a Crotone il 7 marzo, riferendosi
alla mancanza di strutture investigative adeguate, della strumentazione
necessaria ad aggiornare le mappe delle organizzazioni criminali, a effettuare
intercettazioni e a registrare e localizzare i movimenti delle cosche gli
spostamenti, e, perfino, proponendo "perché non cambiare frequentemente le
macchine di copertura?", ha chiesto: "metteteci in condizione di fare
il nostro dovere".
Sono proprio i successi della azione di conoscenza e di contrasto a mettere in
evidenza le arretratezze e le inadeguatezze del controllo di legalità, e della
organizzazione complessiva delle forze e degli strumenti di prevenzione e di
repressione.
Il primo imperativo è uscire dalla emergenza giustizia non più sostenibile in
cui sta precipitando la Calabria. Una emergenza che minaccia di risolversi in
crisi della legalità e della democrazia.
Si è arrivati ad un punto tale che non sono più possibili, e si rivelerebbero
del tutto inefficaci, provvedimenti di "congiuntura". È necessario
andare alla radice del riprodursi strutturale della emergenza, e
considerare la spesa per la giustizia nella Calabria non come un costo ma come
un abbattimento di costi economici e sociali sempre più elevati e come
eliminazione di ostacoli gravi allo sviluppo.
Le condizioni e i tempi della giustizia civile si confermano, infatti, come una
delle remore più forti a investire o a impiantare o a mantenere attività
produttive in Calabria. È tra i primi handicap segnalati nelle
propensioni/preoccupazioni manifestate dai possibili investitori esterni alla
Calabria, di altre regioni o di altri paesi. La crisi della giustizia civile, le
disfunzioni e i tempi della giustizia del quotidiano, spingono alla
giustizia privata e a quel "far da sé" che aprono il campo alla
mafia, o in quanto sono i mafiosi ad esserne indotti a intervenire direttamente,
o in quanto i cittadini non tutelati
Pag. 213
nei propri diritti dallo stato vengono rigettati nel sistema di
compravendita dei diritti, nello scambio diritti / favori«/I», nella
ricerca della protezione o dell'intermediazione mafiosa. Per queste ragioni le
innovazioni e gli interventi indispensabili al funzionamento della giustizia
civile devono programmarsi come prioritari e non possono più ritenersi di
seconda linea o di secondo tempo rispetto a quelli necessari alla effettività e
alla efficacia della azione penale.
Alla valutazione e alla scelta del "che fare" occorre procedere sulla
base di una verifica critica di quale scarto si sia determinato (e per quali
ragioni) tra gli interventi degli ultimi cinque anni sugli uffici giudiziari
calabresi e gli esiti della specifica ricognizione effettuata in Calabria dal
Consiglio Superiore della Magistratura nel 1995 :"...La Commissione
criminalità organizzata, recentemente istituita, individua come primo campo
di intervento gli uffici giudiziari di Reggio Calabria" in quanto essi
"versano in una situazione drammatica e allarmante a causa di una così
grave carenza di risorse umane e di strutture materiali da far paventare il
rischio che diventi impossibile l'espletamento della fase dibattimentale di
importanti processi contro la «'ndrangheta», alcuni dei quali di importanza
storica per le connessioni, che per la prima volta portano alla luce, tra
crimine organizzato, massoneria e settori del mondo politico-istituzionale"
(delibera adottata nell'adunanza plenaria del 21 settembre 1995).
La verifica critica della inadeguatezza degli interventi effettuati rispetto ad
un giudizio e ad un allarme così gravi, dovrebbe con particolare attenzione
considerare come, a circa un anno e mezzo di distanza, risultava pienamente
confermata, e perdurante, la gravità estrema della situazione, come attestano
tanto la Commissione parlamentare antimafia, con l'audizione, l'11 marzo 1997,
del vicepresidente e dei presidenti della terza, settima e decima commissione
del CSM, quanto la risoluzione sulla 'ndrangheta adottata due mesi dopo dal CSM
medesimo.
Il quadro degli interventi successivi e della loro assoluta insufficienza
rispetto all'aumento effettivo della straordinaria domanda di giustizia della
Calabria, è stato tracciato nella "relazione sui problemi posti alla
amministrazione della giustizia dalla criminalità organizzata in Calabria"
approvata dall'assemblea plenaria del CSM il 21 luglio 1999.
L'analisi della situazione dei distretti di Reggio Calabria e di Catanzaro è
drammatica, non solo per la "complessiva grave carenza di magistrati con
una media statistica di scopertura ben superiore alla media nazionale", ma
soprattutto per il triplice confronto delle strutture e degli organici di ogni
ufficio requirente e giudicante (le piante e il grado della loro
copertura/scopertura) sia con le strutture e i movimenti della criminalità
organizzata, sia con le nuove inchieste e i processi in corso, sia con la
necessità di "rendere stabili i positivi risultati che la magistratura,
con la fattiva collaborazione delle forze dell'ordine ha ottenuto negli ultimi
anni" : "la fisionomia e l'andamento del fenomeno criminale sono ben
chiari nella loro complessiva articolazione - la criminalità organizzata opera
in Calabria ad alti livelli di forza economica e politica - e nell'evidente
tendenza ascendente. La risposta della magistratura, ammirevole per l'impegno
complessivo
Pag. 214
che la sostiene, e pur approdata a risultati che confortano per la inversione
di tendenza che esprimono, non tranquillizza se vista nella proiezione temporale
in cui vanno realisticamente collocate le distinte complessive «forze
alternative in campo»".
Da questa sintetica, e dal quadro analitico ricostruito attraverso le vive
testimonianze che la Commissione ha raccolto direttamente in Calabria e che sono
state qui ampiamente citate nel capitolo dedicato a "la risposta degli
apparati dello Stato", la prima conclusione che appare indispensabile è
l'urgenza di un consistente aumento degli organici, di una loro rideterminazione
coerente con l'analisi delle dimensioni e della pericolosità della rete
'ndranghetistica, con la valutazione dei carichi di lavoro effettivi, dei
problemi nuovi posti dai dibattimenti, dagli squilibri tra requirenti e
giudicanti, dal sottodimensionamento del GIP e della struttura amministrativa
del suo ufficio rispetto a contenuti e ritmi del lavoro investigativo delle DDA
e delle Procure ordinarie. Alla revisione degli organici devono accompagnarsi un
aumento di incentivi e benefici non solo per gli uditori giudiziari con
funzioni, ma soprattutto per i magistrati esperti, nuovi investimenti nelle
strutture di supporto, nella professionalità e nelle dotazioni del personale,
nella sicurezza (191).
Urge una risposta ai problemi posti e alle indicazioni date al governo e al
parlamento nella relazione del CSM del 21 luglio, una risposta non "di
emergenza" ma mirata a conferire all'intervento "ordinario"
quella straordinarietà imposta da una realtà straordinaria che
non può essere affatto minimizzata e che a ragione viene proposta come una
questione nazionale e democratica : "non si esagera affermando che
l'accertato tasso di pericolosità delle cosche criminali che operano nella
regione calabra non solo impedisce la compiuta affermazione della legalità ma
mette in discussione la stessa tenuta dell'articolazione democratica del sistema
sociale considerato e nelle sue dinamiche interne e nei rapporto con le
istituzioni pubbliche".
Verifica critica, revisione ed elevamento del numero e della qualità di forze e
strumenti di controllo del territorio, di prevenzione e di repressione devono,
allo stesso modo, evitare di essere l'ennesimo "aggiustamento" degli
assetti precedenti delle forze di polizia, e guardare piuttosto ai nuovi
effettivi carichi di lavoro così come sono definibili attraverso la valutazione
combinata:
- dei compiti nuovi e dai traguardi impensati posti proprio dai successi che
esse stesse hanno conseguito,
- del movimento reale e delle tendenze della criminalità organizzata,
- dei patrimoni, degli investimenti, e dei movimenti finanziari inesplorati,
Pag. 215
- della rete dei collegamenti da e per la Calabria tra le cosche operanti nelle
cinque province e gli insediamenti di 'ndrangheta disseminati sul territorio
nazionale e all'estero
- dei pericoli cui sono esposte le ingenti risorse e i nuovi strumenti di
intervento pubblico che il governo ha attivato.
Si ritiene infine che la metodologia e le misure proposte per gli uffici
giudiziari e per le forze dell'ordine debbano comprendere l'area dello Stretto e
Messina. La ragione di questa esigenza (da soddisfare insieme all'indispensabile
opera di "risanamento" degli uffici) non sta solo nelle recenti
denunce e richieste avanzate dal procuratore della Repubblica di Messina
dott.Luigi Croce e in alcune connessioni mafiose messe in luce nella operazione
"Armonia" qui più volte citata. La ragione sta anche e soprattutto
nella estrema gravità delle questioni, e del "sottodimensionamento"
di strutture giudiziarie e apparati investigativi, che la Commissione
parlamentare antimafia ha avuto modo di riscontrare in occasione del suo
ennesimo recente sopralluogo a Messina, a conferma di come questo territorio sia
al tempo stesso una riserva e un prolungamento delle cosche reggine e si sia
venuto configurando quale "zona franca" della 'ndrangheta e luogo di
migrazioni e riciclaggi degli "uomini d'onore" di Palermo (192).
Si è già detto che le maggiori criticità appaiono riconducibili alla
sostanziale mancata attuazione della legge Mancino, tuttora priva di adeguata
"copertura amministrativa", per la constatata mancanza di specifiche
istruzioni ministeriali, di adeguate procedure informatiche e di sufficiente
sensibilità da parte degli operatori (Questori).
Ma anche l'azione di organismi come il Consiglio provinciale della pubblica
amministrazione è apparsa incerta, se non inesistente: le conclusioni della
relazione (approvata con voto unanime dalla Commissione) sulle infiltrazioni
mafiose nei cantieri navali di Palermo sembrano puntualmente confermate dalla
vicenda del porto di Gioia Tauro, che pure sembra testimoniare l'inadeguatezza
dell'azione degli organismi periferici dell'amministrazione dell'Interno.
Inoltre, nel corso dei lavori, si è andata sostanziando la percezione che i
particolari e penetranti poteri delegati ai prefetti dopo lo scioglimento
dell'Alto Commissariato antimafia non siano stati mai effettivamente esercitati,
forse perché privi di un'adeguata considerazione.
Pur senza volere giungere a conclusioni generaliste, può dirsi che, in plurime
circostanze, si è percepito un non sempre perfetto aggiornamento
Pag. 216
professionale (salvo significative eccezioni) da parte delle autorità
preposte all'attuazione del dispositivo antimafia.
Ferma restando la necessità di approfondire adeguatamente, nel contesto dei
futuri lavori della Commissione, le problematiche appena toccate, in via
preliminare e su di un piano eminentemente collegato all'azione politica del
Governo, si delinea l'opportunità di avviare in Calabria un programma
straordinario di formazione professionale, specificamente orientato
all'aggiornamento pratico e teorico delle conoscenze e delle prassi applicative
nel settore della legislazione antimafia, e destinato, prioritariamente, alle
forze di polizia e al personale dell'amministrazione dell'Interno.
Il carattere straordinario e contingente dell'iniziativa imporrebbe l'adozione
di un apposito autonomo modulo organizzativo (una vera e propria task force),
facente capo al Ministro.
Un'apposita procedura di auditing dovrà accompagnare tutta l'iniziativa
e valutarne i risultati e l'impatto presso gli uffici interessati.
Questa proposta si caratterizza per la straordinarietà dell'intervento (il tema
della formazione ad hoc potrà essere progressivamente riaffidato alle
ordinarie strutture), ma soprattutto per l'urgenza, ponendosi, in riferimento ad
arco temporale non superiore a dodici mesi, l'obiettivo dell'aggiornamento
professionale di tutto il personale operativo nelle province calabresi.
Particolare attenzione dovrebbe essere dedicata agli uffici periferici coinvolti
al fine di assicurare le necessarie dotazioni in termini di retribuzione lavoro
straordinario e di apparecchiature informatiche e didattiche.
Infine, nell'ottica del contrasto all'accumulazione e alla circolazione di
capitali sporchi, appare altrettanto necessaria la messa in campo di programmi
specifici (193) - e straordinari - di addestramento e
formazione del personale degli intermediari finanziari operanti in Calabria.
Un tale intervento, in una moderna e razionale pianificazione di sinergie tra
Stato e società civile (si pensi, ad esempio ai contributi che sul tema possono
provenire dall'ABI), può notevolmente concorrere allo sviluppo di un progetto
di liberazione dal crimine dell'economia della regione.
(174) Cfr. , per tutti, E.CICONTE , 'ndrangheta
dall'unità ad oggi, Laterza, Roma-Bari, 1992 e la bibliografia ivi
contenuta.
(175) 1 La struttura ed i lavori del Patto di stabilità si
articolano in tre "Tavoli": 1) democrazia e diritti umani; 2)
ricostruzione e sviluppo economico;3) sicurezza (articolato, a sua volta, in due
"sottotavoli": 1) giustizia e affari interni; 2)sicurezza e
difesa).Anche se la questione della lotta contro la criminalità è devoluta in
particolare all'agenda del "Tavolo" dedicato alla sicurezza, a
presidenza della Svezia, e al suo "sottotavolo" giustizia e affari
interni, a presidenza della Francia, la definizione degli obiettivi e degli
strumenti capaci di garantire l'interdipendenza tra ricostruzione dei Balcani e
liberazione dell'intera area dagli insediamenti e dai traffici della criminalità
organizzata dovrebbe diventare oggetto trasversale di tutti e tre i
"Tavoli" del Patto, così come già è per la questione della lotta
alla corruzione non riservata ad un singolo "Tavolo". La Presidenza
del Consiglio dei Ministri e il Ministero degli affari esteri dovrebbero
affidare ai propri rappresentanti nel Patto di stabilità il compito specifico
di fare assolvere all'Italia, anche per la responsabilità particolare che le
deriva dal presiedere il "Tavolo" ricostruzione e sviluppo economico,
il ruolo di rendere la priorità della lotta contro le mafie una condizione
degli obiettivi internazionali della sicurezza, della stabilità, dello sviluppo
dei Balcani e della prospettiva della loro integrazione nell'Unione Europea.
Sicurezza, stabilità, e sviluppo dell'intera regione non potranno
infatti aversi se il confine tra le istituzioni e le organizzazioni mafiose
padrone dei traffici, delle rotte e delle dogane continuerà ad essere così
labile e incerto come si è rivelato in ciascuno degli stati, che sono emersi
dalla sanguinosa disgregazione della Jugoslavia e che si sono sempre più
rivelati come dipendenti da un sistema di economia criminale . Le mafie
d'oltreadriatico sono state l'unico soggetto unificante della regione che, lungi
dall'essere colpito dai conflitti etnici, ha usato le guerre e lo stesso regime
delle sanzioni e ha dimostrato grande interesse alle guerre e alla economia di
guerra, ai nazionalismi e alle secessioni (per es. del Kosovo e del Montenegro),
al fine di potere arricchirsi e rafforzare la organizzazione dei propri doppi
legami con le mafie ucraine, russe, turche, e di altri paesi orientali, e con le
mafie italiane.
(176) Nell'incontro della Commissione con il Comitato
provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, la relazione svolta dal
Prefetto di Crotone ha espresso questa valutazione: "la fascia
costiera del crotonese, soprattutto in conseguenza della maggiore vigilanza
delle coste pugliesi, potrebbe diventare la via alternativa degli sbarchi
clandestini e dei traffici di stupefacenti". Ciò appare sufficiente a
ritenere più che fondate e urgenti le richieste argomentate nella relazione del
Prefetto per il potenziamento dei presìdi (in particolare nei territori di
Isola di Capo Rizzuto-Cutro e di Cirò Marina, e nella frazione di Papanice) e
per il rafforzamento dell'attività investigativa.
(177) Assai indicative sono due delle tante intercettazioni
ambientali che sono alla base della operazione "Armonia" della DDA di
Reggio Calabria e che sono riferite alla organizzazione di sbarchi. In una di
esse, che registra un colloquio tra due mafiosi accusati, si sentono (novembre
1998) due affermazioni significative da uno dei trafficanti di cocaina,
il pluripregiudicato Versaci, alias "u Principinu" o "u
Marchesinu", rivolto a un altro pluripregiudicato, e accusato di
appartenere alla struttura di comando della 'ndrangheta denominata
"Crimine", Leo Zappia, nipote di Giuseppe Morabito detto
"Tiradritto" : "...non ci sono problemi, noi possiamo scaricare
DOVE VOGLIAMO. Qua l'impegno per scaricare ce l'ho io....", e "...me
ne vado in JUGOSLAVIA e porto un paio di chili....". Due giorni dopo, sulla
costa antistante le case di Africo la Guardia di finanza trovava una
imbarcazione abbandonata nella notte e in perfetta efficienza dalle medesime
caratteristiche di quella che si era sentito richiedere nel colloquio
intercettato (cfr. p 17 e pp.587-594).
La seconda intercettazione ambientale registra un dialogo (gennaio 1999) tra
Pansera e Priolo dal quale si evince "un imponente traffico d'armi e di
stupefacenti" e si hanno riferimenti diretti ad "uno sbarco da
organizzare" e ad un imminente arrivo di Uzi, le mitragliette di
fabbricazione israeliana, già oggetto di un altro dialogo registrato nei giorni
precedenti tra il Pansera e un altro interlocutore. Le pistole mitragliatrici
sembravano servire da "merce di scambio per l'acquisto dello
stupefacente" (cfr. p.144, e pp.138-144).La zona dello sbarco era quella di
Capo Spartivento ("...lo sbarco si faceva a Capo Spartivento!", e
"a Capo Spartivento SONO SEMPRE SBARCATI") e a loro ne era assegnato
il controllo lungo il segmento corrispondente della strada statale 106 (cfr p
134).
(178) Un esempio viene ricordato nel documento dello SCICO
della Guardia di finanza su "I»Le società finanziarie
"piramidali" albanesi nel contesto della crisi economico-sociale e
istituzionale dell'Albania«/I" (n.11304, 10 febbraio 2000) : la Vefa
Holding e la corrispondente Vefa Italia S.r.l. già indagate dalla DDA di Lecce
nell'ambito di procedimenti penali per associazione mafiosa e riciclaggio.
(179) A proposito dei finanziamenti pubblici relativi a
contratto d'area e a sovvenzione globale, nell'incontro della Commissione con il
Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica del 7 marzo 2000, la
relazione svolta dal Prefetto di Crotone ha avvertito che le conseguenti attività
saranno «oggetto delle interessate attenzioni dei clan locali, particolarmente
nell'ambito delle attività di cantiere», ed ha in questi termini illustrato
l'organizzazione del contrasto: «Al fine di fronteggiare lo specifico pericolo,
la Prefettura, d'intesa con la DDA di Catanzaro e la Procura della Repubblica,
ha costituito un gruppo di controllo interforze, integrato con funzionari e
ispettori dell'ASL n. 5, del Servizio Ispettivo della Direzione Provinciale del
Lavoro, delÌINPS e dell'INAIL, il quale provvederà ad effettuare verifiche
globali sulle attività di cantiere via via che le stesse saranno attivate».
Questo controllo tocca un luogo, un momento, una forma, assai diffusi e
certamente decisivi e determinanti per come dentro l'attività di cantiere
l'intervento mafioso si materializza attraverso il subappalto, il movimento
terra, le forniture, il caporalato, la confusione tra nolo a caldo e nolo a
freddo. Ma i luoghi, i momenti e le forme della intercettazione mafiosa
dell'investimento pubblico sono assai vari, e da contrastare tutti, anche al
fine di evitare che mentre si cerca nel cantiere, dove potrebbe anche non
trovarsi nulla, l'intervento mafioso è fatto in banca, come proprio a Crotone
è avvenuto per il denaro dell'AIMA.
(180) "la diffusione di forme di controllo criminale
del territorio e delle attività economiche fanno sì che le imprese locali
siano «costrette» ad internalizzare mercato, ossia ad aumentare il loro grado
di autoreferenzialità produttiva e organizzativa, sia per far fronte alle
incertezze e alle ostilità ambientali, sia per ridurre i costi di transazione
connessi ad un eventuale maggior grado di apertura interaziendale delle loro
imprese."(p.31).
(181) "Così come in passato l'intervento pubblico ha
sostenuto e rafforzato la riproduzione della separatezza sociale, istituzionale
e produttiva - la 'via alla solitudine' - per i prossimi anni la spesa pubblica
dovrà giocare il ruolo di catalizzatore e facilitatore del gioco cooperativo,
dell'utilità sociale degli investimenti infrastrutturali, dell'interazione
infra e inter-regionale, del potenziamento delle capacità di fare da sé, della
domanda sociale di sviluppo" (p. 45).
(182) "I trasferimenti assistenziali alimentano la
passività sociale e imprenditoriale, il circolo vizioso della bassa produttività,
la deresponsabilizzazione istituzionale, la precarietà occupazionale, il
clientelismo, la marginalità economica e sociale".
(183) Elenco delle banche che risulta non abbiano effettuato
alcuna segnalazione di operazioni sospette alla data del 3 marzo 2000 (Fonte
UIC)
1 ALLEANZA ASSICURAZIONI S.P.A.
2. ASSITALIA SIASI
3. AXA ASSICURAZIONI S.P.A.
4. B.C.C. DI MONTEPAONE
5. B.N.C. ASSICURAZIONI S.P.A.
6. BANCA DI CRED. COOP DI CARLOPI
7. BANCA DI CRED. COOP. DI MAIERATO
8. BANCA DI CRED. COOP ALTO TIRRENO DELLA CALABRIA - VERBICARO
9. BANCA DI CRED. COOP CARLO DE CARDONA - CALOPEZZATI
10. BANCA DI CRED. COOP DELLA MEDIA MAGNA GRECIA SCRL
11. BANCA DI CRED. COOP DELLA SILA PICCOLA - TAVERNA
12. BANCA DI CRED. COOP DI ALBIDONA
13. BANCA DI CRED. COOP DI DIPIGNANO
14. BANCA DI CRED. COOP DI SAN VINCENZO LA COSTA
15. BANCA DI CRED. COOP DI SPEZZANO ALBANESE
16. BANCA DI CRED. COOP DEL TIRRENO - SAN FERDINANDO
17. BANCA DI CRED. COOP DI COSENZA
18. BANCA DI CRED. COOP DI ISOLA DI CAPO RIZZUTO SCRL
19. BANCA DI CRED. COOP DI SCANDALE SCRL
20. BANCA DI CRED. COOP DELL'ALTO CROTONESE SCRL
21. BANCA DI CRED. COOP DI CITTANOVA
22. BANCA DI CRED. COOP DI ROTA GRECA SCRSL
23. BANCA DI CRED. COOP DI FILI
24. BANCA DI CRED. COOP DI TARSIA
25. BANCA DI CRED. COOP DI VILLAPIANA
26. BANCA DI CRED. COOP JONICA SCRL
27. BANCA MERCANTILE ITALIANA
28. BANCA POPOLARE DI CALABRIA
29. BANCA POPOLARE DI CASTROVILLARI E CORIGLIANO CALABRO SCRL
30. BANCA REGIONALE CALABRESE S.P.A.
31. BAYERISCHE S.P.A.
32. BERNESE VITA S.P.A.
33. BN FINRETE SIM S.P.A.
34. BNL INVESTIMENTI SIM S.P.A.
35. CASSA RURALE E ARTIGIANA DI PERTRAFITTA
36. CASSA RURALE E ARTIGIANA DI DASÀ
37. CASSA RURALE E ARTIGIANA DI LUZZI
38. CASSA RURALE E ARTIGIANA DI PIANOPOLI
39. CASSA RURALE E ARTIGIANA DI SAN CALOGERO
40. CASSA RURALE E ARTIGIANA DI SCIGLIANO
41. CASSA SOVV. RISP. FRA PERSONALE B. ITALIA
42. COMMERCIAL UNION INSURANCE S.P.A.
43. CREBER S.P.A.
44. DIVAL VITA S.P.A.
45. E. TR. ESAZIONE TRIBUTI S.P.A.
46. EUROMOBILIARE INVESTIMENTI SIM S.P.A.
47. F.A.T.A. S.P.A.
48. GAN ITALIA S.P.A.
49. GAN ITALIA VITA S.P.A.
50. GENERALI ASSICURAZIONI GENERALI S.P.A.
51. I.N.A. IST. NAZIONALE ASSICURAZIONI S.P.A.
52. IL DUOMO ASSICURAZIONI
53. ITALIANA ASSICURAZIONI S.P.A.
54. L'ITALICA.
55. LA FIDUCIARIA S.P.A.
56. LA FONDIARIA ASSICURAZIONI S.P.A.
57. LA NATIONALE ASSICURAZIONI
58. LA PREVIDENTE VITA S.P.A.
59. LAVORO E SICURTÀ
60. LEVANTE ASSICURAZIONI S.P.A.
61. LEVANTE NORDITALIA S.P.A.
62. LLOYD ADRIATICO S.P.A.
63. MEIE ASSICURAZIONI S.P.A.
64. MEIE RISCHI DIVERSI S.P.A.
65. MEIE VITA S.P.A.
66. MERCURY S.P.A.
67. MILANO ASSICURAZIONI
68. NUOVA MAA ASSICURAZIONI
69. NUOVA TIRRENA S.P.A.
70. POLARIS ASSICURAZIONI S.P.A.
71. POLARIS ASSICURAZIONI S.P.A.
72. POSTE ITALIANE S.P.A. - DIVISIONE SERVIZI FINANZIARI
73. PRUDENTIAL VITA S.P.A.
74. RIUNIONE ADRIATICA DI SICURTÀ RAS
75. S.I.A.D. S.P.A.
76. SAI SOCIETÀ ASSICURATRICE INDUSTRIALE S.P.A.
77. SARA ASSICURAZIONI S.P.A.
78. SARA VITA.
79. SERI ASSICURAZIONI S.P.A.
80. SOCIETÀ CATTOLICA DI ASSICURAZIONE SRL
81. SOCIETÀ REALE MUTUA DI ASSICURAZIONI
82. TORO ASSICURAZIONI S.P.A.
83. UAP ITALIANA S.P.A.
84. UAP VITA S.P.A.
85. UNIASS ASSICURAZIONI S.P.A.
86. UNIONE SUBALPINA DI ASSICURAZIONI TORINO
87. UNIPOL S.P.A. SERV. SW ARCA ASS. LIQUIDATIVA
88. UNIVERSO ASSICURAZIONI
89. UNIVERSO VITA
90. VITTORIA ASSICURAZIONI S.P.A.
91. WINTERTHUR ASSICURAZIONI S.P.A.
92. WINTERTHUR VITA S.P.A.
93. ZURIGO COMPAGNIA DI ASSICURAZIONI S.A.
(184) Ai fini di una più attenta valutazione e del
superamento delle resistenze che ancora si oppongono agli
"osservatori" e alla rete tra loro è di interesse generale, ma anche
più diretto della lotta contro le organizzazioni mafiose nella Calabria,
segnalare una grave denuncia fatta dal Prefetto di Messina in occasione
dell'ultimo sopralluogo lì fatto dalla Commissione (.....): la stragrande
maggioranza delle stazioni appaltanti del messinese - prime tra tutte il Comune
capoluogo e la Provincia, e il Provveditorato regionale alle Opere Pubbliche -
non hanno dato risposta alla lettera del .... Gennaio 1999, con cui il Prefetto
chiedeva loro i dati relativi agli appalti elencati in un allegato semplice
questionario. In considerazione dei poteri di accesso dell'Alto Commissario
trasferiti al Ministro dell'interno e da questi delegati ai prefetti con DM del
23 dicembre 1992, la illegalità denunciata dal Prefetto di Messina è di
particolare gravità , appare come un atto di sovversivismo dall'alto per come
si risolve in una difesa o copertura di fatto delle condizioni e dei meccanismi
di permeabilità degli appalti, e per come svuota e vanifica la rete istituita
tra le prefetture della Sicilia.
(185) Il Sindaco di Reggio Calabria ha fornito alla
Commissione i seguenti atti:
* l'invito a comparire di persona indagata (art 375 cpp) del 14 dicembre 1999
ricevuto dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria;
* una richiesta di notizie da parte della Polizia Giudiziaria (Comando
Provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria) del 26 novembre 1999 sulle opere
del progetto Urban già realizzate e su quelle ancora in corso, e la risposta
data il 13 dicembre 1999 dal Settore lavoro sviluppo risorse UE del Comune di
Reggio Calabria (con allegati della Stazione di soggiorno e turismo,
dell'Assessorato alle politiche sociali, del Comitato interassessoriale di
attuazione), contenente l'elenco delle opere previste e relativo stato di
realizzazione attestato dai tecnici;
* una richiesta del progetto Urban e di ulteriori notizie da parte della
medesima polizia giudiziaria del 3 gennaio 2000;
* il verbale della seduta del comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza
pubblica del 19 novembre 1999;
* tre lettere relative alle gare di appalto per i lavori del Progetto Integrato
Centro Trasporti Pubblici e Servizi Annonari (importo L.42.500 milioni), vinta
dalla A.T.I.C.G.P- CO.FO.R. :
1) del Sindaco al Prefetto e alla Commissione per il decreto Reggio" a
Roma, dell'11 dicembre 1998;
2) del Prefetto al Sindaco del 9 gennaio 1999;
3) del curatore del fallimento dell'impresa Costruzioni Generali C.G.P. s.r.l.
al Sindaco;
4) un appunto relativo alla partecipazioni di undici ditte di Favara (su un
totale di 39 partecipanti) alla gara d'appalto per la realizzazione della rete
di distribuzione idrica Rm 06 bandita il 25 Gennaio 1996, e le allegate
rettifiche dei bandi di gara del 16 e del 19 febbraio 1996, contenenti un
"accorgimento" finalizzato ad "impedire alle imprese di nome e
non di fatto interessate alla gara e non a vincere la gara, di potervi
partecipare;
5) il carteggio tra associazione industriali e Sindaco (lettere del 6 Ottobre
1995, 25 Gennaio 1995, 2 febbraio 1995), una lettera dei progettisti al
coordinatore per conto del sindaco del 23 febbraio 1995, una lettera di
informazione del Sindaco al Dipartimento Aree Urbane del 7 aprile 1995,documenti
tutti relativi alle ragioni della suddivisione di un'opera pubblica del Decreto
Reggio in lotti funzionali;
6) un decreto di sequestro della Direzione Distrettuale Antimafia del 4 gennaio
2000 dei seguenti documenti "presumibilmente depositati presso il Comune di
Reggio Calabria negli uffici adibiti al Decreto Reggio":
7) due note del coordinatore ing.Alletti ai progettisti sui prezzi;
8) due analisi dei prezzi dei lavori di Parco Caserta e delle opere fognarie di
alcuni quartieri;
9) il nulla osta della Edilizia asismica della Regione per costruzione di
alloggi;
10) il contratto di appalto con l'impresa di Carriego Oliva per completamento di
rete di distribuzione idrica
11) una richiesta della polizia giudiziaria (Comando provinciale dei
Carabinieri) del 5 gennaio 2000 rivolta ad un dirigente di un settore
dell'ufficio di ragioneria del Comune per notizie e documenti sul "recupero
delle somme dovute dalla società Reggina Calcio";
12) una nota di stampa a firma del Sindaco Falcomatà del 7 gennaio 2000 che
informa delle prima citate richieste di documentazione fatte in gennaio dalla
polizia giudiziaria, del citato decreto di sequestro della Direzione
Distrettuale Antimafia, e della richiesta degli inquirenti al Segretario
generale del Comune di u n dettagliato elenco degli incarichi progettuali
disposti dal Sindaco per lavori pubblici superiori a 200.000 ECU dall'1 giugno
1994 ad oggi, nota stampa a proposito della quale la Gazzetta del Sud del 9
gennaio 2000 commenta : "il tempo dirà se questo Sindaco è stato il
Sindaco della svolta sul terreno della legalità oppure no. Ma una cosa è
certa: che Italo Falcomatà è un uomo di coraggio tra una moltitudine di
pavidi";
13) una corposa (62 fogli) rassegna stampa sulla inchiesta relativa alle opere
del "decreto Reggio" dal 16 dicembre 1999 al 9 gennaio 2000.
14) Il parere pro veritate espresso dal prof. Aldo Tigano su richiesta
del Sindaco di quale avrebbe dovuto essere "l'atteggiamento da tenere per
il migliore interesse dell'Amministrazione".
Sulla controversa questione della suddivisione in lotti di alcune grandi opere,
è da osservare che tale scelta era stata invocata dalle organizzazioni
imprenditoriali e dai sindacati e che una opzione diversa avrebbe precluso in
partenza alle imprese locali di partecipare agli appalti. A proposito della
documentazione inviata alla Commissione dal prof. Falcomatà è da osservare
come la Associazione degli industriali che ha chiesto al Sindaco la suddivisione
in lotti di alcune grandi opere non risulta abbia fornito al Comune quelle
informazioni e collaborazioni necessarie e utili ad una vigilanza contro le
possibili infiltrazioni mafiose nelle imprese, nelle associazioni temporanee di
imprese, nelle gare, e nella gestione degli appalti successiva alla
aggiudicazione della gara.
(186) È manifestamente infondata, con riferimento agli
articolo 3 e 24 Cost., la q.l.c. dell'articolo 3 1. 30 luglio 1990 n. 217
(Istituzione del patrocinio a spese dello Stato per i non abbienti) nella parte
in cui fissa come condizione per l'ammissione al beneficio la titolarità di un
reddito risultante dall'ultima dichiarazione non superiore ad un determinato
limite, senza prevedere la possibilità di accertamenti in ordine alle reali
condizioni economiche e patrimoniali dell'istante e senza che sia consentito al
giudice verificare se i suoi redditi siano alimentati da proventi di attività
illecite desumibili anche dal suo tenore di vita. Invero (.) il pericolo che, a
causa della limitatezza dell'accertamento che il giudice è chiamato a compiere
in sede di ammissione al beneficio, possano prodursi le situazioni denunciate
dal remittente è scongiurato dall'articolo 6 comma 3, in forza del quale
l'istanza dell'interessato e il decreto di ammissione, unitamente alle
dichiarazioni e alla documentazione allegate, devono essere trasmesse
all'intendenza di finanza, perché possa verificare l'esattezza dell'ammontare
del reddito attestato dall'imputato e disporre eventuali controlli anche a mezzo
della Guardia di finanza; ed inoltre, in sede di successivo accertamento
assumono rilievo anche i redditi che provengono da attività illecite, poiché
anche con riferimento a questi l'intendente di finanza può proporre al giudice
la revoca o la modifica del beneficio e provocare gli effetti recuperatori
stabiliti dall'articolo 11 in favore dello Stato e l'applicazione delle sanzioni
penali previste dall'articolo 5 comma 7 a carico dell'indebito beneficiano.
(Corte costituzionale 27 novembre 1998, Ord. n. 386).
(187) Dalla audizione del P.M. dott. Marcello Maddalena
nella riunione pomeridiana del 5 marzo 1998, pagg. 12-15.
(188) Dalla audizione del P.M. dott. Armando Spataro del 5
marzo 1998, p. 38.
(189) CORTE COSTITUZIONALE 27 NOVEMBRE 1998,Ord. n. 386.
(190) E. CICONTE, Processo alla 'ndrangheta, Bari,
1996, p. 40.
(191) Un particolare allarme è dato dalla citata relazione
del CSM: «reteratamente sono stati verificati progetti di attentati a danno di
magistrati da realizzarsi con mezzi micidiali», «circa l'imminente pericolo di
attentati, un collaboratore ha fatto rinvenire un quantitativo impressionante di
armi, anche pesanti, oltre ad esplosivo e a tre congegni per comandare
l'esplosione di un ordigno a distanza», «per l'inizio di un processo che avrà
luogo presso la Corte di Assise di Cosenza contro 105 imputati sono stati
segnalati dalla polizia e confermati da collaboratori progetti di attentati».
(192) Numerose persistono le condizioni dell'"impunità
oltre il traghetto" già oggetto della relazione del Presidente Del Turco.
Il lungo tempo che passa tra le richieste di custodia cautelare e la decisione
del gip anche per reati assai gravi e indagati di alta pericolosità sociale, il
tempo ancor più lungo, perfino di anni, tra richiesta di rinvio a giudizio e
decisione, il decorso di anni per il deposito delle motivazioni di sentenze o la
anomala durata di dibattimenti costellati di rinvii in processi di mafia, le
attese quasi interminabili in Corte di Assise di procedimenti a carico di
mafiosi già condannati a pene elevate in primo grado e tuttavia in libertà di
delinquere per decorrenza dei termini di custodia cautelare, il totale disarmo
della Sezione misure di prevenzione del Tribunale dove le richieste di misure
personali e patrimoniali attendono da anni una decisione, processi per omicidio
o per gravi violazioni delle norme urbanistiche condotti e decisi da giudici
onorari a causa dell'astensione quasi sistematica dei magistrati togati.
(193) Non mancano tracce di "politiche
antiriciclaggio" all'interno del sistema bancario calabrese, anche agli
albori della legislazione antiriciclaggio, quali ad esempio, alcune circolari
del Comitato di Gestione della Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania
(circ. 15 e 80 del 1989) riferite ai rapporti con soggetti inquisiti o
sottoposti a misure di prevenzione.
Si trattava comunque di approcci isolati, avulsi da quel coordinamento
indispensabile (vedasi, in argomento, la previsione di cui al comma 9
dell'articolo 3 della l. 5 luglio 1991, n. 197 e succ. modific.), a renderli
adeguati alla gravità diei pericoli derivanti dall'inquinamento n'dranghetista
del sistema finanziario locale.
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